Le Jagode nel menu del Bazen di Kranj (2009)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Izbruhov bazen / Kranj
Data del concerto: 17.09.2009
Spettatori: 150
Prezzo del biglietto: 15 €

Il Bazen di Kranj ha sempre saputo come garantire concerti coi fiocchi, con band di livello che nella sua atmosfera unica hanno regalato più di una serata indimenticabile. Chi ci mette piede una volta, ci torna sempre. È come un libro così avvincente che ti risucchia e non riesci a chiuderlo senza averlo letto fino in fondo. Anch’io sono tra quelli. Tra quelli che ci vanno ogni volta che il tempo lo permette, e che continueranno a farlo ancora a lungo.Venerdì l’organizzatore ha portato negli spazi dell’ex piscina olimpica, abbandonata da una vita, le leggende hard/heavy bosniache Divlje Jagode, mentre il ruolo di apripista è toccato ai rocker di Brežice Broken Arrow.

BROKEN ARROW
C’è ancora un sacco di gente innamorata degli anni Ottanta, quando regnavano pettinature vistose, storielle peccaminose dal backstage dei grandi gruppi e décolleté nelle prime file: l’epoca in cui comandava il glam. Tra i rocker fedeli al glam ci sono anche i Broken Arrow, cinque ragazzi di Brežice che coltivano la tradizione dei mitici Ottanta, ormai mezzi dimenticati. Tardi, solo verso le dieci e mezza di sera, hanno cominciato a scaldare la sala e, di passaggio, anche i cuori e le ugole sul palco, tra cover e pezzi propri. Tra questi ultimi spiccava già l’opener Glam till the end, il cui sound e testo tracciano senza tanti giri di parole la rotta che la band segue con costanza nel suo percorso musicale. La performance scenica è studiatissima: salti e scambi di posizione sul palco ai ragazzi riescono ormai alla perfezione. Naturalmente buona parte dei riflettori è per il frontman, il cantante Matjaž, che si mette in ottima luce non solo con la chioma vistosa ma con tutta la presenza scenica. Sul palco è sicuro di sé, la paura da palcoscenico l’ha sconfitta da un pezzo. Nei ritornelli in stile coro alla “Def Leppard” lo aiutano spesso tutti e tre i chitarristi: l’effetto crea ogni volta un’atmosfera magica che chiama la pelle d’oca! I chitarristi dovrebbero prendere questo compito molto sul serio in futuro, perché spesso un metro di distanza dal microfono o un movimento troppo energico fanno ballare troppo il volume dei cori di accompagnamento, e questo taglia di brutto la melodicità: l’unico punto debole dell’esibizione dei Broken Arrow. Alcuni dei pezzi propri che ci hanno servito sono in sloveno, altri in inglese; questi ultimi stanno decisamente meglio addosso all’hard rock, ma il pubblico si è divertito e ha partecipato battendo le mani con entrambi. Nel set hanno inserito classici di alcuni giganti degli Ottanta: abbiamo sentito, per esempio, Life loves a tragedy (Poison), Lay your hands on me (Bon Jovi), Dance the night away (Van Halen), Big City Nights (Scorpions) e… Mačka, come omaggio ai Šank Rock, la cui influenza ha decisamente pesato sullo sviluppo della band. In un’ora di concerto hanno dimostrato di essere fatti della pasta giusta e di non mancare di qualità, ma bisogna sapere che per un successo più ampio i ragazzi sono nati 25 anni troppo tardi. Peccato, perché la loro vena per scrivere buone canzoni è ancora ben irrorata!

DIVLJE JAGODE
Che dire delle Jagode? Sono i giganti dell’heavy metal dell’ex Jugoslavia, nel loro repertorio c’è più di un classico senza cui non finisce nessuna serata jugo rock, e non serve essere intenditori per conoscere almeno il loro hit più grande, quello che celebra i destrieri da strada. Ultimamente le Jagode suonano parecchio: appena una settimana prima di questo concerto si potevano beccare a Pivka, e questa sera sono tornate a farsi vedere anche dalle parti della Gorenjska.

C’erano tempi in cui, prima del concerto, il pubblico poteva solo tirare a indovinare chi avrebbe cantato: Pero Gajić, Zlatan Čehić, Toni Janković, magari perfino Žanil Tata? Stavolta il dubbio l’aveva già sciolto la data di Pivka del venerdì precedente: non c’era da aspettarsi che a pochi giorni di distanza salisse sul palco un altro cantante, ed è comparso Marko Osmanović, membro relativamente fresco della formazione stabile dei Divlje Jagode. Insieme a Osmanović sul palco c’erano anche l’ex batterista degli Opće Opasnosti Thomas Balaž, il bassista Zlatan Čehić e, naturalmente, la forza trainante, il chitarrista Sead “Zele” Lipovača.

Per cominciare, stavolta hanno scelto di nuovo Motori. Una mossa che ha un lato buono e uno cattivo. Ha richiamato in sala in un attimo chi durante la pausa si godeva l’aria fresca della vicina Sava, ma dall’altra parte per qualcuno il concerto era già finito dopo il primo pezzo. Purtroppo da noi funziona così: molti vanno ai concerti per una sola canzone e a tutto il resto non danno nemmeno una chance. Nel corso della serata hanno suonato alcuni dei brani migliori e più noti (Ciganka, Let na drugi svijet, Jedina Moja..) e qualcosa di più recente (Marija, Piši mi, Oluja). Hanno ripercorso di corsa la loro discografia, dall’esordio Divlje Jagode (1979) fino a Od neba do neba (2003). Sarà interessante vedere quando le Jagode cominceranno a infilare nei concerti pezzi dal prossimo album, che Zele ha annunciato con orgoglio già più volte, anche stasera. Più o meno a metà esibizione le Jagode alleggeriscono sempre l’atmosfera elettrica con il terzetto acustico Krivo je More, Ne želiš kraj e Marija. Dopo un bel po’ di tempo passato con gli accendini alzati sopra la testa, Zele & co hanno ingranato la quinta con il pezzo Divlje Jagode. Un pezzone, in cui cantano sempre tutti i presenti, rovinato un po’ solo da qualche istante prima dell’ultimo ritornello, quando per motivi a me ignoti riff e voce producono strani suoni che ricordano fin troppo la musica popolare balcanica. Proprio alla fine è successo anche qualcosa che temevo davvero. Alla maniera dei cantanti da hit-parade “one hit” tipo Fredi Miller, hanno suonato di nuovo Motori, che (ancora) hanno fatto scatenare il pubblico da sinistra a destra, da davanti a dietro, ma hanno messo ancora più in risalto la fiacchezza di un’esibizione nella media delle Jagode. Dove sono le perle mai suonate come Bubi, Potraži put, Samo tren…? Quando uno ha alle spalle qualche concerto dei Divlje Jagode, questi diventano fin troppo prevedibili, di routine, si vede quanto sia minima la vera voglia di accontentare gli eventuali buongustai tra i fan. La scaletta non cambia granché: cambia solo l’ordine dei pezzi (un tempo ad aprire erano garantiti Turški marš e Avtoštop), perfino gli interventi tra un brano e l’altro sono sempre gli stessi. Manca quell’autenticità e quella sincerità indispensabili per il dialogo tra band e pubblico, routine e stanchezza si notano fin troppo.

Quando si parla delle Jagode, si parla ovviamente di Zele Lipovača. Fondatore, chitarrista principale e autore della maggior parte dei pezzi, tiene la bacchetta del direttore d’orchestra nella band, e un suo eventuale sguardo storto a uno dei compagni è un serio avvertimento. Parliamo di un musicista eccellente che nella sua carriera avrebbe rifiutato perfino il ruolo di chitarrista principale nei Whitesnake, un virtuoso della chitarra, cosa che dal vivo dimostra sempre in Turški marš, quando in una versione molto dilatata ripropone un classico di Mozart. A Zele la sua eccellenza musicale è andata parecchio alla testa, cosa che durante il concerto si vede più che chiaramente, e l’esempio più lampante è la disposizione stessa sul palco. Nulla da dire sulla posizione di Čeh sul lato destro.. ma che il centro lo occupi Zele, mentre il cantante Osmanović sta a sinistra, sembra davvero strano.

Il simpatico Osmanović, la parte sorridente della band, è in buona forma vocale, un gradino sopra Čeh, che ha preso in carico la voce in tre pezzi (Krivo je more, Metalni radnici e Jedina moja). In alcuni ritornelli Osmanović e Čeh sono aiutati nel canto anche da Zele.

Le Jagode sono un nome grande, da rispettare. A ridimensionarne la grandezza è l’alto numero di concerti. Due, tre volte l’anno il rocker sloveno ha l’occasione di vedere le Jagode dal vivo, ed è questo il motivo principale della partecipazione relativamente scarsa all’evento di venerdì. Beh, noi che c’eravamo abbiamo avuto quello che ci aspettavamo: una buona dose di vecchio caro heavy rock, speziata con la giovane speranza dei Broken Arrow di Brežice.

Foto: Tina Gačnik

Scaletta

Broken Arrow: 1. Glam till the end 2. Polet 3. Lay your hands on me 4. Hit the streets 5. To her 6. Life loves a tragedy 7. Zdaj ko si sama 8. Anja 9. Sanjam jo 10. Dance the night away 11. V tvojih očeh 12. We ride 13. Maček 14. Big city nights Divlje Jagode: 1. Motori 2. Mrak za dvoje 3. Dobro došla Ljubavi 4. Kiša pada 5. Konji 6. Avtoštop 7. Sve iz inata 8. Shayla 9. Turški Marš 10. Krivo je more 11. Ne želiš kraj 12. Marija 13. Divlje Jagode 14. Oluja 15. Piši mi 16. Želim da te imam 17. Let na drugi svijet 18. Morrison 19. Ciganka 19. Kap po kap 20. Šampioni 21. Metalni radnici 22. Jedina moja 23. Motori

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