La prima Kadilnica del 2018!
Autore: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data del concerto: 04.01.2018
Si parte con il nuovo anno di concerti e con un nuovo ciclo della famigerata Kadilnica of Death! Vecchi volti e amici, fan dei suoni rumorosi, pesanti, estremi e pure bizzarri, tutti riuniti dove se non nel vecchio, caro Orto bar. La Kadilnica of Death ha aperto il suo programma annuale con un trio incendiario di band del revival del metal della vecchia scuola. Nel posto giusto, al momento giusto. Anche se, in un inverno così mite e piacevolmente caldo, che nei tempi nuovi mostra di nuovo i sintomi “malati” del crollo dei processi naturali del pianeta, una »terapia d’urto« speciale con scossone riscaldante alle ossa non ti serve, ma vabbè. Ecco i veterani del revival old school thrash metal di Lubiana Panikk, i neonati heavy metaller del Litorale Constrictor e le giovani reclute heavy e thrash metal della Bassa Carniola Stramor.
Gli Stramor hanno aperto la serata poco dopo le nove. Sono una squadra che sta insieme da un annetto circa, e si è sentito anche nel loro esordio all’Orto bar. Questi giovani furiosi del metal della Bassa Carniola si sono presentati con coraggio con materiale proprio, infilandoci in mezzo »comoda e collaudata sul sicuro« Paranoid dei leggendari Black Sabbath. La band ha un disperato bisogno di più prove possibili e di una collaborazione stretta, ogni settimana, per limare i pezzi e trovare più affiatamento. Una bella iniezione di soldi nell’attrezzatura da palco non guasterebbe di certo, per far passare il »ronzio delle api« (i riff di chitarra) piano piano al »rombo di uno sciame di calabroni«. E ovviamente ancora un po’ di lavoro sull’»outfit« da palco e più attenzione all’accordatura degli strumenti (le chitarre). Un inizio bello e promettente e, naturalmente, un elogio speciale al batterista, che con la sua qualità ha tenuto efficacemente insieme l’esibizione di questa ciurma di giovani tosti.
Anche se sulla carta i Constrictor sono una band nata da pochissimo, questi ragazzi si conoscono benissimo, visto che una volta suonavano insieme negli Underground e nei Silent Pray. Si è sentito subito anche all’Orto bar, già durante il rapido check iniziale, a cui è seguita un’esibizione sul palco grintosa e cattivissima. Il suono di entrambe le chitarre era sempre graffiante, tagliente, affilato e pure curato nei dettagli (sostenuto da un »gear« più che soddisfacente). La band ha suonato un mix di vecchi pezzi degli Underground, di nuove cose firmate da loro, e ha aggiunto in scaletta due classici del metal, di due gruppi le cui influenze si sentono nel modo di suonare della band: il carismatico frontman Mario Murgič ha risolto in maniera superiore Stampede (Accept), studiandola alla perfezione (anche i passaggi di chitarra non erano un riflesso così fedele dell’originale come la »rielaborazione« di Murgič delle voci di Marko Tornillo). In realtà, per la sua anzianità, la band è molto ben rodata, sta già sviluppando il sound rumoroso e cattivo che serve e sfrutta con agilità il palco, anche se, nel caso del piccolo spazio dell’Orto bar al piano di sopra, è difficile dare un giudizio credibile su questo. Insomma. Sotto ogni aspetto, dalla testa ai piedi, un’esibizione e una presentazione molto, molto buone. La band è un blocco compatto e speriamo che arrivi presto un debutto in studio e che la squadra non si trasformi prima in un altro gruppo, o magari non si sciolga dopo qualche concerto. Murgič è un cantante di livello altissimo, entra nella quinta ottava con una leggerezza da piuma. Con un frontman così, la squadra di questi tosti ragazzi di Šempeter pri Novi Gorici non può che salire sempre più in alto.
All’ultimo valzer tossico della serata hanno pensato i thrasher Panikk, che dopo un bel po’ di tempo è stato un vero piacere rivedere e risentire sul palco. Anche se il frontman Gapa si è scusato con il pubblico per la stanchezza, visto che è piombato al concerto direttamente da Kranjska Gora, la stanchezza non si è notata nemmeno un po’. I Panikk, senza compromessi e secondo il principio “niente prigionieri”, hanno devastato l’Orto con un thrash schiacciasassi che da noi non ha rivali. Il riffing di prima classe del duo Gašper Flere/Jaka Črešnar taglia affidabile come una sega circolare, la sezione ritmica martella come artiglieria da guerra, e Gapa, nel suo stile inconfondibile, vomita senza pietà critica sociale e politica su tutto il resto. Con un suono eccellente, i pezzi di entrambi gli album hanno brillato di una luce bellissima e, in un batter d’occhio, i Panikk si sono già congedati con l’inno finale Panikk Attack, regalando così un finale micidiale a un’altra grande Kadilnica del giovedì.
Testo su Stramor, Constrictor: Aleš Podbrežnik
Testo su Panikk: Rok Klemše
Scaletta
CONSTRICTOR:
01. Constrictor
02. Burn in Hell
03. Brutalizer
04. The Evil That Man Do
05. The Beast Arises
06. Stonehearst Asylum
07. Stampede
PANIKK:
01. Playground of Visions
02. Under Pretence
03. Eyes Don’t Lie
04. Unbearable Conditions
05. Away From Reality
06. Reconstruction
07. Discarded Existence
08. Sedated In Utopia
09. Rotten Cells
10. Panic Attack
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