La magia del melos prekmurese per sempre (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Grad Tuštanj presso Moravče, Zg. Tuštanj
Data dell’intervista: 05.07.2013
C’è qualcosa di magico nelle parole, nella melodia e nella bellezza ammaliante di canzoni che sono diventate parte della nostra identità, della coscienza di un popolo, del nostro folklore. Una parte di esse l’ha intrisa di melos del Prekmurje anche un uomo di straordinaria penetrazione e di spiccato sentimento, con il senso della bellezza e delle persone intorno a sé. Parlo del »Bob Dylan di Beltinci«, come qualcuno cerca di etichettarlo, il signore con quella chitarra nera, il cappello e l’inconfondibile voce roca, il grande Vlado Kreslin in persona. Sono poche le persone verso cui si può nutrire un rispetto così profondo, quasi reverenziale, ma alla prima stretta di mano un uomo lo riconosci. Dopo quella stretta di mano e uno sguardo dritto negli occhi, io e la mia dolce metà avevamo già capito, subito dopo il concerto al SiTi Teater, che Vlado Kreslin è più di uno che sta sulla copertina di un album, più di quel volto noto della tv – è un uomo con la U maiuscola, e di persone così si può solo desiderare di incontrarne un po’ più spesso. È andata che tra noi è »scattato« qualcosa e dopo il primo contatto via mail sono arrivati una telefonata e poi l’invito personale al concerto di venerdì dalle parti di Moravče. Ma prima ancora, un incontro di persona nella residenza di Vlado, in alto sopra il grigiore di Lubiana. Poco lontano, vicino alla Sava, era iniziato il Rock Otočec, e da dietro la porta, su per la scala addobbata con innumerevoli foto dei figli di Vlado, di musicisti, uomini di cultura, scrittori, gente che dona al nostro popolo quella sfumatura più nobile, in cima alla scala ecco Vlado. Nel pieno degli ultimi preparativi per il concerto, ma con un sorriso sincero sulle labbra. »Ancora un attimo e arrivo, ok?« Aspettiamo giù. Non mi aspetto troppo, perché so che Vlado non ama le interviste. I giornalisti rielaborano quello che si dice, ha detto una volta. Sarei d’accordo, perché gli araldi del quarto potere spesso commettono dannate ingiustizie e distorcono quanto detto. Per questo non mi sarei stupito se non avesse trovato il tempo per l’intervista, ma già il fatto che abbia aperto la sua porta a me e a mia moglie, ci abbia invitati nella sua compagnia e ci porti a Grad Tuštanj era tanto. »Sapete dov’è? Neanch’io ci sono mai stato, ma lo troveremo.« L’assistente Marjan carica in auto l’amplificatore, la chitarra, l’armonica, Vlado controlla che occhiali, libri e gli altri attrezzi indispensabili siano a posto. »C’è tutto!« e si parte.
Lubiana la lasciamo presto alle spalle, la vita rurale di campagna, e il bel casino che c’è sulle strade ce lo accorciamo guardando i cartelloni e chiacchierando. »Presto sarà pronto il videoclip del brano Bejli grm. Il video è eccezionale, oggi ho dovuto controllare gli ultimi mix. Naberšnik è un re, ha davvero feeling per l’immagine …« annuncia Vlado. I sogni di celluloide contribuiranno a immortalare il primo duetto a pieno sangue dei due Kreslin – il padre Milan e il figlio Vlado. Anche per questo il disco Čarobnice, quasi un decennio dopo Kreslinčice, raccoglie e offre una parte dei tesori dell’inesauribile scrigno di idee e melodie che Vlado tesse, scrive e infila nelle nostre orecchie sempre affamate con tanta sicurezza e senza sosta. Dalle casse soffiano i suoni di Bob Dylan, mentre Vlado, con i piedi sul cruscotto, rimugina gli ultimi dettagli prima dell’esibizione. »Dovevi vedere com’era ieri al Lent. Madonna, quanta gente, c’era un’aria che era proprio …« commenta la giornata appena trascorsa. Tempo per riposare non ce n’è. I concerti si susseguono, perché Čarobnice meritano una promozione adeguata, e in più Vlado accontenta il pubblico anche leggendo le sue Pojezije e peripezie, perle aneddotiche dai tour con la Beltinška banda. La maggior parte se n’è già andata, ma il passare e il congedo fanno parte del ciclo della vita. Il ricordo di quelle persone che con calore, sorriso e musica hanno toccato Vlado è però ancora vivo. Per poco non sbagliamo strada, ma Marjan vede comunque in tempo il cartello con la scritta Grad Tuštanj e ci dirigiamo verso la location lungo una tortuosa, romantica strada di paese. Presto arriviamo sulla ghiaia davanti al portone del castello e ci vengono incontro il castellano, sua moglie e gli organizzatori. Un cortile a volte, tra i portici sedie sotto il cielo aperto, di fronte il palco, dove erano in corso gli ultimi preparativi per l’evento del mese, se non dell’anno, da queste parti. Una sedia, un tavolo su cui Vlado appoggerà il suo cappello, e ai lati solo le casse.
Vlado prende in mano la sua chitarra elettroacustica nera e comincia a sciorinare frasi blues. Gli accordi maggiori e minori suonano leggermente scordati, così controlla le corde. Accidenti, servirà di nuovo un cambio. La quarta corda va sostituita, e il maestro lo fa da sé, di persona. »È quella famigerata chitarra nera di cui cantate?« chiedo. »Ma va’! Quella ha più di 70 anni ed è a casa. Mio padre ogni tanto la prende in mano e ci suona qualcosa. Il sound di questa chitarra però …« E già dalla buca scivolano nuovi accordi, glissati melodici, e Vlado, senza amplificatore, intona le battute di Abel in Kajn. Così minimalista e sufficiente, se uno ha qualcosa di sincero da dire. Niente maschere, niente cosmetici o paccottiglia sovraprodotta. »Avreste tempo per parlare magari adesso?« provo, in un momento non proprio felicissimo. »Vedremo. Devo ancora fare le prove con il coro. Poi vedremo …« Non se ne farà niente, penso, ma per me è secondario. Nel cielo hanno cominciato ad addensarsi le nuvole e da quelle masse di piombo si è aperto di colpo un ruscello di lacrime divine, una pioggia che ha lavato per bene la location. Ci sediamo. Sguardi preoccupati verso il cielo, ma la speranza che il concerto si farà non muore. Tutto passa, andrà tutto bene, aggiunge l’organizzatore, e aggiunge che il giorno prima in questa parte della Slovenia non si parlava affatto di pioggia. Anche la terra deve bere qualcosa, e Vlado con la chitarra aspetta il seguito dell’evento. Per rompere la monotonia gli propongo di abbandonarci al momento senza pensieri e, fregandocene di forma e registratori, di passare il tempo con una chiacchierata un po’ più personale. »Va bene,« dice, e davanti al miracolo analogico della tecnica che mi porto dietro aggiunge: »Old school! Sono i migliori …«
Rockline: Come ho già sottolineato, Vlado, per me è un enorme onore e piacere che Lei abbia dedicato del tempo a RockLine, e che possiamo parlare anche di Čarobnice, uscite da poco. A quasi dieci anni da Kreslinčice arriva una specie di seguito. Čarobnice sono un seguito voluto? Lo aveva in mente o il filo rosso della nascita di Čarobnice è tutt’altra cosa?
Vlado: Certo, è una specie di seguito, ma in realtà la cosa è cominciata in tutt’altro modo. Avevo un pezzo con mio padre e ho detto che sarebbe bello pubblicarlo. Ma dove lo pubblico, se lì per lì non ho 15 pezzi nuovi per fare un disco nuovo? Allora mi sono ricordato che da un sacco di tempo non facevamo una compilation, una raccolta dove mettere versioni fuori serie di pezzi, come Texarcana con i Bambi Molesters o Malena con gli Idoli al Cankarjev dom … Per arrangiamenti, esecuzioni, live così, che non puoi mettere in un album normale, dove metti i pezzi nuovi, questo formato stavolta andava benissimo. Non mi spacco più la testa su se sia un concept o no, lo mettiamo fuori e resta documentato, no? Altrimenti li puoi dimenticare in qualche cassetto e … Prima mi hai ricordato il Politični song in inglese, che avevo dimenticato di avere … Era questa la mia guida – documentarli, avvolgerli insieme e far sì che stiano bene lì, tutti insieme.
Rockline: Quest’anno festeggia già i quarant’anni di attività musicale. In questo tempo il percorso è stato molto vario. Presumo che tutto sia stato frutto di un’ispirazione del momento, che irradia da Lei come anima, come uomo. Dai primi passi con la band Apollo, quando si è seduto alla batteria del tutto per caso, dopodiché le cose sono andate avanti. Come riassumerebbe questi 40 anni in una specie di filo rosso, un gomitolo mentale con cui anche Vlado Kreslin si è plasmato nel musicista e nell’anima che è?
Vlado: Non so. Le cose sono successe molto d’istinto. Mi ricordo solo che tutti i compagni di elementari e superiori mi conoscevano perché tamburellavo sui banchi, cantavo e … Per me stesso dico che sono sempre stato così. Sai com’è – quando scarabocchi, fai due conti, rifletti, e scarabocchi a scuola? Anch’io scarabocchiavo, e una cosa restava sempre uguale – disegnavo sempre una band. Il batterista in mezzo, il chitarrista da un lato, il tastierista, il bassista … E sempre solo quello, perché allora avevo sempre la testa agli Stones e ai Beatles … (risate) Disegnavo sempre solo quello. Qualunque cosa facessi nella vita, mi interessava solo quello che disegnavo – avere una band. Il resto – finire le superiori, andare a lavorare, fare vari mestieri – era secondario, perché il pensiero di fondo era avere una band. In 20 o 30 anni di lavoro, quando dovevi fare qualcos’altro, alla fine ho deciso di votarmi professionalmente a questa mia missione personale. Prima le cose erano sempre per sotto mu …
Rockline: Stavolta invece per l’anima …
Vlado: Quello sì che mi interessava.
Rockline: Proprio oggi io e mia moglie parlavamo del fatto che dev’esserci qualcosa, che Lei porta dentro un gene musicale trasmesso nella famiglia Kreslin di generazione in generazione. Di Suo padre so già che era musicista nell’anima e nel corpo, e lo è ancora oggi, ma mi chiedo se l’eredità arrivasse già prima lungo la linea di sangue. I Suoi antenati erano già attivi musicalmente?
Vlado: Non era così in vista come magari sembra adesso. La chitarra di mio padre la vedevo in un angolo, e ogni tanto ci strimpellava sopra. Raccontava che suonava attivamente in una jazz band. Tutti quei pezzi … Sicuramente qualcosa c’è. Mia madre cantava quelle sue canzoni popolari con quel suo gruppo folk, con cui ballava anche a Beltinci. La tradizione tra quei vecchi del posto è fortissima. Mi ricordo quando andavo con lei ai festival, quando andavamo, ovvio, anche a Ptuj, Bled, Lubiana, Opatija, Zagabria, erano tutti carrozzoni, perché partivano due pullman per tre – quattro giorni. Era così allora e parallelamente io crescevo, lo assorbivo come ovatta. È vero però che a casa avevamo anche un’osteria, dove mio padre era figlio dell’oste, del padrone. Purtroppo non per molto, perché suo padre morì presto e arrivò il patrigno, e le cose andarono un po’ più drammaticamente a sinistra, cioè nella direzione sbagliata o come vuoi. Io in quell’osteria sono cresciuto parecchio – parlo del 1964 o ’65 circa – e lì c’era sempre musica dal vivo. Erano vere osterie – con la pista da birilli, con una vera sala teatrale, con il biliardo e con la stanza sul retro dove suonava la band. E quella band era la futura Beltinška banda – erano i fratelli Kocipr, una famiglia di musicisti di Beltinci … Anche questo probabilmente doveva insediarsi da qualche parte e ha trovato posto in me.
Rockline: Visto che è cresciuto praticamente nella stessa casa in cui anche la Beltinška banda ha mosso i primi passi e tenuto i suoi concerti – crescere con il senso del melos del Prekmurje è una cosa, ma Lei col tempo gli si è opposto. Al SiTi Teater mi è rimasta impressa quella Sua storia su come all’inizio vuoi proprio creare musica su cui non si possa ballare, e poi scopri che con gli anni il ballo ritorna sempre di più. Oltre agli Apollo ha navigato in acque country, in acque progressive rock, poi c’è Martin Krpan, con cui la mia generazione La conosce soprattutto, e ora torna alle radici originarie da cui è germogliato.
Vlado: Probabilmente va considerato anche il fatto che fai quella musica, con la formazione che hai, come stai in studio, dal vivo, e il mio obiettivo è registrare musica che si possa più o meno suonare dal vivo. Spesso ho, beh, un paio di pezzi li abbiamo in archivio, che sono molto difficili da suonare. A volte mi dispiace davvero che sia difficile eseguirli, ma ok, probabilmente è così per tutti, no?
Rockline: Nell’ultimo album Drevored non ho avuto questa sensazione, perché i pezzi sono molto naturali ed eseguibili …
Vlado: Parlo dei Martin Krpan e delle cose di prima.
Rockline: Parliamo di eccesso di produzione?
Vlado: No, erano piuttosto complicati. In studio così le cose suonano benissimo, dal vivo no. È una questione di arrangiamento. Con i Martin Krpan avevamo un pezzo in cui parlano Dio e il diavolo – com’è che si chiamava? (la chitarra brontola e canta un pezzo di strofa di Za ljudi »Ho fatto questo mondo di bellezza / l’ho creato per gli uomini / perché mi offrano sacrifici, / perché mi onorino.«) Za ljudi! Elegante barbetta da caprone, seduttore artigliato, / e quell’eterna voce della verità che tuona dal cielo! Era dal disco Bogovi in ovce. Così hard e metal, allora lo curavamo, ma … Voglio dire che anche il tuo contesto, il tuo modo di pensare, dove sei in quel momento, e la band e le persone con cui ti accompagni e che hai accanto, fanno l’immagine finale di te. Tutto il resto è estraneo!
Rockline: Certo! È evoluzione. Mentre scrivevo la recensione del disco Drevored ho detto »la terra natale plasma l’uomo, ma alla fine l’uomo plasma anche se stesso«. Drevored, il disco che ha dato l’ultima nota di indipendenza, è stato uno dei vertici perfetti. La collaborazione con Gal Gjurin si è rivelata molto fruttuosa. Era il secondo disco con Gal?
Vlado: Il primo era Cesta.
Rockline: La simbiosi che si sente è incredibile. Probabilmente Lei e Gal intendete proseguire la collaborazione?
Vlado: Certo! Spero di sì!
Rockline: Si stanno creando nuovi materiali, visto che con Drevored certe cose sono state dette, scritte? Čarobnice sono ora in una fase in cui vanno promosse, nonostante la natura d’archivio. E i nuovi materiali? Sono già in gestazione?
Vlado: Adesso intendi? Non proprio. Ora è arrivata un po’ di bonaccia e mi occupo di altre cose – di un libro e di un film, quindi … Ma non si sa mai! A volte capita di partorire due pezzi in una settimana, a volte due anni nessuno.
Rockline: Proprio questo ho notato – dal 1991 in poi i Suoi dischi uscivano quasi ogni anno, poi ogni due, poi ogni cinque … Le sembra che sia arrivato il momento di una filtrazione più accurata e severa di materiali, ispirazione e testi?
Vlado: Con gli anni diventi più autocritico. Io comunque sono molto autocritico e in quel senso non sono così sicuro di me. Una cosa l’ho già detta una volta e non mi piace ripetermi. Quando sei più vecchio le cose le ripensi tre volte, quando sei giovane invece salti. Arrivi in studio e VAAAAAAUUUU. Basta che suoni e che sia fatta. Wow! Adesso invece le cose le pensi di più e le dai fuori a poco a poco.
Rockline: Čarobnice sono uscite come triplo disco. Ho la sensazione che una selezione più intensa non fosse possibile. Lei ha messo insieme tutta quella roba che negli anni si era accumulata a pieno ritmo e l’ha pubblicata in forma d’archivio. Quanto tempo ha richiesto il tutto – dalla prima idea alla realizzazione finale?
Vlado: Complessivamente? L’idea mi è venuta una volta a gennaio o febbraio.
Rockline: Poi ha lasciato respirare le cose, no?
Vlado: Sì! Quando avevo quel pezzo che ha dato il via a tutto – il brano Tisti bejli grm. Poi mi sono ricordato di tutte queste cose interessanti e ho capito – ma certo – abbiamo questo e quello. Io e Gal ci siamo seduti in studio e ci siamo ricordati: »Ma non abbiamo ancora quel concerto di due anni fa? Aspetta! Andiamo ad ascoltarlo!« e lo ascoltiamo … »Che roba! Come suona! È ottimo! Non è male! Prima divisione! Mixiamolo!« e così l’abbiamo mixato. Poi c’è ancora un concerto dell’anno scorso. »Cos’abbiamo qui? C’è ancora il coro Krka! Fortissimo!« e così le cose si accumulano. Quei quattro o cinque concerti bisognava leggerli, riascoltarli, e all’improvviso la roba è tanta, uau …
Rockline: Registrate praticamente tutti i concerti?
Vlado: No. Al Cankarjev dom negli ultimi anni registriamo. Una volta era tutto così caro, e anche adesso a volte registriamo e il multitraccia crepa. Quella tecnica è sempre il tallone d’Achille. I concerti più grandi più o meno li registriamo, solo che oggi non conviene mettere tutto su disco, e su disco metti ciò che è un po’ diverso. Čarobnice erano così … Ah! Portano il vinello! (si rallegra all’arrivo della squadra che porta spuntino e bevande nel backstage, n.d.A.) Un po’ di vinello! Mi dispiace quasi di non aver portato il vostro Chianti … (risate) Sai cosa? Se concettualmente Čarobnice sono simili a Kreslinčice – Kreslinčice 2? Mica siamo dal meccanico! Il Padrino 2! Non va! Poi è passata di lì mia figlia Čarna e ho detto: »Hey, Čarna! Il disco si chiamerà Čarnice!« »No! No! No!« ha cominciato a opporsi! »Allora saranno Čarobnice!« Poi hanno fatto anche la foto per la copertina, contrastata e nera, e io ci sembro una specie di mago. Come se facessi magia nera … Così sono riuscito a dare il nome al disco d’istinto … Questione d’ispirazione … A volte è così …
Rockline: Quando io e mia moglie eravamo al SiTi Teater non sapevamo nemmeno che si preparasse il disco Čarobnice e che sarebbe uscito.
Vlado: Già. Allora non lo annunciavamo ancora …
Rockline: È stato puro caso, perché noi stessi avevamo sottolineato la magia del momento, dei brani, la magia …
Vlado: Allora ancora non ne parlavo.
Nataša: Allora Lei disse che stava registrando un disco e che era in uscita. »Sto registrando un disco, io e mio padre siamo proprio in studio …«
Vlado: Tre settimane dopo Čarobnice sono uscite, esatto!
Rockline: Coincidenza …
Nataša: Musica magica, no?
Rockline: Di questi duetti finiti nel disco – di quale è più fiero e quale indica come il picco del disco? A parte quello con Suo padre …
Vlado: Sono tutti diversi e faccio fatica a confrontarli. Tutti diversi. Ognuno porta la sua nota, la sua storia, ognuno porta un pezzetto di realtà. Se vai in giro per l’Istria e senti Šajeta cantare in puro istriano a una pompa di benzina, è uau per te, perché ci sta così bene lì. I love it! Se senti Šerbedžija cantare Namesto koga roža cveti, è pazzesco. Se Allan Taylor canta in sloveno: »Daleč je moj rojstni kraj« (con accento americano, n.d.A.) è fortissimo, ma ancora di più se Mary Coughlan canta Dekle moje in sloveno in mezzo a Zagabria! E poi lì sotto posso dire: »Adesso mi capite, prima non mi capivate!« Queste sono le chicche, e ogni canzone ha dietro la sua storia.
Rockline: Quest’anno compirà il sesto decennio della Sua vita.
Vlado: Sì.
Rockline: Magari per il compleanno può fare, come già in passato, un evento concertistico speciale e potremo godere di nuovo di questi duetti speciali dal vivo?
Vlado: Sarà al Cankarjev dom! Le date dei nostri concerti al Cankarjev dom sono sempre state attorno al mio compleanno (Vlado è nato il 29 novembre 1953, n.d.A.). Il primo concerto al Cankarjev dom l’abbiamo fatto il 29, ma non è sempre possibile, così abbiamo il concerto al Cankarjev dom una volta il 28, una volta il 3 dicembre, quest’anno invece sarà, purtroppo, di nuovo a dicembre – il 3 o il 4, lì intorno … Allora magari accenderemo qualche candelina e ci daremo dentro. Quanto agli ospiti – sono sempre ospiti speciali, quindi sarà una specie di festa.
Rockline: Visto che Le si prospetta un’intensa promozione del disco. Non ho visto un elenco riassuntivo di quanti saranno tutti i concerti del tour, e così anche per Pojezije, per le quali dal 2009 conduce presentazioni dei Suoi libri. Che piano di concerti c’è per quest’anno? Si prepara anche qualche tour all’estero – in Australia, Argentina, Uruguay?
Vlado: Per ora no, però ho ricevuto un’offerta per presentarmi a luglio a un festival a Pittsburgh, ma non è andata, non c’erano i tempi. Ho però un’altra cosa dietro l’angolo che in autunno mi prenderà un po’ più di tempo – preparo un disco croato. Ho tradotto i materiali in croato. Spero che qualcosa si senta anche a Sarajevo, ma in linea di principio è tutto in croato …
Rockline: Una gita in queste acque l’ha già fatta con le sevdalinke …
Vlado: Ogni tanto capita che la gente mi dica, fai qualcosa per noi. Questo è per noi – ottimo! Così mi sono detto: »Adesso devo davvero registrare qualcosa!«, ma poi ho di nuovo dimenticato per tutto questo lavoro e così …
Rockline: Sarà come un the best of croato?
Vlado: Sarà un disco intero. Tradotte sono Cesta, Roža, Ena pesem …
Rockline: Črna kitara anche?
Vlado: La chitarra no, perché sarà in sloveno, poi pianifico ancora un paio di duetti che sono già su Čarobnice – questi croati … Gli originali sloveni sono comunque loro … Ma per poter uscire fuori, Roža verrà tradotta in croato.
Rockline: Come funzionano le cose? Ha la sensazione che quell’energia di autenticità di Kreslin sia rimasta così intatta? Qualcosa si è cablato diversamente?
Vlado: C’è una band che suona con Rade Šerbedžija. Ho suonato insieme a loro un paio di volte e si sono accesi per quei pezzi che volevano registrare, io poi ho dovuto tradurre tutto, seppellirmi nelle carte. Poi abbiamo registrato e, sì, le cose sono decisamente diverse.
Rockline: Più acustiche?
Vlado: Assolutamente acustiche. Sono tutti virtuosi e suonano da pazzi! Da pazzi! Una band eccezionale – violini, armoniche, tamburice … Fortissimi! Suonano davvero forte! Sono musicisti accademici, che possono suonare davanti ai reali, suonare nelle osterie e nelle sale da concerto. Gente che padroneggia davvero, e allo stesso tempo sono tipi fantastici, quindi … Magari andremo con loro da qualche parte anche in autunno, forse …
Rockline: Seguirà dunque un tour promozionale in Croazia?
Vlado: Difficile dire! Se capiterà che potremo presentare il disco, allora yes! Non sono di casa là e non ho le cose così sotto controllo. Però, comunque! È bello andare oltre confine!
Rockline: Meglio lasciar fare all’istinto. Da sempre è stato un uomo che faceva le cose prima di tutto per la propria anima, e se uno fa qualcosa di cui può essere lui stesso soddisfatto, le cose vanno avanti anche in positivo …
Vlado: Certo, anch’io ne ho abbastanza come guida … Grazie a Dio il mio gusto coincide con quello del mio pubblico, non con quello di chiunque – con quello di quella percentuale di persone con cui siamo sullo stesso livello intellettuale e sulla stessa lunghezza d’onda e su tutto.
Rockline: Tom Waits, come ha sottolineato di recente, si trascina dietro l’uno per cento di persone e a lui i conti tornano …
Vlado: Da noi la percentuale è piccola e bisogna averne un po’ di più …
Rockline: Io ho la sensazione che qualunque cosa faccia, centri sempre il bersaglio e la cosa funzioni. L’importante è che ciò che lascia lasci una traccia per sempre.
Vlado: Conta sempre il risultato finale. Con Naberšnik abbiamo fatto il video per Tisti bejli grm e, visto che ha girato un mucchio di bei film (Marko Naberšnik, giovane e promettente regista della nuova generazione, ha girato tra l’altro Petelinji zajtrk e il pluripremiato Šanghaj, n.d.A.), la collaborazione con Marko Naberšnik mi commuove. Il videoclip l’ho già visto quaranta o cinquanta volte, eppure mi emoziona così tanto.
Rockline: L’approccio di Naberšnik ha portato sogni di celluloide nella rappresentazione dell’autentico rapporto tra Lei e Suo padre, mostrato attraverso la trasposizione di Tisti bejli grm. Il video esce a breve, ma avete già piani per qualche altro lavoro, per una promozione video-produttiva? Segue magari qualche upgrade sotto forma di film?
Vlado: C’è un gruppo di persone che parla già da un po’ di un documentario, comunque Kozole (Damjan Kozole, autore dei film Pronofilm, Stereotip, Slovenka … n.d.A.) mi ha detto l’altra volta che vede un bel videoclip per il brano Zibaj me, che è la seconda su Čarobnice. »OK, tu scrivi e ne parliamo!« ho detto.
Rockline: I grandi artisti del cinema si offrono da soli …
Vlado: Ho sempre collaborato con loro. Tutti hanno già fatto qualcosa per me – Saša Podgoršek (autore di Sladke sanje n.d.A.), Metod Pevec …
Rockline: Non si sa mai. L’altra volta ho letto il libro Cavazza e nella storia Lei si insinua come ospite fisso dei bagordi da Boris Cavazza, insieme alla formazione classica con Predin … Magari proprio Cavazza diventa una di quelle personalità imponenti che possono dare il loro tocco al prossimo videoclip …
Vlado: Intendi Boris?
Rockline: Mica per Zibaj me …
Vlado: E come c’entra adesso lui? Non è lontano dalla verità, ma non so se l’abbia descritto nel suo libro … Allora avevamo una band. Io e Predin suonavamo le chitarre, Boris cantava. Con Zoran e Boris cazzeggiavamo per notti intere, la moglie cucinava ed era pazzesco – avevamo un repertorio di venti pezzi – tutti gitani! Era già trent’anni fa, se non di più … Con questo abbiamo anche fatto qualche esibizione. Era il periodo in cui ho cominciato a suonare con la Beltinška banda. Nella Lubiana vecchia, lì al Feniks, lui cantava con noi, presentava e recitava nel mezzo. Allora avevamo questa band ed era a tutto gas, e marito e moglie cantavano (Mojca e Boris Cavazza, n.d.A.), quelle canzoni italiane, triestine – che bello! Mojca sapeva cantare così bene, e come cucinava! Alle due di notte arrivavamo fatti, Boris e noi, e lei era già in cucina a grigliare e preparare. Alle quattro era, che ne so, colazione. Non le pesava niente, e poi all’improvviso lei … (la moglie di Cavazza è morta nel 1991 dopo una dura lotta contro il cancro, n.d.A.). Adesso devo andare alle prove! Poi magari ne parliamo ancora …
E già era salito sul palco, stringendo la mano ai ragazzi del Grajski oktet. A preparare tutto il necessario per il concerto serale, in cui non devono mai mancare cuore, melos, affiatamento e sogni e sentimenti da palcoscenico. Questo è un estratto della giornata che ho potuto, onorato dall’invito, trascorrere in sua compagnia. In compagnia dell’uomo con quella chitarra nera, il cappello e le bisacce piene di storie e di cuore. La pioggia nel frattempo era cessata. Grosse gocce avevano benedetto il cortile di Grad Tuštanj, dove poi si è tenuto uno dei più bei concerti a cui abbia assistito negli ultimi anni. Ma questa è già un’altra storia, che merita anch’essa il suo spazio.
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