Legends Of Rock

0 12

Data del concerto: 12.07.2006
Numero di spettatori: 707
Prezzo del biglietto: 4500

Per tutti gli ammiratori delle band che hanno fatto la storia del rock negli anni Settanta! Per tutti quelli a cui mancano i suoni dei progressivi, famigerati ed extra-vaganti “punk” ELP, per tutti quelli che vogliono ascoltare ancora una volta l’orchestra di orchidee, riunita alla festa del mago in compagnia degli Uriah Heep, per tutti quelli che cercano da sempre con la “bacchetta da rabdomante” la sorgente miracolosa che ti mantiene giovane come la rugiada e che amano i Wishbone Ash, per tutti quelli che non hanno dimenticato cos’è la forza infernale e originaria della selvaggeria rock n’roll degli indimenticabili Nazareth e per tutti quelli che ricordano con nostalgia Woodstock e l’esibizione della deliziosa ragazza di allora, Melanie, il Legends Of Rock di quest’anno è assolutamente il tipo di festival che, se ci siete stati, vi stava cucito addosso senza ombra di dubbio.

Ovviamente a occuparsi di alcuni dei fan più devoti ci ha pensato, con spirito di sacrificio, chi altri se non Koncert Freak, che con la sua attività, consapevolmente o meno (di proposito o no, l’importante è che si diverta), è uno dei pochi benefattori che tengono vivo e diffondono il retaggio della musica rock tra gli sloveni. Con il minibus su cui viaggiava una piccola ciurma di fan accaldati degli Uriah Heep, cosa che mi riempiva di enorme soddisfazione e di stupore al pensiero che in Slovenia oggi sia ancora possibile una roba del genere, il viaggio è volato. Lungo la strada ci siamo fermati, e qualcuno di noi si è unto con un gulasch ipercalorico, mentre io e Peter, dopo un’accoglienza calorosa allo “sportello stampa” della biglietteria di Wiesen, ci siamo ritrovati ben presto in mezzo ai vapori del prato destinato al campeggio. Perché una tenda, se il festival durava un solo giorno? Il giorno dopo qui suonano i Deep Purple, quindi perché tornare in Slovenia, mica ho battuto la testa al punto da beccarmi per caso una commozione cerebrale fatale che mi trasformasse in uno “yuppie prematuro”. Nemmeno i Divlje Jagode a Veliko Ubeljsko compensano la cosa. In ogni caso, la regione in cui si trova Wiesen è la terra delle fragole! E parliamo di fragole allevate in cattività, cioè fragole addomesticate. Fragole e frutta (pere, eccetera…). Nello stemma del “paesino” di Wiesen c’è addirittura disegnata una grossa fragola rossa e succosa, tutta “gnam – gnam”. Il fatto che quel giorno mi sia pure lavato i denti, comunque, ormai non conta più. Andiamo quindi all’area del festival.

Un enorme tendone bianco che, a un primo sguardo poco attento, sembra un castello di Disneyland, è chiuso su due lati. Da una parte c’è il palco, con le tribune VIP di traverso, dall’altra si apre sulla cittadina del festival, dove puoi servirti di intrugli da fast food, comprare souvenir e altre cianfrusaglie per i parenti, CD, e perfino scaricare il carico in eccesso nei bagni,… Di fronte al palco c’è ovviamente spazio per circa 4000 persone sotto il telone. Da lì in poi è tutto aperto e si passa al prato, coperto da erba inglese regolarmente tagliata. Il prato sale con una leggera pendenza, per cui se sei sfinito o stanco ti porti un cuscino (o no) e ti stendi sull’erba, da dove audio e vista sul palco sono comunque ancora del tutto accettabili. Di condizioni di sopravvivenza insopportabili in un tendone del genere, come per esempio al festival Tollwood che ogni anno si tiene a Monaco di Baviera, qui non se ne parla! 

MEENA CRYLE&THE FILLMORE BLUES BAND:16.30-17.00
Si è partiti puntualissimi! Sul palco sono comparsi dei fanatici locali austriaci che hanno sorpreso parecchio con una padronanza di prim’ordine del “rhythm n’ blues”. La carismatica Meena Cryle, mora, e la sua band, The Fillmore Blues Band, hanno messo insieme un’ottima esibizione compatta in cui regnava Meena, con una grande performance vocale e un’intensità che evocava il sentimento di una Aretha Franklin, nientemeno. La band ha brillato per affiatamento e ha offerto un ottimo  suono live. Me, da perfetto profano, ha lasciato bello scioccato, e spero anche tanti altri turisti che si sono “catapultati” da chissà dove in Austria al festival Legends Of Rock. Apertura coraggiosissima.
 
NAZARETH: 17.40 – 18.35
Sul palco sono saliti per secondi i nostri vecchi conoscenti, i leggendari scozzesi scatenati del rock n’ roll Nazareth. Al momento della loro esibizione il parterre si era infittito in modo incredibile e contava di certo circa 3000 teste, che con quelle sdraiate sul prato dietro il parterre fanno 4000. I Nazareth non hanno tentennato. Prima il palco si è riempito per bene di fumo, poi vi si è insinuato il suono di un intro celtico con la tipica melodia delle Highlands. I ragazzi sono accolti con un saluto fragoroso dalla folla e attaccano subito con una scelta perfetta per aprire qualsiasi loro show, Miss Misery. I leggendari Dan McCafferty e Pete Agnew, sulla tarda cinquantina (o primi sessanta, b?), non hanno ancora fatto i conti con quella caratteristica tipica del fenomeno spedito dalla costola di Adamo (leggi: la donna), ovvero la birichinaggine occasionale, e anche la scaletta l’hanno riempita di pezzi che cantano le fatiche dell’addomesticare con “carota e bastone”. I Nazareth hanno offerto subito il loro suono standard, rockettaro, elevato, crudo e riconoscibile solo da loro. McCafferty alla voce resta dopo tutti questi anni immacolato. Dopo Miss Misery Dan annuncia un pezzo vecchio di 150 anni e continua dicendo che è dei tempi di: “….when I was beautifull and tall….” e i Nazareth già sfrecciano con Razamanazz. Dopo This Flight Tonight hanno rallentato il tempo, ma l’atmosfera è cresciuta, perché è seguita la fenomenale ballata Dream On, dove Dan ha brillato in assoluto con una prestazione che ha fatto venire i brividi senza il minimo sforzo. Una canzone di cuori spezzati… Beh, perché i Nazareth non risultassero per caso e per disgrazia troppo seri, sono tornati a fare i buffoni di prim’ordine, aprendo con il brano Holiday. Dan ha detto, a proposito, che è il racconto del soggiorno della band in California e delle esperienze di laggiù, ovvero della sensazione di quando hai tutto a palate. Ma i momenti allegri e sfrenati non erano certo finiti e My White Bicycle, ha risvegliato le note abitudini che i Nazareth si sono portati da Amsterdam, mentre McCafferty durante il pezzo si è concesso anche qualche passo di danza leggero come una piuma, direttamente dalle alture delle Highlands. Finito il pezzo Dan si concede un sorso d’acqua da una bottiglietta di plastica e accompagna il gesto con un commento: “This is water! Fish fuck in it!” Grazie dell’avvertimento Dan, d’ora in poi proverò a vivere respirando vapori acquei. Shanghai’d In Shanghai Jimi Murrison l’ha condita con arguzia in un passaggio, prendendo in prestito il riff di Satisfaction dei Rolling Stones, ma ai concerti dei Nazareth ormai è una costante. Di nuovo donne, insomma, e stavolta addirittura di quelle ortodossamente birichine! In Whiskey Drinkin’ Woman, dove Pete e Dan hanno offerto nel ritornello un duetto vocale limato “al millimetro”, che riproduceva con genialità quel tipo di armonia dai CD (“vinili”) della band. La parte regolare dello show i Nazareth l’hanno chiusa grattando  il “pelo del cane” (“capelli del cane”, come preferite). McCafferty durante il pezzo ha preso in mano la sua cornamusa scozzese e quello è stato il culmine dell’esibizione dei Nazareth. Sul palco è comparso a un certo punto anche un “roadie” (leggi: uno dei tecnici della band), a cui è toccato il compito di picchiare il più forte possibile su un oggetto da cui usciva un suono percussivo che ricordava il tintinnio di un campanaccio da mucca. Lo conoscete quell’unico, brulicante e penetrante riff di Hair Of The Dog, vero? He, he, he… e brrrr…. Così le leggende sono sfrecciate giù dal palco, per poi tornare in un attimo, e il bis l’ha aperto l’ottimo batterista Lee Agnew, figlio tra l’altro del bassista Pete Agnew! Non puoi non riconoscerlo dalla tipica fronte alta ereditata dal padre, ma più che altro contava che i ragazzi hanno suonato un’energica introduzione di batteria a cui si è presto aggiunto al basso suo padre, e per qualche momento i due hanno così “pestato” sul palco all’unisono, nello stesso tempo, poi, quando sul palco si sono ritrovati di nuovo i Nazareth in formazione a quattro, aprono un nuovo capitolo sulle donne, più precisamente sulla “nottambula” (Night Woman). Di certo ha rimesso il pubblico bello in piedi. E ancora più compatta ha scalpitato la platea quando i Nazareth, per chiudere, hanno suonato il loro più grande successo Love Hurts, dove la band ha ricordato ancora una volta come padroneggia il canto a più armonie con i cori e in cui ha dominato ancora una volta l’unico e inimitabile cantante Dan McCafferty con la sua voce indimenticabile. Strilla ancora oggi come in trance e ricorda, a dirla in modo un po’ superficiale, una “Janis Joplin sotto la pelle da maschio”! Impeccabile! Impeccabili anche i Nazareth! La gente era visibilmente euforica. È stato troppo breve! Il gruppetto di sloveni in prima fila, con cui avevamo condiviso il minibus da Lubiana a Wiesen (leggi: “ondeggiando da Lubiana a Uisen”),  comandato dal grande e intrepido capo-concerti “Concert Freak”, era per esempio, lui compreso, sudato fradicio e con le facce paonazze, ma non nascondeva la resurrezione orgasmica, di essere stato appena investito da un grande mortaio rock n’ roll della Prima guerra mondiale, che li aveva bombardati per bene con bombe rock n’ roll uniche nel loro genere. Bombe che ancora oggi i vecchi, buoni e rodati Nazareth distribuiscono da maestri, in modo efficace, breve e conciso.
 
Scaletta dei Nazareth:
1. Intro
2.  Miss Misery
3. Razamanazz
4. This Flight Tonight
5. Dream On
6. Holyday
7. My White Bicycle
8. Shanghai’d In Shanghai
9. Whiskey Drinkin’ Woman
10. Hair Of The Dog
—bis—
11. Night Woman
12. Love Hurts
 
WISHBONE ASH: 19.10 – 20.00
Aspettavo i Wishbone Ash con impazienza, perché non avevo mai avuto occasione di vederli dal vivo in vita mia. Va beh, mento. C’era il tour “Twin Barrels Burning” e la Hala Tivoli nel 1982, quando coi Wishbone Ash suonava Trevor Bolder, di cui parleremo a proposito degli Uriah Heep, ma allora i miei vecchi mi avrebbero scuoiato vivo se a 12 anni fossi scappato di casa per andare a un concerto rock. Wishbone Ash! Bacchetta da rabdomante! Anche la Flyin’ V tra le mani dell’unico membro originale della band, il chitarrista/cantante Andy Parker, ricordava di continuo una bacchetta da rabdomante. Il quartetto ha calamitato l’attenzione per la prima volta quando ha usato un curioso metodo di accordatura. A occuparsi dell'”accordatura” sono stati infatti i membri stessi della band. Prima Muddy Manninen e Andy Parker hanno attaccato un motivo in armonia di terze e la gente era convinta che il concerto fosse iniziato sul serio. I ragazzi si interrompono dopo qualche secondo. Parker fa un cenno al collega. Si va avanti. Seguono le armonie multivocali. Con lo stesso principio. Qualche “sillaba” melodica e i ragazzi sono pronti. Lasciano il palco giusto per un minuto. Rieccoli su. Adesso si fa sul serio. Il primo pezzo è uno strumentale. Ha mostrato tutte le caratteristiche dei Wishbone Ash. Maestri delle doppie armonie di chitarra in terze, e lo strumentale quasi piangeva per quella tipica melodia di cui i Wishbone Ash sono i pionieri. Accordatura eccezionale. Tranquillo, sereno. Soprattutto tranquillo. Direi persino un inizio trattenuto, ma nel secondo pezzo hanno scaldato le membra e hanno messo la marcia “più alta”. È seguito un brano dall’album in studio appena uscito “Clan Destiny” (2006) intitolato Healing Ground, e lì il Muddy Manninen ormai seduto si è posato sulle ginocchia la sua Gibson Les Paul durante l’assolo, come se prendesse un bimbo dalla culla per coccolarlo un po’, in più ha infilato un ditale e tirava lunghi “slide” lungo il manico alla maniera della “steel pedal” guitar, il che è risultato una mossa scenica molto accattivante. Nel “parterre” c’era molta meno gente che per i Nazareth. Poco meno di 2000. Anzi, tutto quanto era molto più tranquillo. Certo. I Wishbone Ash hanno portato sul palco un’energia completamente diversa. A differenza degli scatenati e indomabili Nazareth, i Wishbone Ash puntano alla perfezione sonora totale e a un suono live molto più raffinato, concentrati soprattutto sull’esecuzione perfetta del loro materiale e non tanto sulla festa e sull’incendiare la folla. Per questo il contatto della band con il pubblico era tutt’altra cosa e, a differenza dei Nazareth di oggi, i Wishbone Ash di oggi se la cavano molto peggio ai festival. Evidentemente hanno dimenticato cosa significa essere una vera “arena band”, visto che si sono lasciati gli anni Settanta ben alle spalle e si sono adattati del tutto  al ruolo di band da club, che frequentano per lo più “paparini” più attempati, loro coetanei insomma. In altre parole, la sensazione era che la band non sappia o non voglia sfruttare il grande palco, o non voglia fare qualche “stupidaggine” che piacerebbe ai rocker scatenati e arrapati sotto il palco, che l’hanno aspettata per tutto il concerto. Ma di segnali nemmeno l’ombra e anche il “feedback” della folla durante il concerto è stato perciò desolante. Anzi. I Wishbone Ash si sono ritirati ancora un po’ più indietro sul palco e si sono avvitati ognuno al proprio strumento. Però! I veri appassionati e intenditori hanno avuto quello per cui erano venuti. Perché è seguito un pezzo dal disco “Argus” (1972) The King Will Come e dopo di esso Warrior, che di tutti ha acceso di più con il suo riff proto-power metal e anche la folla si è finalmente inserita con più intensità nello spettacolo della band. Il suono era preciso, come già detto. I Wishbone Ash sono eccezionali quanto a precisione da filigrana. Armonie multivocali nei ritornelli, terzine di chitarra. Quella magia ha cominciato a fiammeggiare sul palco, la loro magia unica, vicina alla magia degli Uriah Heep dell'”era Byron”, con un tocco mistico completato dal timbro specifico della voce di Andy Parker. Qui lo show dei Wishbone Ash è decollato. È seguita Tales Of The Wise (“Illumination”, 1996),  e dopo hanno sorpreso con il brano Almighty Blues (“Bona Fide”, 2002), costruito apposta per aprire i concerti. La gente ha ricominciato a dondolare con più intensità e a scalpitare a tempo, quel ritmo che ora i Wishbone Ash dettavano con più decisione. L’ottavo e ultimo (!) brano è stato Time Was (“Argus”, 1972). L’accoglienza incredibilmente fredda ha evidentemente contribuito al fatto che i Wishbone Ash si sono tolti in fretta dal palco e così, dopo appena 50 minuti, hanno lasciato di nuovo la folla e quella sera sul palco non sono mai più tornati nemmeno per un bis. Hanno lasciato un’impressione triste e sbiadita e parecchi si lamentavano e brontolavano, delusi, per un atteggiamento del genere! I Nazareth hanno distrutto i Wishbone Ash! Bagnato come un pulcino con una doccia fredda, non riuscivo a riprendermi dopo l’esibizione dei Wishbone Ash. Pura e nuda routine! Evidentemente bisognerà andare a vederli in un tour da headliner quando saranno da qualche parte in Germania, l’Austria non è proprio nelle loro corde, sembravano proprio esotici. Molti hanno lasciato il posto già durante il concerto, disinteressati, preferendo scolarsi qualche boccale di birra in più nel tendone vicino, il che dimostra che i Wishbone Ash in Austria sono oggi in realtà una band profondamente dimenticata e data per spacciata. Peccato, davvero peccato.

MELANIE: 20.30 – 21:35

 Davanti al palco, appena prima dell’esibizione di Melanie, la scena era completamente diversa. Era attesissima. Una folla di almeno 4000 teste aspettava il suo show in preda alla febbre. La signora, che oggi è bella avanti con gli anni, non si è affatto tolta di dosso il suo look “flower power” ed è salita sul palco avvolta in una coperta variopinta e con una chitarra folk in grembo, insieme al suo accompagnatore che l’aiutava a strimpellare le corde della chitarra acustica, Beau (abbreviazione di Beautifull). Nella sonnacchiosa Wiesen le cose sono tornate al loro posto in un istante, non appena Melanie ha aperto bocca. Il concerto l’ha infatti iniziato con il brano Beautifull People. La gente è esplosa spontaneamente e ha salutato la signora con un applauso scrosciante e grida di gioia. Melanie si è impegnata in modo particolare nell’esecuzione e la sua voce è stata indimenticabile. Dopo tutti questi anni semplicemente magnifica, anzi benedetta, indimenticabile. Potente e letteralmente di quelle che ti colpiscono come un fulmine a ciel sereno e vanno dritte all’essenza stessa delle cose. Sembrava che quella voce potesse tagliare il cemento, soprattutto con quel sentimento e quel fascino specifico che adornano Melanie. Si sentiva quanto Melanie fosse piena di entusiasmo, quanto fosse felice di essere di nuovo sul palco e di poter condividere la sua gioia con la gente, quanto fosse amata e quanto tutto il pubblico fosse assolutamente con lei e dalla sua parte. È seguito il brano Rock N’ Roll Heart e dopo Nickel Song, durante la quale la folla si è infiammata in modo particolare. Gli austriaci dopo ogni pezzo salutavano Melanie con entusiasmo e reagivano sempre con vero fragore tra una canzone e l’altra, il che era davvero scioccante, vista l’ignoranza mostrata dai Wishbone Ash. Evidentemente Melanie è la “scelta del popolo”, la “voce del popolo”, il “desiderio del popolo”!  La signora ha conquistato la folla con una leggerezza tale che è stato un vero piacere seguirla ed essere parte di questo incontro unico, anzi della fusione di Melanie con il pubblico. Segue Jammin’ Alone e dopo il brano Smile, dove la folla ha di nuovo partecipato più attivamente col canto. Poi Melanie ha tirato un po’ il fiato e Beau ha suonato una versione abbreviata del brano Malaguena. L’aria è di nuovo salita di un gradino con Ruby Tuesday. Dopo arrivano I Tried To Die Young e Look What They Done To My Songs e per chiudere suona ancora Peace Will Come. Durante questa canzone il palco è stato inondato da un blu scuro, senza riflettori puntati sulla folla. Questa esecuzione ha lasciato una forte impressione, che non era lontana dall’idea che, se Melanie “dà un pugno sul tavolo” perché ci sia la pace, allora non c’è più alcun dubbio che possa contraddire il fatto che questa specie umana impazzita, condannata a un comportamento autodistruttivo, un giorno forse finirà per metter giudizio. Melanie è stata un momento eccezionale del festival! Una vera lampadina alogena! Forse per i rocker incalliti era un po’ di troppo, ma è stato incredibile vedere quanto Melanie sia ancora amata in Austria e con quale ardore la gente tifasse per lei per tutta l’esibizione. L’energia era grandiosa! Dopo il concerto Melanie è venuta in mezzo alla gente, più precisamente proprio allo stand dove c’era il “merchandise” (leggi: vendita di magliette, CD e altre cianfrusaglie musicali “ufficiali”) e ha firmato con generosità i CD che i suoi fedeli fan le porgevano. Se si fosse votato per l’artista più amata della giornata, Melanie probabilmente avrebbe vinto in quella categoria senza fatica, e al primo posto!
 
URIAH HEEP: 22.20 – 23.40
Aaaaaa!!! Ancora fanatico degli Uriah Heep dopo tutti questi milioni di chilometri di routine concertistica! Ma quando il sangue ti ribolle nelle vene, sai di essere venuto al concerto della tua band preferita. Mi sono appena venuti i brividi solo a ricordare il mio nuovo, indimenticabile incontro con gli Uriah Heep a Wiesen! Gli Uriah Heep si sono esibiti quinti in scaletta e il loro compito era restituire al nome del festival “Legends Of Rock” il suo vero significato. Gli Uriah Heep sono vecchi conoscenti di Wiesen e una band molto amata e apprezzata, per non dire altamente rispettata, in Austria. Lo spazio davanti al palco era di nuovo pazzescamente stipato e questo annunciava una vera mareggiata!!! So Tired e eccoli qui! Con So Tired hanno sorpreso, perché è uno dei punti più deboli dell’album “Wonderworld” (1974) e una scelta non proprio felicissima per aprire un concerto. Forse gli Heep volevano dire di essere un pochino stanchi e magari sazi di tutto. Ma non era assolutamente possibile! In ogni caso questa mia bassa osservazione analitica non si poteva avvertire, perché la folla portava letteralmente la band sulle ali di un entusiasmo euforico attraverso questo pezzo d’apertura del concerto degli Heep. Il mio piagnisteo sull’apertura del concerto è stato subito ulteriormente attutito dall’eccezionale brano AOR Cry Freedom (“Raging Silence”, 1989),  dove Bernie Shaw ha fatto notare per la prima volta che si tratta di un cantante “diabolico”! Il terzo pezzo è stato un vero shock, perché gli Heep hanno scelto addirittura un brano dell’era di John Lawton, che è un boccone terribilmente difficile da interpretare per qualsiasi cantante, per quanto “allenata” sia la voce o innato il senso del canto. Il brano Faling In Love (“Fallen Angel”, 1978) ha riempito lo spazio di energia! Subito dopo i ragazzi sono passati senza pause alla splendida Words In A Distance (“Sea Of Light”, 1995), dove quell’energia è stata solo ulteriormente alzata e il concerto si è davvero infiammato! Gli Uriah Heep si sono presentati come non li ricordavo. L’anno scorso al Biker’s Fest sul Faaker See il palco era lontano quasi dieci metri dal pubblico, due anni fa al Carl Orff Saal di Monaco di Baviera si erano riempiti di sole vecchiette con l’abbonamento al tour acustico degli Heep, nel 2003 gli Heep hanno suonato davanti a metà del pubblico alla Muffathalle di Monaco di Baviera e nel 2002 in Italia (6.7.2002, Riolo Terme), dove gli Heep non spaccano come nei paesi dei popoli germanici. Stavolta sembrava tutto ideale. Spazio stipato di gente, la folla attaccata al palco. La vista del pubblico scatenato ha scosso la band, che si è presentata davvero con tutto il suo slancio. Perfino Trevor Bolder ha fatto qualche movimento scattoso, soprattutto mentre strapazzava fulmineo il basso, quando tirava con energia i suoi “lick” lungo le corde. Proprio Bolder di solito è il miglior indicatore dello stato d’animo generale e della chimica di lavoro della band sul palco. Stavolta Bolder era “furbetto” come non lo ricordavo, e questo significava che gli altri membri galoppavano sul palco a 200 km/h. Box si divertiva di continuo con gesti da “yogi” e si godeva l’energia che gli mandava la folla, e allo stesso modo si divertiva un mondo a prendere in giro i fan delle prime file sulla spartizione dei plettri. Di sicuro è il chitarrista che lancia il plettro nel modo più bello, perché finisca nel posto giusto, nelle mani del fan giusto! La band era sublime. Di nuovo senza una sbavatura. Forse all’inizio di Stealin’ Lee ha accompagnato la voce di Shaw, nelle retrovie, in un tono un briciolo più basso del richiesto, ma è stato tutto qui. I marchi di fabbrica degli Uriah Heep hanno brillato di nuovo in tutto il loro riconoscibile splendore standard. Per i palati fini gli Uriah Heep hanno tenuto in scaletta i classici If I Had A Time e Year Or A Day e hanno confermato la loro inestimabile forza creativa dei giorni nostri con Between Two Worlds (“Sonic Origami”, 1998). Per il resto l’intera scaletta era tarata su uno show davvero “power” e così la formazione ha suonato in un’ora e 20 minuti praticamente la maggior parte dei successi e alcuni dei loro pezzi più noti. Il suono era immacolato, l’affiatamento sublime, e toglieva il fiato soprattutto l’esecuzione perfetta delle armonie vocali a più voci. Tra questi successi non sono mancate né Free Me, dove Shaw ha incitato il pubblico a cantare con gli Heep il più forte possibile, e dopo di essa una The Wizard unica. Come sempre l’atmosfera si è di nuovo elettrizzata al massimo nella seconda parte, quando gli Heep hanno attaccato la struggente Sunrise, per poi scatenarsi con l’oscura e indemoniata Gypsy, che porta un riff heavy metal elementare a cui non si può resistere, e poi lo spazio è stato inondato da una luce pura e bianca, quando Bernie si è seduto su uno dei monitor. Naturalmente. Era July Morning e la serata si stava davvero inclinando verso una nuova mattina di luglio. Nel brano Box spiccava in modo particolare con il suo assolo “wah-wah” vissuto fino in fondo. I ragazzi per chiudere hanno “sparato” Easy Livin’ e il ballo finale di sfrenatezza era garantito. Gli Heep hanno salutato la gente e hanno lasciato il palco. Sono subito tornati. Con la gestione dei minuti l’acqua gli arrivava alla gola! Così Mick Box si è rivolto al pubblico dicendo che la band chiede ai presenti ancora una volta di unirsi a loro in un altro classico. In mano teneva una chitarra acustica, come Melanie prima di lui, a cui Mick in quell’occasione ha tributato un profondo inchino con parole di ringraziamento, non riuscendo a smettere di lodare la sua voce. Enigma risolto in fretta e Lady In Black ha salutato la gente! Ovviamente abbiamo seguito a gran voce e tutti insieme Shaw e compagni sul palco, fino a un finale commovente, pieno di vibrazioni positive e di autenticità, che gli Uriah Heep portano dentro di sé. Di certo dopo Lady In Black ci sarebbero stati bene Look At Yourself o Bird Of Prey, ma per una cosa del genere non c’era più tempo a disposizione.

Le leggende hanno sfoderato l’esibizione più intensa del festival! Più intensa nel senso che è stata pervasa dall’inizio alla fine dalla massima dose di energia rock elementare, che può creare solo una straordinaria sensazione di unione tra riff d’impatto e melodie indimenticabili, che sanno intrecciare insieme solo gli Uriah Heep. Uno show che ti offre davvero tutto! Perfezione pura, dopo la quale desideri subito il prossimo incontro con l’indimenticabile magia che evocano gli Uriah Heep. Ragazzi! Ora filate subito in studio a “sfornare” insieme il nuovo album in studio promesso da tempo e “hop” di nuovo in un nuovo tour, dove ci vediamo a una nuova festa di questo tipo. 

Scaletta Uriah Heep:
1. So Tired
2. Cry Freedom
3. Fallin’ In Love
4. Words In A Distance
5. Stealin’
6. If I Had A Time
7. A Year Or A Day
8. Between Two Worlds
9. The Wizard
10. Free Me
11. Sunrise
12. Gypsy
13. July Morning
14. Easy Livin’
—bis—
15. Lady In Black
 
KEITH EMERSON BAND: 0.30 – 2.00
(Autore del pezzo: Peter Podbrežnik)
Dopo gli Uriah Heep abbiamo finalmente avuto l’esibizione del membro più importante della leggendaria trinità che ha contribuito a rimettere in piedi il rock progressivo e a renderlo popolare anche tra le masse più ampie. Parlo infatti dei “tre sacri re” del rock progressivo – Emerson, Lake & Palmer, che nel 1998 per divergenze hanno (di nuovo) preso ciascuno la propria strada. Mentre Lake al momento si concentra soprattutto sul suolo britannico (l’anno scorso il suo tour nell’Europa continentale è saltato) e Palmer l’anno scorso è passato da Vienna, pare lasciando un’ottima impressione, il mago delle tastiere Keith Emerson è finalmente comparso un po’ più vicino del solito. Non da solo, ma con una band composta da quattro musicisti di primo livello. Ammetto che prima della sua esibizione e del mio primo concerto di Emerson non avevo chissà quali aspettative, e non avevo la minima idea di come si sarebbe presentato. Le mie aspettative erano più o meno pessimistiche, tanto che a un certo punto mi ero perfino immaginato che sarebbe salito sul palco da solo, circondato dalle sue numerose tastiere, a suonare soltanto composizioni dei maestri della musica classica del XX secolo, aggiungendoci qua e là i suoi arrangiamenti. Speravo ancora, devotamente, che magari, se fosse stato di buon umore, si sarebbe ricordato anche di qualche classico degli ELP o dei The Nice. Insomma, mi ero fatto un’idea completamente sbagliata di Emerson, sia come musicista sia come personalità. Probabilmente mi hanno un po’ ingannato anche le registrazioni dei suoi vecchi concerti con gli ELP, dove sembrava non solo un maestro dalle dita veloci ma anche un musicista estremamente energico e lunatico.

A mezzanotte, quando gli indistruttibili Uriah Heep hanno lasciato il palco e i roadie hanno iniziato a preparare tutto il necessario per l’esibizione del maestro, ho già percepito in qualche modo che sarebbe stato il culmine del festival. Il suo organo Hammond e i sintetizzatori moderni erano già montati. Poi sul palco è comparsa un’enorme scatola piena di cavi colorati collegati a dei tasti, e ho capito che si trattava del moog modular, che Emerson usa sul palco più o meno dal 1973. Quel giocattolone gigantesco ha risvegliato un po’ il ricordo delle stravaganti esibizioni di Emerson negli anni Sessanta e Settanta, quando la sua attrezzatura veniva trasportata addirittura su tre camion e lui tra un brano e l’altro piantava coltelli nel suo organo Hammond, si sollevava in aria durante lo show e alla fine immancabilmente sfasciava l’organo. Ovviamente una cosa del genere non c’era più da aspettarsela, perché anche Emerson da tempo è diventato un raffinato membro della società britannica che ama sorseggiare il tè di mezzogiorno con la regina.

Alle 0:30 Emerson e la sua band, in cui oltre a lui c’erano un chitarrista/cantante, un batterista e un bassista, sono marciati sul palco. Emerson, con i capelli grigi ma lunghi, ancora prima di iniziare a suonare sembrava in forma (ha conservato anche un po’ del suo look glam degli anni Settanta). Quando ha girato una manopola sul suo moog modular e questo ha cominciato a tirare fuori suoni elettronici, tutti gli sguardi erano incollati su di lui. Ammetto che all’inizio ho pensato che ci fosse qualcosa che non andava, perché sia Keith sia i membri della sua band sorridevano con aria da stelle e scuotevano la testa. All’improvviso però ho riconosciuto quell’effetto elettronico che faceva da introduzione all’indimenticabile epopea fantascientifica degli ELP “Karn Evil 9” (più precisamente la sezione 1st impression part 2) dall’indimenticabile “Brain Salad Surgery” (1973) e la band ha subito imbracciato gli strumenti. La mia attenzione era comprensibilmente rivolta per la maggior parte del tempo a Emerson, che dopo tutti questi anni ha perso poco della sua velocità e della sua padronanza degli strumenti a tastiera e suonava senza fatica due strumenti contemporaneamente . Il cantante-chitarrista Marc Bonilla ha cominciato a cantare gli indimenticabili versi “welcome back my friends to the show that never ends…” La sua voce era stranamente simile a quella di Lake, tanto che a tratti ho pensato di assistere a un “vero” concerto degli ELP. Una somiglianza vocale eccezionale, e un po’ anche fisica. Quanto alla padronanza della chitarra, Bonilla batte Lake su tutta la linea. Certo, è un’affermazione un po’ ingiusta, perché a Bonilla faceva compagnia anche l’ottimo bassista Phil Williams, mentre Lake aveva il compito di coprire entrambi gli strumenti, soprattutto il basso. Williams è anche un ottimo musicista che spesso suona il basso come una chitarra, come ha mostrato anche nel suo breve assolo. Keith ha poi presentato la band ed è seguita una grande sorpresa. Ovvero un brano che gli ELP non avevano mai suonato dal vivo – “Living Sin” (Trilogy, 1973). Bonilla ci ha portato anche un po’ del suo modo di cantare e ha aggiunto qualche nuovo arrangiamento alla chitarra, e il brano suonava molto più duro che nell’originale. L’album “Trilogy” è proseguito con lo strumentale “Hoedown” (originale di A. Copland), un altro classico degli ELP, che Emerson ha allungato alla grande, restando però sempre fedele al motivo originale. Di tutte le esecuzioni del concerto proprio “Hoedown” è risultata la più simile alla versione in studio. I brani di “Trilogy” sono fatti apposta per le esecuzioni live, perché sono tra le opere più compatte degli ELP. Poi è arrivata un’altra sorpresa. L’immortale ballata di Lake “Lucky Man” (Emerson, Lake & Palmer, 1970), peraltro il più grande successo della band. Bonilla ha aggiunto al brano arrangiamenti completamente nuovi, il che ne ha accresciuto la profondità. Entusiasmavano in particolare il suo assolo spaziale alla chitarra e l’assolo prolungato di Emerson in chiusura. Senza dubbio una versione che, quanto a cura e arrangiamenti, ha superato l’originale, anche se stavolta il cantante a livello vocale non è riuscito a catturare del tutto la magia originale di Lake. Beh, poi Keith ha annunciato una composizione molto vecchia, addirittura del 1968. Era subito chiaro che si trattava di un classico dei The Nice. È seguita “America”, un brano amatissimo dei The Nice, noto per il fatto che Keith molti anni fa, durante l’esecuzione, per protesta diede fuoco alla bandiera americana e per questo per ben 25 anni non poté esibirsi nella sala filarmonica reale. Stavolta, naturalmente, lo show è filato liscio senza il minimo incidente, e Emerson ha dimostrato la sua perfetta padronanza degli arrangiamenti classici, mentre insieme a Bonilla a un certo punto si sono messi anche a suonare l’armonica a bocca. Keith più tardi, con un’abile svolta, ha fatto scivolare la composizione in “Rondo”, dove con l’aiuto di un sintetizzatore portatile si è concesso anche un comico “duello” con Bonilla. Poi è arrivato quello che durante tutto il tempo prima del concerto speravo in silenzio e devotamente – una delle migliori composizioni mai create dalla mente umana. La fantastica suite “Tarkus” (1971), che nei suoi oltre 20 minuti racconta la storia di un’evoluzione al contrario dopo la guerra atomica, quando hanno preso il potere gli animali-macchina e il carro armato-armadillo Tarkus ha iniziato la sua spietata marcia di guerra. Quando Keith all’organo Hammond ha iniziato a suonare l’introduzione “Eruption” mi sono venuti i brividi. Contiene infatti quel suo famoso assolo, che è la base di una delle creazioni strumentali migliori e più influenti per i tastieristi. Bonilla ha suonato assoli di chitarra aggiunti dove non ce ne sono, in realtà nell’originale la chitarra c’è solo in una parte (“Battlefield”), mentre lui ha accompagnato Keith quasi alla pari per tutto il tempo. Quando è arrivata l’immortale parte “Stones of Years” Bonilla suonava di nuovo come il gemello di Lake. Nella parte “Battlefield” invece, con il famoso assolo alla Floyd, ha attirato di nuovo l’attenzione su di sé. A un certo punto il batterista Pete Riley si è concesso anche un assolo e ha dimostrato di essere una “sostituzione” più che solida per Palmer. Quando alla fine, sopra l’assolo di Keith all’organo Hammond, è ritornato il motivo principale (Aquatarkus), e con esso la fine dell’intera composizione, Emerson ai miei occhi ha confermato definitivamente la sua fama e ha dimostrato che, dopo tutti questi anni, è ancora tra i migliori del mestiere. Così ho vissuto uno dei momenti più maestosi di sempre a un concerto, che a parole non si può descrivere. Non solo “Tarkus” è stata suonata per intero, l’hanno allungata di ben dieci minuti. Venne, vide, vinse – “Tarkus” è stato per me il culmine non solo dell’esibizione di Emerson ma dell’intero festival. La band è tornata dopo una breve pausa per il bis. Dal moog si sono sentite le fanfare ed è seguita “Fanfare for a Common Man” (The Works – Vol. 1, 1977) senza la quale proprio non si può. Di solito viene suonata o all’inizio o alla fine del concerto. Emerson vi ha inserito per tutto il tempo con abilità motivi dei più svariati spunti musicali, dal rock alla classica. Gli ascoltatori in uno dei motivi hanno potuto riconoscere subito il brano dei Van Halen “Jump” (e il loro entusiasmo era indescrivibile), poi una famosa sinfonia di Bach, il volo del calabrone e una parte dello “Schiaccianoci” (nella versione dei The Nice/ELP chiamata “Nutrocker”). Intanto Keith ha dimostrato i modi più svariati di suonare le tastiere, tra cui anche suonare dal lato opposto della tastiera. Anche questa versione era notevolmente allungata. E con questo si è concluso anche il suo show.

L’esibizione di Emerson è stata davvero il nono cielo per ogni appassionato di rock progressivo. Il suono era molto buono, le tastiere di Emerson stranamente non erano spinte troppo in primo piano, così che tutti gli altri strumenti si distinguevano chiaramente, e lo show, come previsto, era a livello professionale, con i singoli musicisti estremamente affiatati e pieni di energia.

Emerson con la sua esibizione energica e professionale ha confermato che dopo tutti questi anni è ancora il simbolo dei tastieristi professionisti, anche se alcuni prima dello show lo volevano già dare per finito. È ancora un vero mago dalle dita veloci e un virtuoso eccezionale , che batte con tre dita sull’Hammond, sulle tastiere elettriche e sul moog modular come se niente fosse. Raramente gli capita di arrivare leggermente in ritardo su qualche motivo. In fin dei conti anche lui è solo un uomo. Attorno a sé nella band è riuscito a radunare musicisti più giovani e di talento, che hanno senza dubbio contribuito in modo importante alla sua rivitalizzazione. È stata senza dubbio una delle migliori esibizioni di cui io sia stato testimone finora. Emerson con il suo show ha semplicemente eclissato del tutto tutte le band prima di lui. È stata davvero una notte irripetibile. Spero che anche quelli che lo vedranno ai suoi prossimi concerti condividano il mio entusiasmo per questo grande musicista

 
Scaletta Keith Eemerson Band:
1. Karn Evil 9 (1st impression part 2)
2. Living Sin
3. Hoedown
4. Lucky Man
5. America/Rondo
6. Tarkus
—bis— 
7. Fanfare For A Common Man

Scaletta

KEITH EMERSON BAND URIAH HEEP MELANIE WISHBONE ASH NAZARETH MEENA CRYLE & THE FILLMORE BLUES BAND PORTE: 15:30 INIZIO:16:30

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie