L’epitaffio dei Judas Priest a Belgrado! (2011)

ALEŠ PODBREŽNIK
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Luogo: Belgrado / Arena / Serbia
Data: venerdì, 01.07.2011


I Judas Priest, istituzione indiscussa dell’heavy metal, si stanno congedando piano piano. Quest’anno la scena metal è stata scossa quando i patriarchi dell’heavy metal hanno annunciato l’ultimo grande tour mondiale, intitolato in modo quanto mai azzeccato Epitaph. Purtroppo si avvicina il momento della dura presa di coscienza: le leggende non resteranno giovani per sempre e, una dopo l’altra, ci lasceranno. Il piccolo re del rock ‘n’ roll Dio ci ha già salutati, e anche i Judas Priest e gli altri si avvicinano lentamente alla pensione. Più che meritata, ma a preoccupare di più è che all’orizzonte (al momento) non vedo, a mio parere, nessuna band in grado di prendere il loro posto. Ma basta lamentarsi: i Judas Priest sono ancora qui e ora, e sono già immersi fino al collo nel loro monumentale tour mondiale Epitaph, che dovrebbe durare ben due anni. Dalle nostre parti i Priest purtroppo non ci hanno onorato di una visita, così siamo andati in massa in pellegrinaggio a Vienna, che ci era più vicina, ma ancora più forte ci chiamava dal “Beč” la bianca Belgrado. All’inizio con qualche esitazione, visto che ormai è noto a tutti che i Priest sono “mutilati”, senza metà dell’unico e irripetibile duo di chitarre heavy metal Tipton/Downing. Quel “vecchio scorreggione” ha scambiato la sua ascia con una mazza da golf, il cuoio e le borchie con le scarpe da golf e le polo Lacoste. Ma nonostante il retrogusto leggermente amaro della sua assenza, in fondo non ne abbiamo sentito la mancanza poi così tanto, come potrete leggere qui sotto.

L’arrivo a Belgrado è stato pieno di attesa ed eccitazione, soprattutto quando siamo arrivati a destinazione, la maestosa Arena di Belgrado, davanti alla quale si pigiavano i fan quasi in pieno stile del mitico Heavy Metal Parking Lot. Insomma, si preannunciava un’affluenza clamorosa e nell’aria si sentiva davvero una tensione positiva, aspettando di ritrovarci con i padrini dell’heavy metal. Stavolta, prima dei Priest, a scaldare il pubblico c’erano anche due gruppi spalla locali, ma l’acclimatamento allo stile di vita serbo (“lagano”, eheh) ha chiesto il suo pedaggio, e le band di supporto ce le siamo perse.

I Judas Priest hanno invitato in tour, come ospiti, gli storici hard rocker Whitesnake. Non la combinazione più azzeccata, ma è stato bello vedere anche Coverdale e la sua banda di rompiballe. I Whitesnake si sono ritagliati una bella oretta per presentare il loro repertorio di classici d’acciaio, conditi con qualche pezzo dal nuovo album Forevermore. Ma, a giudicare da quanto visto, anche per i Whitesnake non sarebbe male annunciare piano piano il proprio addio. Il quartetto strumentale è indiscutibile, e non potrebbe essere altrimenti se alle chitarre hai due nomi come Doug Aldrich e Reb Beach, che ha sfoderato da maestro dolcissimi e pesantissimi riff hard rock. Anche la sezione ritmica ha fatto il suo più che dignitosamente, mentre il pomo della discordia è senza dubbio l’eterno ragazzo David Coverdale. Nei primi pezzi ha mostrato molto bene la sua voce dolce e seducente, che però è crollata ben presto. E di canzone in canzone si è spezzata sempre di più. Coverdale riceve un aiuto enorme dal mixer, in modo dolorosamente evidente sulle note alte, per il resto arranca e gracchia come una locomotiva a vapore. Senza il generoso sostegno dei coristi sarebbe uscita ancora più misera. Ma Coverdale proprio non molla. Così, anche in un set relativamente breve, si concede ben due momenti solisti, che per giunta non erano nemmeno niente di che. Da Aldrich, almeno, io mi aspettavo una linea di chitarra più ragionata, per questo penso che nel ruolo di chitarrista di Dio se la sia cavata molto, molto meglio. Ancora più deprimente è stato l’assolo di batteria, che non ha mostrato proprio niente di spettacolare. Comunque, è stato piacevole sentire gli hit immortali come i classici Is This Love, Here I Go Again e Still of the Night, e in modo sfacciato i Whitesnake ci hanno anche provocato con solo qualche secondo di una birichina Slide It In, che poi è scivolata in Fool For Your Lovin’. A venire benissimo è stata soprattutto la commovente title track del nuovo album, la ballad Forevermore. I Whitesnake nel 2011 lasciano così un sapore parecchio amaro, perché Coverdale evidentemente non può e non vuole ammettere di essere, vocalmente, piuttosto malridotto. Il consiglio di Milan Tarot oggi si potrebbe riscrivere parecchio: “Nek ne pušta kose kao Dejvid Koverdejl, nego zabrije kosu kao Rob Halford i sluša Đ U D A S P R I ST!”

Appena i serpentelli bianchi hanno sgomberato il palco, questo è stato coperto da un’enorme bandiera con la scritta Epitaph, dietro la quale i tecnici hanno preparato tutto il necessario per l’esibizione dei Judas Priest. Presto dalle casse è esplosa Battle Hymn e dietro la bandiera hanno preso posizione le sagome dei membri dei Judas Priest. L’entusiasmo nel palazzetto è stato esplosivo all’istante, e i brividi sono arrivati da soli (a me ancora di più, visto che negli ultimi tre, quattro anni ho inseguito la band con ostinazione, ma senza successo)! Per cominciare, purtroppo, i Priest non hanno proposto il seguito logico di Battle Hymn, One Shot At Glory, ma hanno acceso la miccia senza pietà con Rapid Fire. Il suono è stato ottimo fin dall’inizio, a tratti un po’ sporco, ma era tutto al suo posto: il tiro al siluro di Travis con la doppia cassa, i riff heavy metal da enciclopedia sfornati dal nuovo duo Tipton/Faulkner, il basso di Hill, discreto ma affidabile, e sì, stavolta anche le urla assassine e le voci eccellenti del dio del metal, Rob Halford. Proprio il “Metal God” stavolta ha giustificato più che mai il suo immortale soprannome, dimostrando perché è ancora uno dei più grandi nomi vocali dell’heavy metal. È chiaro che Halford non riesce più a raggiungere le linee vocali altissime e assassine per cui era famoso negli anni Ottanta. Ma le note più alte le sostituisce alla grande con altre un po’ più basse, comunque ancora velenosamente acute, e per gli urli celestiali il mixer gli dà un aiutino evidente ma non fastidioso, e con effetti di reverb ed echo mette in risalto lo “scream”. Stando ai racconti mi aspettavo uno show parecchio peggiore, e invece il Metal God ha brillato dall’inizio alla fine. La scaletta è stata fenomenale dalla prima all’ultima canzone, e anche se ognuno ha i suoi preferiti e avrebbe voluto sentire almeno ancora questo o quel pezzo, è stata una selezione perfetta di classici che hanno scritto il genere heavy metal, e c’è stato spazio anche per qualche vera perla. Tra i classici di rito si sono incastrate alla perfezione Heading Out to the Highway, il rullo compressore assassino Judas Rising, la fenomenale Starbreaker e poi Never Satisfied dal primo album, mentre la sorpresa più grande sono stati i brani dagli album più criticati della band, Turbo e Ram It Down, Turbo Lover e la pazza mini-epopea Blood Red Skies. Dal vivo è venuta fuori molto meglio che su disco, perché Travis fa un lavoro splendido rispetto alle batterie dal suono sintetico dell’album. In momenti così, il modo di tirare fuori i toni drammatici era da brividi: i Judas Priest sanno esattamente come costruire un pezzo e come avvolgere nella sua atmosfera una folla di migliaia di teste. Indimenticabile! Durante il concerto Halford ha messo in scena una vera sfilata di moda, cambiando divisa quasi a ogni brano. All’inizio è apparso, chiaramente, tutto avvolto in cuoio e borchie, con l’immancabile berretto in testa, ma l’ingresso più drammatico è stato senz’altro quando è salito sul palco come un profeta, con il cappuccio sulla testa e una croce dei Judas Priest in mano, durante Prophecy. Oltre agli accessori di rito, però, Rob non si è scordato del pubblico: l’ha apostrofato più volte, l’ha incitato e l’ha tenuto di continuo sulle spine dell’attesa. È stata una prestazione di Halford molto migliore di quella, oggi per lui piuttosto tipica, di guardare per terra e stare fermo. Solo durante Hell Beant For Leather si è un po’ riposato, cantandola seduto sulla sua Harley d’acciaio. L’indimenticabile iconografia heavy metal dei Judas Priest è ancora oggi incredibile e immortale! Ai Judas Priest su Epitaph sembra di vederli rinati, e parte del merito va di sicuro a Richie Faulkner, che ha avuto il coraggio di infilarsi le scarpe di K.K. Downing. Si vede che Richie è di gran lunga il membro più giovane della band, perché sul palco era anche il più vivo e carico. Ha mantenuto sempre il contatto con il pubblico, ha fatto headbanging senza pietà e, in generale, ha raccolto alla grande (e con rispetto!) il personaggio e il lavoro di Downing. Per giunta il ragazzo domina davvero il suo strumento: tutte le linee sono state suonate con precisione chirurgica, nessuno spazio per gli errori, e si inserisce a meraviglia anche nell’indimenticabile movimento di fianchi, spalla contro spalla con Glenn Tipton! Lo spettacolo musicale della band è stato completato alla grande da un palco metal, addobbato con enormi catene, un sacco di effetti pirotecnici e di fumo, laser e, immancabili, due croci dei Judas Priest ai lati. I Priest sono tornati sul palco ben due volte e la durata complessiva dell’esibizione ha superato le due ore! Una grande lezione alle band più giovani da parte dei loro padrini! L’inno finale Living After Midnight è stato l’ottimo viatico per continuare la notte a Belgrado. Il futuro dei Judas Priest è ancora avvolto un po’ nella nebbia, anche se promettono un nuovo disco. Ma se questo era l’addio ai Judas Priest, non sarà amaro bensì dolce! Grazie agli dèi del metal, che hanno scritto il libro dell’heavy metal. Se questa è la fine, l’epitaffio della band è già stato scritto: “I can see my future/Writings on the Wall/Legend in My Lifetime/Stories Will Recall” (Leather Rebel, Judas Priest)!

autore: Rok Klemše
foto: Aleš Podbrežnik

Whitesnake;
1. Best Years
2. Give Me All Your Love
3. Love Ain’t No Stranger
4. Is This Love
5. Steal Your Heart Away
6. Forevermore
7. Guitar solo (Doug Aldrich/Reb Beach)
8. Love Will Set You Free
9. Drum Solo (Brian Tichy)
10. Slide It In
11. Fool For Your Lovin’
12. Here I Go Again
13. Still Of The Night

Judas Priest:
1. Battle Hymn (intro)
2. Rapid Fire
3. Metal Gods
4. Heading Out To The Highway
5. Judas Rising
6. Starbreaker
7. Victim Of Changes
8. Never Satisfied
9. Diamonds & Rust
10. Dawn Of Creation (intro)
11. Prophecy
12. Night Crawler
13. Turbo Lover
14. Beyond The Realms Of Death
15. The Sentinel
16. Blood Red Skies
17. The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown)
18. Breaking The Law
19. Painkiller
—bis I.—
20. The Hellion
21. Electric Eye
—bis II.—
22. Hell Bent For Leather
23. You’ve Got Another Thing Comin’
—bis III.—
24. Living After Midnight


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