Let’s Run Somewhere, Let’s Run Away…
Autore: Rok Klemše
Artista: Children of the Night
Uscita: year
Durata: 43:12
Voto: 4/5
Se oggi non sei una band del calibro di Iron Maiden, Judas Priest o magari Saxon, pubblicare un disco di heavy metal purosangue è già un’impresa, visto che il genere purtroppo è in stagnazione da un po’. Per questo è ancora più lodevole quando una giovane band decide di cimentarsi con questo stile, e ancora di più se la band il disco lo pubblica pure. È esattamente ciò che hanno fatto i Children of the Night di Murska Sobota con l’esordio Let’s Run Somewhere, Let’s Run Away…
Sul disco d’esordio il trio, insieme a un bel po’ di musicisti ospiti, sforna quasi tre quarti d’ora di ottimo heavy metal, ogni tanto aiutato da qualche spruzzata di power metal. L’atmosfera particolare la costruiscono gli ospiti, che regalano parecchie parti “folky”, e i cori che sostengono in più punti la voce principale del chitarrista e cantante Silvo Celec, mentre mistero e suspense arrivano dalle voci sussurrate di bambini che emergono in un paio di pezzi. Tutto questo fa capire che Let’s Run Somewhere, Let’s Run Away è un concept completo, curato fin nei minimi dettagli, che conquista con alcune parti strumentali davvero geniali e con momenti sentimentali, creati soprattutto dai testi magici che i Children of the Night hanno scritto ispirandosi alle opere del maestro dell’horror Stephen King, del grande J.R.R. Tolkien, di Antoine de Saint-Exupéry, di Marie Louise de la Ramée e di numerosi film e fumetti di Dylan Dog. Già da questo punto di vista l’album è un “a-must” per ogni fan del fantasy, che per fortuna nel disco suona molto maturo e per niente “cheesy”: i testi hanno un effetto quasi nostalgico e si sposano alla grande con la musica, che nei momenti giusti li veste di un heavy metal incandescente oppure di passaggi da ballad e semi-ballad. La splendida atmosfera del disco si crea già in apertura, con le voci sussurrate di bambini che suonano misteriose e rauche e ci portano dritti nel pezzo heavy mid-tempo Ghostdance. Anche il resto del brano, con l’alternarsi di voce maschile e femminile, risulta inquietante e convincente. Uno dei pezzi migliori del disco, Silver, ci porta con un ottimo riffing iniziale dentro il capolavoro di King, It, e racconta con grande efficacia la lotta contro il male grazie a una buona struttura nelle parti più veloci e a un ritornello eccellente e contagioso, che si incastra bene con la parte di bridge più lenta. Sulla stessa linea prosegue The Boy and the Spider, in cui la voce di Silvo veste i panni del male incarnato del romanzo It, mentre la voce da bambino di Filip Korošec interpreta il ragazzino che si mette di traverso al mostro. Nel pezzo funzionano soprattutto le linee di chitarra, che toccano il culmine in un ottimo assolo nel terzo quarto del brano. Starbirth placa il lato heavy metal del disco, e la (semi)ballad non potrebbe riassumere meglio la tragicità del Piccolo Principe, nelle cui vesti si cala di nuovo Silvo, cantando probabilmente le linee vocali più convincenti dell’album. Del resto le voci sono più convincenti nei momenti più calmi, mentre nelle parti più veloci e aggressive ogni tanto mancano di fiato, forza e convinzione. The Beast Within, con la sua storia di licantropo, naviga in acque leggermente più hard rock e, anche se la voce nelle strofe non rende al meglio, si rifà con un ritornello più forte ed epico che riesce alla perfezione. L’acustica Spun in the Wind ricorda uno dei brani acustici dei Blind Guardian, e con il flauto il pezzo prende un tocco folk che porta bene in musica un testo tragico. The Day the Machine Won è probabilmente il pezzo più debole del disco, e a deludere di più è il ritornello, che suona un po’ vuoto e spento. Ma il retrogusto amaro lo cancella la “trilogia degli anelli” finale, che si apre con Narya, l’anello di fuoco dei nani della mitologia di Tolkien, e ci porta dritti nella Terra di Mezzo: nel pezzo brillano le linee di chitarra contagiose e un altro ottimo assolo, che sfocia in un ritornello possente e pomposo. Come si conviene al fantasy tolkieniano! Nenya, l’anello dell’acqua, è uno dei brani più belli dell’album, che costruisce sulla magia con una crescita lenta, il violoncello e una voce pacata sostenuta da voci femminili aggiuntive. A portare il disco alla fine ci pensa la dirompente Vilya, l’anello dell’aria, che chiude il viaggio fiabesco che i Children of the Night hanno evocato con successo su Let’s Run Somewhere, Let’s Run Away…
L’esordio della formazione di Murska Sobota, nonostante qualche problema di gioventù, è un lavoro degno di lode e un insieme concettualmente compiuto, che il libretto dal design fantastico non fa che arricchire. I Children of the Night hanno dimostrato di saper comporre, arrangiare e strutturare brani dinamici, vari e movimentati, di saper scrivere alcune linee di chitarra davvero buone e di saper portare in musica e nei testi, in modo fenomenale, i temi di alcuni grandissimi autori. Personalmente a tratti mi manca una voce un po’ più potente, che nei registri alti non convince del tutto, ma le fondamenta sono ben piantate e, se continueranno su questa strada, abbiamo sotto gli occhi il nuovo gigante dell’heavy metal di casa nostra.
Formazione
Silvo Celec – voce, chitarra
Tadej Titan – basso
C.N. – batteria
MUSICISTI AGGIUNTIVI:
Dejan Borovič: tastiere ed effetti
Martina Sabotin: pianoforte (Nenya)
Katarina Ficko: flauto (Spun in the Wind)
Tjaša Zorko: flauto (Nenya)
Tanja Dominko: violino (Nenya)
Samir Azzeh: violoncello (Nenya, Spun in the Wind)
Miha Dominko: chitarra (Vilya)
VOCI AGGIUNTIVE:
Katja Žibert, Melanija Markovič, Tanja Dominko: coro (Nenya)
Tjaša Zorko: voce femminile (Nenya, Vilya, Ghostdance)
Igor Korošec: voce maschile (The Beast Within)
Filip Korošec: voce di bambino (The Beast Within, The Boy and the Spider, Starbirth)
Produzione
Dejan Borovič & CotN
Tracklist
1. Ghostdancer
2. Silver
3. The Boy and the Spider
4. Starbirth
5. The Beast Within
6. Spun in the Wind
7. The Day the Machine Won
8. Narya
9. Nenya
10. Vilya