Listen To Nebukadnezar
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Moveknowledgement
Etichetta: Kapa Records
Uscita: 2007
Durata: 44:58
Voto: 5/5
Ogni band che mette piede in studio ha i suoi dischi (o meglio ancora, al singolare: il disco) che potremmo chiamare, provocatoriamente, rubiconi qualitativi, massimi, limiti oltre i quali in pochi riescono a spingersi e a superarli, e che restano di traverso in gola anche alla valorosa concorrenza, sempre che in musica e nell’arte si possa parlare di roba del genere. Anni fa sono caduto del tutto ignaro nell’abbraccio sonico di un caos catartico ma ordinato, fatto di ritmi e melodie ispirati, dopo il quale il mondo non è stato più lo stesso, e nel cuore mi si è cucito a lettere d’oro il nome della band di Novo Mesto Moveknowledgement. In modo definitivo e senza fare il paraculo in nome del gusto universale – grazie alla combinazione giustissima di un gioco distorto con la metrica di roba già sentita, ma rielaborata in modo così maledettamente radicale che, in questo gioco di ombre e geniali eruzioni di pura ispirazione, non c’era né modo né bisogno di cercare riferimenti. Grazie ai dischi precedenti, esordi promettenti, Sun Sun e Ant People, la band la conoscevo già abbastanza da sapere che, con la voce rap del due volte campione nazionale di freestyle Miha Blažič a.k.a. N’Toko a incoronare un costrutto sonico di chitarra meditativa, basso grasso, batteria potente e urla di tastiere analogico-sintetiche atipicamente laceranti, ha assi a sufficienza nella manica per piazzare la capitale della Bassa Carniola sulla mappa dei fenomeni da ballo sloveni, ma non ne conoscevo tutti i dettagli e le sfumature. Quelli si sono svelati a poco a poco, con l’aiuto generoso della mia compagna di vita e guru di ritmi un po’ diversi, che prima non erano così di casa sul mio lato dell’oceano sonoro della consapevolezza – cioè mia moglie. Dopo il primo tuffo nelle onde di marea del mondo oscuro di Nabucodonosor, però, tutto è diventato diverso e fatalmente segnato.
In un’epoca in cui ci siamo costruiti da soli nuove torri della Babilonia moderna e da esse rimbombano più chiacchiere e (non)sensi di quanti siamo noi esseri umani, un terzo disco che già dal nome ci invita ad ascoltare il re che conquistò, sottomise e soggiogò Siria e Israele e accrebbe lo splendore e la potenza di Babilonia è qualcosa che attira già solo per il lato intellettuale del nome. Un nome che in scrittura e pronuncia accadica suona Nabû-kuduri-usur (Nabu-kudur-uzur) e significa »Il Cielo protegga la corona« ovvero »i confini« o »gli eredi«, e consegna al mondo un paradigma mentale su cui meditare. Ascoltare e piegarsi al diktat del grande usurpatore, oppure dietro l’invito e il comando si nasconde un sottofondo cinico, magari persino ironico, che spinge le persone razionali e libere di pensiero alla rivolta e a schierarsi contro i catechismi moderni e l’inserimento mononucleotidico dell’ordine del previsto e del convenzionale? Siccome ero curioso, ho accettato la sfida, che è diventata un gioco catartico con le forze dell’incantesimo, e lungo la sinusoide di un piacere totale mi sono abbandonato volentieri al sortilegio ritmico della ballabilità totale di una fusione totale di hip hop, funky dub alternativo pompato a steroidi ed elettronica più che digeribile, se mi è permesso citarmi dal passato, visto che ne avevo già scritto. La variabile decisiva di questo gioco dal successo totale è stata la riduzione dell’organico, ma soprattutto un fattore di maturità totale, capace di compiere, a soli due anni da Ant People, un salto quantico einsteiniano in dimensioni completamente nuove: l’impatto totale e sfrenato di bassi rinforzati a colpi di decibel, l’erotismo sporco di un suono succoso e, insieme, la suspense perfettamente bilanciata di un gioco per niente noioso, un findfu(n)k totale a spese di tutti quelli che sostenevano che a rock e alternativa non ci fosse praticamente più nulla da aggiungere, perché ormai, a quanto pare, era stato già fatto e sentito tutto. Che bello sbagliarsi, e ancora meglio prendersi in testa una salva di splendidi assi, di cui in Listen To Nebukadnezar non c’è certo penuria, anche perché pop, soul e sdolcinatezze sono diventati roba del passato, mentre i Moveknowledgement sono strutturalisti totalitari e senza compromessi di una forma musicale eclettica e finora commercialmente inutilizzata, che però non è per forza subito inascoltabile – per le mie orecchie, tutt’altro.
Dopo l’esplosione iniziale delle chitarre futuristiche di Wein, i ritmi fluidi e scorrevoli del funkoide Dejan Slak al basso e di David Cvelbar alla batteria, e la genialità urlata ed esibizionista del guru sonoro dei tasti bianchi e neri, il grande Shekuza, la corona la mette la lingua tagliente e brutalmente metafisica di N’Toko, che arriva proprio al momento giusto. Mordente a mille, diremmo senza remore. Listen To Nebukadnezar. Il racconto degli Illuminati, di un mondo nuovo di leggi antigravitazionali e dell’intangibilità della realtà è uno splendido collage sanguinoso del mondo che viviamo, che sosteniamo con le nostre norme di consumo di tutto ciò che ci impongono i media, ci prescrivono gli psichiatri e per cui rinunciamo volontariamente alla libertà di scelta, all’originalità, alla nostra riconoscibilità. In una dittatura bisogna cadere nel mare del grigiore, perché chi spunta sopra la media finisce escluso, digerito, spremuto fuori dagli ingranaggi, dal cerchio di fiducia; con la loro allegoria e la visione di un nuovo ordine mondiale fascistoide, i Moveknowledgement si consegnano al futurismo della ballabilità, che non si placa nemmeno più avanti. Il suono cadaverico e dolce del funk anni Settanta con il brano Necrodog ti si pianta nel cervelletto. I Moveknowledgement prendono in prestito la forma dei Funkadelic, di James Brown, di Sly and the Family Stone, ma incastrano tutto nella cornice del loro mondo di leggi gravitazionali. Lo space jam di moog, tastiere e dell’intera strumentazione si salda alla perfezione al flusso di associazioni di N’Toko, splendide scintille di un treno di pensieri in corsa e di vignette verbali; invece di una predica, qui la lingua è solo un altro strumento, che versa nelle orecchie di una Slovenia abituata alla mediocrità un succoso sugo di slogan, rivolta, ribellione sfacciata contro le norme. Gli slogan sono nascosti in travestimenti inglesi, tutta la struttura è rivolta all’esterno al piacere e all’abbandono alla metrica che dà dipendenza di un ritmo giocoso, ma l’indottrinamento è fatale e definitivo. Lo stupro spettrale di tutti i sensi prosegue dolcemente con la brutale stratificazione del brano Scilla in Karibda, che nella sua struttura dub si discosta, è vero, dal resto più loquace del disco, mentre le urla demoniache degli echi della voce di N’Toko, nella densità di ritmo e melodia, prendono una direzione in cui il giovane oratore di Novo Mesto potrebbe tranquillamente stare accanto alla notoria prima voce di Mr. Bungle, Faith No More, Tomahawk e simili – al grande Mike Patton. Stavolta la penetrazione sonica è roba di casa nostra, miei cari!
La formula chimica dell’esplosività reattiva prosegue con l’ottimo brano Chemicals, seguito dal saltellante e ripetitivo I Am Zorr, che dopo un’intro ripetitiva sfocia in un crescendo di moduli sonori simili a un arcobaleno, attraverso i quali si riversa una pletora ossessa di urla di N’Toko. Tutto somiglia più a una cascata di suono, dove con il suono rustico di dolci tastiere vieni unto e finito definitivamente dal tocco raffinatissimo di quel puntino sulla i che riesce solo a una band passata da singoli individui a collettivo compatto, cosa che ai Muvekom è riuscita senza dubbio. A Barcode è un’eco futuristica, in cui l’insieme si avvicina sempre più alla colonna sonora risonante dell’epoca e dei tempi in cui viviamo, sognanti e sommersi nel dormiveglia della nostra vertigine esistenziale. Un substrato atmosfericamente condensato di chitarra cristallina e di eco stratificato di elettronica, statica, spazio: dopo la meditazione collettiva iniziale di vari minuti, durante la quale socchiudi facilmente gli occhi e cadi in uno stato di ipnosi, di incantamento, di obbedienza al diktat dell’estetica perfetta e della maturità della band, dopo il downtempo e una sensata rottura di contenuto, ci si sposta in una parte più metallizzata, di cui andrebbero estremamente fieri i RATM, ma lasciamo stare i nomi altrui, perché i Moveknowledgement già solo con questo brano si sono guadagnati una standing ovation, che però puoi, per favore, solo prolungare. Magari ti sembra che l’apparentemente ingenuo e leggero I Was There sia un intruso nell’insieme, ma davanti a un sudicio dub-funk-free-alter-hop io mi abbandono volentieri a un approccio più leggero di breakbeat dall’umore assassino. L’estratto funkoide e sporco del pezzo urlante 666 si stacca dall’insieme come l’apice del tutto prevedibile di un otto perfetto, e dopo l’infinita apocalitticità del numero di Satana segue un balzo caleidoscopico, metallofonizzato, nel positivismo dell’annientamento con il brano Positive Energy Death Tunnel.
https://www.youtube.com/watch?v=8dmAqlNk_aE
Proprio con il salto nello splendido biancore di una luce bianca cristallina e con un finale jazzistico-progressivo, la straordinaria terza narrazione di frattali estremamente ingegnosi di suono, contenuto e soprattutto di musica perfetta e sfrenata si chiude in un bellissimo ciclo che urla letteralmente per le ripetizioni, perché dopo mille ascolti intuisci, tasti e assaggi dolci dettagli che al primo, al secondo … al centesimo ascolto non ti avevano ancora colpito del tutto. Listen To Nebukadnezar è un gioco di tutti i sensi maturo e ingegnoso dal punto di vista produttivo, un velo assolutistico e totalitario di perfetta miscela psichedelica di cinque giovani musicisti di talento, nobile trama del disco, che tra molti decenni citeremo a ragione come il risultato perfetto e il superamento della produzione nostrana. Qui non ci sono riempitivi. Tutto ha senso, mordente e maestosità, verso cui per natura tutto gravita facilmente. Come verso un buco nero al centro dell’universo, solo che stavolta il motivo è molto più felice e meno organico, fisico. Nebukadnezar diventa alla fine uno stato dello spirito, meditazione, mantra, parte di uno scioglimento collettivo in questo salto trascendentale sopra lo standard verso sfere di Nirvana perfetto per tutti gli audiofili, e accanto alla band diventi facilmente parte del tutto anche tu, che hai ascoltato Nebukadnezar e lo hai lasciato scivolare sotto la pelle. Per chiunque abbia un grammo di gusto e discernimento estetico è un obbligo, e il disco in questione sta al vertice (se non proprio sul vertice) della classifica dei gioielli perfetti della creazione musicale – lasciamo stavolta da parte, di proposito, la divisione tra nostrani e stranieri, perché l’offerta ha natura universale!
Formazione
Miha Blažič-N’Toko – voce, moog, tastiere, effetti
Uroš Weinberger-Wein – chitarra
Dejan Slak-Sleyk – basso
David Cvelbar – batteria
Miha Šajina-Shekuza – tastiere
Produzione
Moveknowledgement
Tracklist
1. Listen To Nebukadnezar
2. Necrodog
3. Scilla And Karibda
4. Chemicals
5. I Am Zorr
6. A Barcode
7. I Was There
8. 666
9. Positive Energy Death Tunnel