“La Corazzata” e il Magic Circle festival 2010

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Band in scaletta: Manowar, Arch Enemy, Kamelot, Holy Hell, Virgin Steele
Luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data: 11/7/2010


Che vuoi dire quando la finale dei Mondiali di calcio si becca con il Magic Circle festival, una specie di prolungamento del Metal Camp di Tolmin che si tiene ogni anno? Chi vincerà? Gli spagnoli? Gli olandesi? O i Manowar? I Manowar? Sì. Metal Manowar. In Slovenia. Dopo la fine del tour invernale di quest’anno, il “Death To Infidels Tour”, volevano ovviamente anche qualche concerto estivo. E il Magic Circle festival di quest’anno è atterrato proprio a Tolmin. Grande. Soprattutto se come spalle ti annunciano un po’ di formazioni power metal che non si vedono proprio tutti i giorni. Vale soprattutto per i Virgin Steele, per composizione tra i più grandi e anche tra i più sottovalutati dei “savage power” metaller. Ci aggiungi i perfezionisti melodici e sinfonici Kamelot e condisci il tutto con quella combinazione eccezionale di estremo, melodico e martellante che ti servono gli svedesi Arch Enemy.

Il report sarà un po’ più corto, perché sono arrivato sotto il palco 20 minuti prima delle cinque del pomeriggio, quando sono saliti sul palco i Virgin Steele. Non mi è quindi toccato vedere i Crosswind dalla Grecia e i tedeschi Metalforce. I Virgin Steele sono una formazione che non fa un vero tour europeo dal 2001, quando abbiamo potuto vederli in Austria come spalla dell’allora tour “Renegade” degli HammerFall. Evidentemente i Virgin Steele hanno capito che, per colpa dell’insuccesso commerciale, i tour per loro sono una perdita secca, così tra il 2002 e il 2010 si sono fatti vedere in Europa solo ogni tanto. Nei festival. Qua e là. Anche l’album “Visions Of Eden” del 2006 è passato del tutto inosservato, e i Virgin Steele non sono nemmeno partiti in tour per promuoverlo. Non conviene. La base di fan è troppo piccola. I Savatage, per questo, hanno addirittura sciolto la band.

Quando i Virgin Steele hanno attaccato con Immortal I Stand, sono nati parecchi enigmi. Quel chitarrista sul palco è Edward Pursino o no? Sì, è lui. Se non altro lo tradisce il naso inconfondibile. Pursino si è rasato baffi e barba e si è messo in testa un taglio da “bravo ragazzo”. Gli anni passano in silenzio, la fronte cresce e cresce. La nera Gibson SG, però, non l’ha ancora mollato. Oltre al diabolico DeFeis, sul palco c’erano il batterista Frank Gilchreist e il chitarrista Josh Block (che nel tour europeo del 2001 suonava il basso). Ho dimenticato qualcuno? Sì. Il bassista. I Virgin Steele dal vivo suonano senza bassista. Non gli serve nemmeno in studio. È un caso raro, ma un caso che conosciamo persino dai progressive progenitori Van Der Graaf Generator. Come se non bastasse, DeFeis ha scelto di fare solo il cantante e i Virgin Steele hanno suonato tutto con l’aiuto di una base di tastiere preregistrata. In un certo senso è logico: per quattro, forse cinque concerti in Europa non ha senso trascinarsi dietro tutto l’armamentario, eppure. È strano guardare i Virgin Steele che suonano sopra una base. Puoi consolarti dicendoti che la base è comunque, in un modo o nell’altro, il “David DeFeis da studio”, ma per restare indifferente devi essere almeno un po’ sbronzo.

In un’ora i Virgin Steele hanno comunque fatto capire di non aver dimenticato come si sta su un palco e, con un repertorio classico che comprendeva anche Wine Of Violence, Symphony Of Steel, Kingdom Of The Fearless, Noble Savage, Defiance e, come da copione, la chiusura con Burning Of Rome (Cry For Pompeii), hanno reso felici circa 400 metaller a torso nudo! Che in quel momento si scrollavano di dosso un’afa pomeridiana mostruosa. Verso la fine del concerto il cielo si è fatto minaccioso e c’era profumo di vera tempesta. Ma solo profumo.

David ha infiammato il pubblico un paio di volte, con il suo carisma e la sua presenza scenica, come richiede il power metal “alla Virgin Steele” – una band dalla figura artistica unica sul pianeta Terra – ma soprattutto la sua ottima performance ha confermato che il cantante ha mantenuto la sua voce da camaleonte perfettamente intatta. Se non prima, ce ne siamo convinti con l’esecuzione perfetta del ritornello pesante di Noble Savage. Eppure, accidenti. Chi suonerà le tastiere, se non DeFeis? Qualcosa ci mancava, insomma. E sì. Chi ha visto la band sul palco nel 2001 sa che è capace di suonare senza base preregistrata. Proprio per questa carenza di tastiere, quello è stato il concerto dei Virgin Steele maturo per finire il prima possibile nel dimenticatoio.

Il predominio delle band americane è continuato anche quando sul palco sono saliti gli Holyhell, protetti dei Manowar. Questi power metaller americani, che costruiscono molti dei loro pezzi sulle basi ritmiche dei loro modelli “a steroidi”, aggiungendo leggeri elementi gotici grazie alla voce della cantante Maria Breon,  sono sembrati parecchio più pallidi e stereotipati. E questo senza base di tastiere! Gli Holyhell avrebbero decisamente dovuto esibirsi prima dei Virgin Steele nel programma del festival. Le canzoncine power metal monotone erano dosate con un’abbondante sacca di pose, in cui quel giorno era difficile trovare qualcuno che potesse tenere testa al chitarrista della band Joe Stump. Qualche scorribanda solista del chitarrista ha subito fatto capire che si tratta di un musicista di formazione neoclassica, ispirato soprattutto da Y. J. Malmsteen. La band ha inserito nel repertorio anche una cover dei Dio, Holy Diver. Bello che la band ringrazi in questo modo la compianta eminenza del canto, ma in qualche punto la sezione ritmica è inciampata durante l’esecuzione. Anche il canto di Maria non era proprio all’altezza dell’originale.

I Kamelot possono vantare una serie di dischi eccezionali, che sono l’essenza della combinazione riuscita di melodiosità power metal, inni e pomposità epica. Insomma, pezzi riccamente arrangiati, con ritornelli autorevoli e rifiniti melodicamente alla perfezione. La band è stata l’unica del festival a portare anche un bel po’ di effetti pirotecnici. Questa band americana della Florida sorprende con un sound europeo. Per questo, ovviamente, col suo repertorio ha molto più successo in Europa che negli USA. Hanno aperto il concerto con Rule The World dall’album in studio più recente, “Ghost Opera”, e per promuoverlo hanno rincarato la dose con la title track.

Nonostante il buon umore del pubblico sotto il palco e una bella dose di teatro on stage, l’impressione del concerto è stata rovinata dalla voce di Roy Khan, che in certi passaggi dei ritornelli proprio non ce la faceva, per cui ha dovuto adattare il canto e restare sulle note più basse. I Kamelot hanno comunque portato a casa l’esibizione in totale sicurezza, mettendo in scaletta, tra le altre, The Great Pandemonium, Center Of The Universe, The Haunting (Somewhere In Time), e chiudendo con March Of Mephisto.

Gli Arch Enemy sono stati il brutto anatroccolo del festival! Definiamoli pure death metaller melodici. L’incarnazione della dose perfetta di estremo e melodico, accordati e affiatati alla perfezione, una band in cui la bravura dei singoli membri del quintetto si autoalimenta fino al massimo. E nemmeno il Magic Circle Festival di Tolmin è sfuggito a questo fenomeno. Non è nemmeno difficile, quando in formazione hai l’ex Carcass Michael Amott, suo fratello minore Christopher, il bassista dei Mercyful Fate Sharlee D’Angelo, il fantastico Daniel Erlandsson alla batteria e, per giunta, una puledra scatenata che ti “sbraita” tutti i vocal “growl”, la bestiale Angela Gossow. Si dice che il veleno stia nelle bottiglie piccole. Nel caso di Angela è sicuramente vero, almeno per quanto riguarda la presenza scenica.

La band ha aperto la sua esibizione solida e coerente con The Immortal! Palco all’insegna dei riflessi stroboscopici! Suono eccellente. Fino a quel momento le band non avevano certo offerto chissà quale suono, ma con gli Arch Enemy le due chitarre si sentivano chiaramente per tutto il concerto. Tutti gli assoli. Chitarra destra e sinistra. Tutte le armonie in terze. Attraverso il lavoro delle chitarre si faceva strada con veemenza la linea di basso, un rombo metallico, mentre Erlandsson ha lasciato a bocca aperta ancora una volta con la sua tecnica alla batteria. Era un piacere seguirlo nel suo assolo. Angela, vestita come sempre in stile militare, non ha trascurato nemmeno la sua tipica politica scenica del vorticare di capelli!  Naturalmente i growl rafforzati nelle uscite con effetti “echo”, la ragazza si è difesa benissimo sul palco per tutta l’ora di concerto. I fratelli Amott hanno di nuovo stregato i palati fini della chitarra con il loro lavoro, soprattutto con la precisione di esecuzione incarnata, per esempio, dal pezzo Ravenous. La formazione è al culmine delle sue forze, e lo riflette anche la potenza scenica di una chimica di lavoro eccezionale e dei legami cresciuti tra i musicisti.

Quando durante il concerto Angela ha provato a sfidare il pubblico sotto il palco a scatenarsi in un “circle pit”, non c’è stato verso. Così ha dedicato il pezzo Dark Insanity a tutti quelli a cui non piace il “mosh”. Il pubblico, del resto, era composto in maggioranza da fan del “power” metal. Eppure il pit era già pieno. Sicuramente per merito dei fan dei Manowar, che volevano assicurarsi la posizione migliore per seguire il concerto ancora prima che i loro eroi salissero sul palco.

Come dicevo. Stavolta gli Arch Enemy non hanno trovato la follia generale sotto il palco. Ciononostante la loro esecuzione impeccabile ha infilato, tra le altre, I Will Live Again, Revolution Begins, The Immortal, Dead Eyes See  No Future, Bury Me An Angel. Angela ha avuto bisogno di qualche pausa tra un pezzo e l’altro per riprendere fiato. Le è tornato proprio utile lo strumentale Snow Bound, che si è fuso con il finale del concerto, quando la band ha premuto sull’acceleratore con Nemesis. Proprio alla fine anche la gente sotto il palco si è svegliata in modo più concreto, quando finalmente le mani si sono alzate in massa durante We Will Rise. Il concerto degli Arch Enemy è stato, per qualità, un gradino sopra tutti gli altri, anche sopra i Manowar. Questo è innegabile. Come se fossero atterrati da un altro pianeta. Nell’esecuzione, dove l’estrema aggressività del suonare a tutta forza e il senso innato per l’aggiunta di melodie di gusto (di solito armonizzate magistralmente dai due maghi della chitarra) si passavano la palla con una leggerezza apparentemente piumata. Con esibizioni così intransigenti, gli Arch Enemy in futuro potrebbero persino guadagnarsi un posto speciale nel lessico musicale o, se preferite, nel manuale scolastico!

La finale dei Mondiali è finita al momento giusto, con gli spagnoli che hanno steso gli olandesi a tre minuti dalla fine del secondo tempo supplementare, eh, eh, eh… E tutti i metallari appassionati di calcio si sono finalmente “raschiati” fino sotto il palco. Sono le 23.00 e parte il solenne canto d’apertura! Le bandiere si alzano. I fan impazziscono. Circa 4000, non di più. Pochi per un festival e per i Manowar. Stavolta a salvare la situazione sono stati i fan italiani.

Parte la nuova Call To Arms! Fortissimoooo!!!! Troppo fortissimoooo!!! Si sente? Niente. Suono “ammaccato”, DeMaio decisamente troppo spinto nel mix. Il palco sembrava una fortezza, a vedere quell’enorme muraglia di monitor “vestiti” d’acciaio! Come si addice ai Manowar. Nemmeno dopo Hand Of Doom sembrava che il suono si sarebbe sistemato. Eric Adams aveva la sua giornata buona e ha messo le sue parti vocali al livello richiesto. Anche con i tipici acuti urlati, che non l’hanno mai lasciato a piedi, nemmeno una volta.

Il concerto dei Manowar è un’avventura nel vortice della guerra. Della band e del pubblico. Alcuni da questo vortice di guerra non torneranno mai più, come recita il pezzo Hand Of Doom nel seguito. Kings Of Metal ha dato speranza che i ragazzi non avrebbero suonato per lo più pezzi recenti, ma la situazione si è ribaltata subito dopo con God Or Man dall’EP “Thunder In The Sky” (2009), uno dei pezzi riusciti, che anche dal vivo è suonato ferocemente infuocato. Fino a questo pezzo anche il suono è migliorato radicalmente e all’orecchio si riusciva finalmente a distinguere Logan e DeMaio. Segue il tranquillo annuncio del nuovo album in studio “Hammer Of The Gods”, intitolato Die With Honour, che per stile non si discosta in niente da quanto sentito prima nel repertorio.

La gente sotto il palco, stregata, stringe le mani in alto, sopra la testa, a forma di martello, e così saluta la band sul palco mentre sventolano le bandiere. Ma quello era una versione molto, molto ridimensionata dei concerti dei Manowar, come li conosce per esempio la Germania. Stavolta a salvare la situazione sono stati soprattutto i fan italiani della band, che pullulavano nell’area del concerto. Sono stati loro a fare di gran lunga più casino durante il concerto.

 Ogni membro della band aveva garantito anche un suo assolo. Divertente soprattutto quello di Adams, che ha costretto il pubblico a seguirlo in alcune delle posizioni vocali più impossibili, facendosi una bella ripulita di corde vocali e vie respiratorie.  In una delle rare pause dedicate ai discorsi teatrali, DeMaio ha invitato la gente a cantare gli auguri di compleanno – chi l’avrebbe mai detto – ai festeggiati Eric Adams e alla cantante degli Holyhell Maria Breon!

Attraverso i più recenti Thunder In The Sky, Sleipnir e Loki God Of Fire, l’esibizione si avvia alla fine. Immancabile, ovviamente, il teatro “unico” con Joey DeMaio. Tra “esuberanti sfoghi emotivi” e la “rivelazione di una profonda comprensione di quale sia il principio cardine della vita”, seguono, per ordine del capo – zoticone, gli urli monolitici della folla “Fuck You”, che rimbombano per le colline di Tolmin. Naturalmente il versarsi la birra sulla faccia, in modo teatrale, e magari pure in bocca… La ballerinetta DeMaio ha deciso di mostrare persino un po’ di “virilità”, se naturalmente intendiamo questo gesto come una forma di “machismo”.

Come extra i Manowar si cimentano, in omaggio a Ronnie James Dio, nel pezzo dei Black Sabbath Heaven And Hell, dove Adams si presenta con il minor grado di gutturalità di tutta la sua esibizione a Tolmin. È suonata alla Manowar, nel finale si aggiunge al pezzo anche il doppio pedale della cassa. Però DeMaio ha più che evidentemente sbagliato uno dei passaggi…

Con Black Wind, Fire And Steel i Manowar salutano dopo un’ora e 45 minuti. Questo classico è troppo poco per lavare via il retrogusto amaro dell’ignoranza verso il loro periodo d’oro. La band ha deciso di suonare ormai praticamente solo pezzi nati dopo il 2000. Un peccato bello grosso, perché il materiale degli anni Ottanta è puro culto, per non parlare dell’indimenticabile classico “Triumph Of The Steel” (1992). Il fatto che DeMaio, alla fine, si spacchi tutte le corde del basso tra tuoni e fulmini finti, non è certo un cerotto sufficiente per quel fastidio sottile e subconscio che riassume il totale di una serata “fiacca”. Per il resto, bel fuoco d’artificio, ragazzi. Ma al Bang Your Head!!! festival di quest’anno sarà ancora più bello! 

Chiudiamola così. Se sei un fan dei Manowar, allora ti deve piacere tutto quello che combinano i Manowar. Quindi non hai diritto a un’opinione. Se a DeMaio e soci girano e da domani si mettono a suonare trip hop, sei un vero metallaro solo se ascolti trip hop. Di sicuro, però, una manciata di qualche migliaio di teste si è goduta il concerto e ha fatto festa con la band, e il materiale è stato eseguito al livello qualitativo richiesto. Bisogna ovviamente aggiungere che durante il concerto si manipola parecchio il suono. Una volta alzano DeMaio all’inverosimile, tanto che la cosa può sembrare persino buffa, quando vedi la chitarra coperta, perfino la voce, e la “ballerina” Joey che fissa un punto davanti a sé, sicuro di sé e altezzoso…. Adams, che a Tolmin ha comunque cantato molto bene, riceve un’enorme quantità di effetto “echo” a sostegno della voce. Quindi, se siete veri fan, allora dovete andare a un concerto dei Manowar in Germania. Tolmin ha offerto una pallida ombra. Però una buona parte della colpa per l’affluenza più scarsa ricade anche sulla band stessa, che non vuole più suonare il materiale classico. Ma anche così è sempre meglio che ascoltare il “recital” di Nessun Dorma di Adams.

Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik


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