Legends Of Rock
Data del concerto: 12.07.2006
Numero di spettatori: 707
Prezzo del biglietto: 4500
Per tutti gli ammiratori delle band che hanno fatto la storia del rock negli anni Settanta! Per tutti quelli a cui mancano i suoni dei progressivi, famigerati ed extra-vaganti “punk” ELP, per tutti quelli che vogliono ascoltare ancora una volta l’orchestra di orchidee, riunita alla festa del mago in compagnia degli Uriah Heep, per tutti quelli che cercano da sempre con la “bacchetta da rabdomante” la sorgente miracolosa che ti mantiene giovane come la rugiada e che amano i Wishbone Ash, per tutti quelli che non hanno dimenticato cos’è la forza infernale e originaria della selvaggeria rock n’roll degli indimenticabili Nazareth e per tutti quelli che ricordano con nostalgia Woodstock e l’esibizione della deliziosa ragazza di allora, Melanie, il Legends Of Rock di quest’anno è assolutamente il tipo di festival che, se ci siete stati, vi stava cucito addosso senza ombra di dubbio.
Ovviamente a occuparsi di alcuni dei fan più devoti ci ha pensato, con spirito di sacrificio, chi altri se non Koncert Freak, che con la sua attività, consapevolmente o meno (di proposito o no, l’importante è che si diverta), è uno dei pochi benefattori che tengono vivo e diffondono il retaggio della musica rock tra gli sloveni. Con il minibus su cui viaggiava una piccola ciurma di fan accaldati degli Uriah Heep, cosa che mi riempiva di enorme soddisfazione e di stupore al pensiero che in Slovenia oggi sia ancora possibile una roba del genere, il viaggio è volato. Lungo la strada ci siamo fermati, e qualcuno di noi si è unto con un gulasch ipercalorico, mentre io e Peter, dopo un’accoglienza calorosa allo “sportello stampa” della biglietteria di Wiesen, ci siamo ritrovati ben presto in mezzo ai vapori del prato destinato al campeggio. Perché una tenda, se il festival durava un solo giorno? Il giorno dopo qui suonano i Deep Purple, quindi perché tornare in Slovenia, mica ho battuto la testa al punto da beccarmi per caso una commozione cerebrale fatale che mi trasformasse in uno “yuppie prematuro”. Nemmeno i Divlje Jagode a Veliko Ubeljsko compensano la cosa. In ogni caso, la regione in cui si trova Wiesen è la terra delle fragole! E parliamo di fragole allevate in cattività, cioè fragole addomesticate. Fragole e frutta (pere, eccetera…). Nello stemma del “paesino” di Wiesen c’è addirittura disegnata una grossa fragola rossa e succosa, tutta “gnam – gnam”. Il fatto che quel giorno mi sia pure lavato i denti, comunque, ormai non conta più. Andiamo quindi all’area del festival.
Un enorme tendone bianco che, a un primo sguardo poco attento, sembra un castello di Disneyland, è chiuso su due lati. Da una parte c’è il palco, con le tribune VIP di traverso, dall’altra si apre sulla cittadina del festival, dove puoi servirti di intrugli da fast food, comprare souvenir e altre cianfrusaglie per i parenti, CD, e perfino scaricare il carico in eccesso nei bagni,… Di fronte al palco c’è ovviamente spazio per circa 4000 persone sotto il telone. Da lì in poi è tutto aperto e si passa al prato, coperto da erba inglese regolarmente tagliata. Il prato sale con una leggera pendenza, per cui se sei sfinito o stanco ti porti un cuscino (o no) e ti stendi sull’erba, da dove audio e vista sul palco sono comunque ancora del tutto accettabili. Di condizioni di sopravvivenza insopportabili in un tendone del genere, come per esempio al festival Tollwood che ogni anno si tiene a Monaco di Baviera, qui non se ne parla!
MELANIE: 20.30 – 21:35
Le leggende hanno sfoderato l’esibizione più intensa del festival! Più intensa nel senso che è stata pervasa dall’inizio alla fine dalla massima dose di energia rock elementare, che può creare solo una straordinaria sensazione di unione tra riff d’impatto e melodie indimenticabili, che sanno intrecciare insieme solo gli Uriah Heep. Uno show che ti offre davvero tutto! Perfezione pura, dopo la quale desideri subito il prossimo incontro con l’indimenticabile magia che evocano gli Uriah Heep. Ragazzi! Ora filate subito in studio a “sfornare” insieme il nuovo album in studio promesso da tempo e “hop” di nuovo in un nuovo tour, dove ci vediamo a una nuova festa di questo tipo.
A mezzanotte, quando gli indistruttibili Uriah Heep hanno lasciato il palco e i roadie hanno iniziato a preparare tutto il necessario per l’esibizione del maestro, ho già percepito in qualche modo che sarebbe stato il culmine del festival. Il suo organo Hammond e i sintetizzatori moderni erano già montati. Poi sul palco è comparsa un’enorme scatola piena di cavi colorati collegati a dei tasti, e ho capito che si trattava del moog modular, che Emerson usa sul palco più o meno dal 1973. Quel giocattolone gigantesco ha risvegliato un po’ il ricordo delle stravaganti esibizioni di Emerson negli anni Sessanta e Settanta, quando la sua attrezzatura veniva trasportata addirittura su tre camion e lui tra un brano e l’altro piantava coltelli nel suo organo Hammond, si sollevava in aria durante lo show e alla fine immancabilmente sfasciava l’organo. Ovviamente una cosa del genere non c’era più da aspettarsela, perché anche Emerson da tempo è diventato un raffinato membro della società britannica che ama sorseggiare il tè di mezzogiorno con la regina.
Alle 0:30 Emerson e la sua band, in cui oltre a lui c’erano un chitarrista/cantante, un batterista e un bassista, sono marciati sul palco. Emerson, con i capelli grigi ma lunghi, ancora prima di iniziare a suonare sembrava in forma (ha conservato anche un po’ del suo look glam degli anni Settanta). Quando ha girato una manopola sul suo moog modular e questo ha cominciato a tirare fuori suoni elettronici, tutti gli sguardi erano incollati su di lui. Ammetto che all’inizio ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava, perché sia Keith sia i membri della sua band sorridevano con aria da stelle e scuotevano la testa. All’improvviso però ho riconosciuto quell’effetto elettronico che faceva da introduzione all’indimenticabile epopea fantascientifica degli ELP “Karn Evil 9” (più precisamente la sezione 1st impression part 2) dall’indimenticabile “Brain Salad Surgery” (1973) e la band ha subito imbracciato gli strumenti. La mia attenzione era comprensibilmente rivolta per la maggior parte del tempo a Emerson, che dopo tutti questi anni ha perso poco della sua velocità e della sua padronanza degli strumenti a tastiera e suonava senza fatica due strumenti contemporaneamente . Il cantante-chitarrista Marc Bonilla ha cominciato a cantare gli indimenticabili versi “welcome back my friends to the show that never ends…” La sua voce era stranamente simile a quella di Lake, tanto che a tratti ho pensato di assistere a un “vero” concerto degli ELP. Una somiglianza vocale eccezionale, e un po’ anche fisica. Quanto alla padronanza della chitarra, Bonilla batte Lake su tutta la linea. Certo, è un’affermazione un po’ ingiusta, perché a Bonilla faceva compagnia anche l’ottimo bassista Phil Williams, mentre Lake aveva il compito di coprire entrambi gli strumenti, soprattutto il basso. Williams è anche un ottimo musicista che spesso suona il basso come una chitarra, come ha mostrato anche nel suo breve assolo. Keith ha poi presentato la band ed è seguita una grande sorpresa. Ovvero un brano che gli ELP non avevano mai suonato dal vivo – “Living Sin” (Trilogy, 1973). Bonilla ci ha portato anche un po’ del suo modo di cantare e ha aggiunto qualche nuovo arrangiamento alla chitarra, e il brano suonava molto più duro che nell’originale. L’album “Trilogy” è proseguito con lo strumentale “Hoedown” (originale di A. Copland), un altro classico degli ELP, che Emerson ha allungato alla grande, restando però sempre fedele al motivo originale. Di tutte le esecuzioni del concerto proprio “Hoedown” è risultata la più simile alla versione in studio. I brani di “Trilogy” sono fatti apposta per le esecuzioni live, perché sono tra le opere più compatte degli ELP. Poi è arrivata un’altra sorpresa. L’immortale ballata di Lake “Lucky Man” (Emerson, Lake & Palmer, 1970), peraltro il più grande successo della band. Bonilla ha aggiunto al brano arrangiamenti completamente nuovi, il che ne ha accresciuto la profondità. Entusiasmavano in particolare il suo assolo spaziale alla chitarra e l’assolo prolungato di Emerson in chiusura. Senza dubbio una versione che, quanto a cura e arrangiamenti, ha superato l’originale, anche se stavolta il cantante a livello vocale non è riuscito a catturare del tutto la magia originale di Lake. Beh, poi Keith ha annunciato una composizione molto vecchia, addirittura del 1968. Era subito chiaro che si trattava di un classico dei The Nice. È seguita “America”, un brano amatissimo dei The Nice, noto per il fatto che Keith molti anni fa, durante l’esecuzione, per protesta diede fuoco alla bandiera americana e per questo per ben 25 anni non poté esibirsi nella sala filarmonica reale. Stavolta, naturalmente, lo show è filato liscio senza il minimo incidente, e Emerson ha dimostrato la sua perfetta padronanza degli arrangiamenti classici, mentre insieme a Bonilla a un certo punto si sono messi anche a suonare l’armonica a bocca. Keith più tardi, con un’abile svolta, ha fatto scivolare la composizione in “Rondo”, dove con l’aiuto di un sintetizzatore portatile si è concesso anche un comico “duello” con Bonilla. Poi è arrivato quello che durante tutto il tempo prima del concerto speravo in silenzio e devotamente – una delle migliori composizioni mai create dalla mente umana. La fantastica suite “Tarkus” (1971), che nei suoi oltre 20 minuti racconta la storia di un’evoluzione al contrario dopo la guerra atomica, quando hanno preso il potere gli animali-macchina e il carro armato-armadillo Tarkus ha iniziato la sua spietata marcia di guerra. Quando Keith all’organo Hammond ha iniziato a suonare l’introduzione “Eruption” mi sono venuti i brividi. Contiene infatti quel suo famoso assolo, che è la base di una delle creazioni strumentali migliori e più influenti per i tastieristi. Bonilla ha suonato assoli di chitarra aggiunti dove non ce ne sono, in realtà nell’originale la chitarra c’è solo in una parte (“Battlefield”), mentre lui ha accompagnato Keith quasi alla pari per tutto il tempo. Quando è arrivata l’immortale parte “Stones of Years” Bonilla suonava di nuovo come il gemello di Lake. Nella parte “Battlefield” invece, con il famoso assolo alla Floyd, ha attirato di nuovo l’attenzione su di sé. A un certo punto il batterista Pete Riley si è concesso anche un assolo e ha dimostrato di essere una “sostituzione” più che solida per Palmer. Quando alla fine, sopra l’assolo di Keith all’organo Hammond, è ritornato il motivo principale (Aquatarkus), e con esso la fine dell’intera composizione, Emerson ai miei occhi ha confermato definitivamente la sua fama e ha dimostrato che, dopo tutti questi anni, è ancora tra i migliori del mestiere. Così ho vissuto uno dei momenti più maestosi di sempre a un concerto, che a parole non si può descrivere. Non solo “Tarkus” è stata suonata per intero, l’hanno allungata di ben dieci minuti. Venne, vide, vinse – “Tarkus” è stato per me il culmine non solo dell’esibizione di Emerson ma dell’intero festival. La band è tornata dopo una breve pausa per il bis. Dal moog si sono sentite le fanfare ed è seguita “Fanfare for a Common Man” (The Works – Vol. 1, 1977) senza la quale proprio non si può. Di solito viene suonata o all’inizio o alla fine del concerto. Emerson vi ha inserito per tutto il tempo con abilità motivi dei più svariati spunti musicali, dal rock alla classica. Gli ascoltatori in uno dei motivi hanno potuto riconoscere subito il brano dei Van Halen “Jump” (e il loro entusiasmo era indescrivibile), poi una famosa sinfonia di Bach, il volo del calabrone e una parte dello “Schiaccianoci” (nella versione dei The Nice/ELP chiamata “Nutrocker”). Intanto Keith ha dimostrato i modi più svariati di suonare le tastiere, tra cui anche suonare dal lato opposto della tastiera. Anche questa versione era notevolmente allungata. E con questo si è concluso anche il suo show.
L’esibizione di Emerson è stata davvero il nono cielo per ogni appassionato di rock progressivo. Il suono era molto buono, le tastiere di Emerson stranamente non erano spinte troppo in primo piano, così che tutti gli altri strumenti si distinguevano chiaramente, e lo show, come previsto, era a livello professionale, con i singoli musicisti estremamente affiatati e pieni di energia.
Emerson con la sua esibizione energica e professionale ha confermato che dopo tutti questi anni è ancora il simbolo dei tastieristi professionisti, anche se alcuni prima dello show lo volevano già dare per finito. È ancora un vero mago dalle dita veloci e un virtuoso eccezionale , che batte con tre dita sull’Hammond, sulle tastiere elettriche e sul moog modular come se niente fosse. Raramente gli capita di arrivare leggermente in ritardo su qualche motivo. In fin dei conti anche lui è solo un uomo. Attorno a sé nella band è riuscito a radunare musicisti più giovani e di talento, che hanno senza dubbio contribuito in modo importante alla sua rivitalizzazione. È stata senza dubbio una delle migliori esibizioni di cui io sia stato testimone finora. Emerson con il suo show ha semplicemente eclissato del tutto tutte le band prima di lui. È stata davvero una notte irripetibile. Spero che anche quelli che lo vedranno ai suoi prossimi concerti condividano il mio entusiasmo per questo grande musicista
1. Karn Evil 9 (1st impression part 2)
2. Living Sin
3. Hoedown
4. Lucky Man
5. America/Rondo
6. Tarkus
7. Fanfare For A Common Man
Scaletta
KEITH EMERSON BAND URIAH HEEP MELANIE WISHBONE ASH NAZARETH MEENA CRYLE & THE FILLMORE BLUES BAND PORTE: 15:30 INIZIO:16:30
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