La morte di Alice Cooper a Bratislava (2009)

0 78

Location: Bratislava / Sportova hala Pasienky / Slovacchia
Data: giovedì, 19.11.2009


Andare a un concerto del leggendario Vincent Damon Furnier è da bollino “obbligatorio per ogni hard rocker”. Parlo ovviamente di Alice Cooper, il nome d’arte che Vincent si è appiccicato addosso tanti anni fa, nei Sessanta. All’inizio sotto il nome Alice Cooper group, nei primi Settanta ha perfezionato lo stile pionieristico di Arthur Brown con una messa in scena da brividi, in pieno stile film horror dell’epoca, e grazie ad album come “Love it to Death”, “School’s Out” e a quelli successivi è diventato la forza trainante dello shock rock e, con gli anni di attività, un’icona del rock americano. Lo scorso anno lo si poteva beccare a Monaco di Baviera, dove in tandem con i Whitesnake Cooper presentava l’album fresco di stampa “Along Came a Spider”. Finito il tour di presentazione, per non annoiarsi Alice Cooper è partito subito con uno nuovo, battezzato Theatre of Death. Dopo la parte australiana e americana, tra estate e autunno, il “teatro della morte” è arrivato anche in Europa, a Bratislava per la prima volta in assoluto: un posto relativamente lontano, ma comunque la “città del crimine” più vicina. Nei giorni in cui ho gironzolato per la città ho visto appena due manifesti che pubblicizzavano il concerto di Cooper, quindi di euforia non c’era traccia. Non conoscendo le abitudini concertistiche slovacche, e con una promozione praticamente inesistente, per me era una bella incognita sapere quanta gente avrebbe attirato l’evento. Alla fine i numeri sono stati niente male: la bella palasport Pasienky, ben progettata e alla periferia di Bratislava, si è riempita in modo più che soddisfacente.

Prima che Bratislava vivesse per la prima volta lo spettacolo di Cooper, i suoi 30 minuti di gloria sono toccati agli Evarest, metallari cechi che avevano già svolto lo stesso compito nell’est della Slovacchia, a Košice, dove Alice Cooper aveva suonato il giorno prima della data di Bratislava. Gli Evarest sono lontani un miglio dal loro stile: suonano il classico gruppo con voce femminile, di quelli che dopo il successo dei Nightwish si sono moltiplicati come funghi dopo la pioggia. Base heavy metal con due chitarre, sommersa da voci femminili e ritornelli melodici: sono le carte su cui puntano gli Evarest, ma sul pubblico non hanno fatto un’impressione granché positiva.

Campanella della scuola come intro, ora si fa sul serio! Lo spettacolo, la storia è iniziata. Alice Cooper è quel personaggio nella storia del rock che ha portato la sua musica sul palco e lì ha creato e diretto show mozzafiato, che non di rado hanno scioccato il pubblico. La storia di Bratislava ha iniziato a intrecciarsi con l’hit School’s Out, il cui compito è scaldare subito la folla: con questa mossa la band riesce a stabilire il contatto col pubblico fin da subito, non poco alla volta durante il concerto, come succede spesso. L’allestimento del palco era maestoso: in alto, in aria, la batteria di Jimmy DeGrass, con scale che ci arrivavano da entrambi i lati, e a fare da scenografia lettere gigantesche appese a distanze diverse, che aggiungevano al palco una terza dimensione, quella della profondità. Che dinamica sul palco! Il chitarrista principale Keri Kelli (ex-Pretty Boy Floyd), piazzato soprattutto sulla destra, e il lato sinistro con l’altro chitarrista Damon Johnson (Brother Cane) e il bassista Chuck Garric (ex-Dio, ex-L.A. Guns..) cambiano di continuo posizione e tempo, durante le parti strumentali si uniscono e tirano fuori una potenza chitarristica demolitrice alla “Iron Maiden”, e quando serve fanno spazio al datore di lavoro e suonano in una penombra apparente, mentre tutti gli occhi sono puntati su Alice Cooper. Forse è proprio tutto questo movimento dei chitarristi la ragione per cui se la sono cavata un po’ peggio con i loro compiti vocali armonici: stavano lì come paperotti inesperti, lontani dai microfoni, e si sentivano decisamente troppo poco. È successo per esempio con Devil’s Blood. L’enorme chilometraggio live ha dato ad Alice Cooper una scuola coi fiocchi: lo zio sa bene come accontentare il pubblico. Sul palco si trasforma in attore, assistito da una squadra di accompagnatori, e insieme scrivono una storia in cui lo spettatore, pardon, l’ascoltatore, cade dentro, e a svegliarlo e a farlo rinsavire sono solo i riflettori accesi alla fine del concerto. La storia è fatta di pezzi d’impatto con pesanti linee di chitarra, che sul palco diventano momenti drammatici, e di marce rock-blues da ballad, che alleggeriscono il ritmo e regalano un po’ di “respiro”, una pausa nel racconto. Ci sono poi diverse lunghe parti strumentali, dove trovano il loro spazio i musicisti che, quando Cooper non è sul palco, escono dalla sua ombra e si prendono qualche momento di autopromozione. Un vero balsamo per le orecchie è il chitarrista Kelli, a cui l’heavy rock sta addosso come un guanto e il cui carisma mette in ombra gli altri musicisti ingaggiati da Cooper. Alice Cooper ha ormai passato i sessanta e non è più un ragazzino, e si sente nella voce, ma la teatralità dell’esibizione gli offre una maschera che gli permette di cambiare le linee vocali a piacimento e di adattarle a ciò che succede sul palco. Sfrutta con abilità questa furba tattica, che a tratti viene fuori perfino benissimo!

La scaletta è sprofondata nei Settanta: l’ossatura era fatta di pezzi che vanno da Love It to Death (1971) ad Alice Cooper Goes to Hell (1976), una vera delizia per tutti i fan del rocker americano. Il cuore era condito con l’hit fuori serie (volente o nolente obbligatorio) Poison e con qualche brano più recente: Wicked Young Man, Dirty Diamonds e Vengeance is Mine, unico estratto da Along Came a Spider uscito l’anno scorso. In pratica il set suonato era un “best of” dei Settanta.

Che “show man” sa essere Cooper! Non stupisce affatto che una volta desse fastidio ai suoi concittadini conservatori, quando sul palco mette in scena uno spettacolo mozzafiato che fa rizzare tutti i peli del corpo! L’assortimento di attrezzi di scena è molto vario: dai palloncini più divertenti ad aggeggi un po’ meno divertenti, che starebbero meglio nel Museo degli strumenti di tortura di Tallinn. Il culmine della teatralità arriva verso la fine, quando, tra i bagordi rumorosi del pubblico, la signora Morte accompagna il protagonista della storia alla forca, dove lo prende per sempre tra le sue braccia…

Naturalmente è tutto solo parte del gioco, l’oppio dei popoli di Cooper, studiato a puntino. Un bel diversivo da vecchio gattone, che ha regalato ai bratislavesi un’ora e mezza di delizie rock. L’unica pecca è stata l’audio: anche la Pasienky, infatti, è afflitta dalla nota sindrome da non-acustica della Tivoli. Ma quello che conta, ovviamente, è che giovedì noi del pubblico siamo andati a letto felici!

autore: Urban Bolta
foto: Urban Bolta

Scaletta:
1. School’s Out (intro)
2. Department Of Youth
3. I’m Eighteen
4. Wicked Young Man
5. Ballad Of Dwight Fry
6. Go To Hell
7. Guilty
8. Welcome To My Nightmare
9. Cold Ethyl
10. Poison
11. The Awakening
12. From The Inside
13. Nurse Rozetta
14. Is It My Body
15. Be My Lover
16. Only Women Bleed
17. I Never Cry
18. The Black Widow (strumentale)
19. Vengeance Is Mine
20. Devil’s Food
21. Dirty Diamonds
22. Billion Dollar Babies
23. Killer
24. I Love The Dead
25. No More Mr. Nice Guy
26. Under My Wheels
—bis—
27. School’s Out


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie