Live Afer Death 2016 – il secondo giorno
Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad
Luogo: Komen / Slovenia
Data del concerto: 02.07.2016
Komen ha una posizione ottima nel cuore del Carso ed è quindi un buon punto di partenza per qualche gita. Tanto per dire, nei dintorni di Opatje selo ti consiglio il monumento ai difensori della terra slovena durante la prima guerra mondiale a Cerje, e da lì, a un paio di chilometri, dall’altra parte del confine, c’è un interessante museo all’aperto con caverne e trincee, anch’esso della prima guerra mondiale.
Sabato siamo tornati sul posto alle cinque del pomeriggio, quando sul palco avrebbero dovuto suonare i black metaller di Zagabria Frozen Forest, ma della band non c’era traccia e sul palco regnavano un vuoto imbarazzante e il silenzio. Non avvisare nemmeno gli organizzatori che non ci sarai non è proprio un bell’atteggiamento…
In compenso, per questo motivo i thrasher serbi Alitor hanno avuto più tempo a disposizione, ma purtroppo non è servito granché, perché al momento non hanno abbastanza materiale per un set più lungo, ma solo quello che offre il debutto in studio Eternal Depression, uscito due anni fa. Peccato, perché il quartetto della Voivodina ha scatenato un vero tornado di thrash metal progressivo, che rende un bell’omaggio a band come Xentrix, Anacrusis e Vektor, mentre gli assoli a tratti ricordano gli ultimi album dei Death. Marko Todorović si occupa di un efficace rimbombo di basso e la sua voce è proprio quella giusta per il lato strumentale della band: ha trovato infatti il giusto equilibrio tra approccio aggressivo e melodico. A tratti i due chitarristi aggiungono le backing vocals a Marko, il che migliora ancora di più il tutto, ma il fascino maggiore degli Alitor si nasconde senza dubbio nelle raffiche di riff di chitarra, che non sono i soliti cliché thrash, ma sono pensati e ben elaborati e si completano alla grande, in un insieme possente, con le linee di basso e una batteria fluida. Gli Alitor sono stati una sorpresa graditissima, di gran lunga la migliore band straniera del Live After Death di quest’anno, e spero davvero che potremo rivederli da noi.
Cosa che non posso dire dei successivi in scaletta, i Krematorium di Fiume. Con il loro set fin troppo lungo di thrash metal generico e pieno di cliché sono stati davvero una rottura di scatole. Tanto più che verso la fine del set li seguiva ormai una sola, unica persona, mentre il cantante della band continuava a lagnarsi che il pubblico si avvicinasse al palco. I pezzi del debutto Body Bags, uscito l’anno scorso, sono stati dimenticati in fretta.
Un ricordo molto più bello e duraturo l’hanno lasciato i concittadini dei Krematorium, i Monox, che l’anno scorso hanno pubblicato anche loro il debutto Perception Changes. Il quintetto di Fiume suona un death/thrash metal ben ancorato alle acque moderne e melodiche, con sfumature djent che a tratti fanno pensare a Gojira o Meshuggah. Tecnicamente la band è preparatissima, a distruggere è soprattutto la sezione ritmica, completata da riff grassi di chitarre a sette corde, e anche la voce di Tonko è varia, interessante soprattutto per certi versi un po’ parlati e un po’ cantati. I Monox sono senza dubbio una band che vale la pena di scoprire.
Quando è calata la sera, Komen è stato trascinato nel black metal più nero dalla grande speranza del black metal di casa nostra, i Cvinger, che quest’anno, con l’uscita del secondo album in studio Embodied In Incense, sono diventati anche una grande speranza del black metal europeo. Tra le altre cose hanno già suonato come band di supporto ufficiale in tour con i Gorgoroth e sono arrivati perfino in Cina, dove hanno fatto un tour con più di dieci date. Questa volta hanno portato il loro caos a Komen e lo hanno calpestato con un black metal dal sound piuttosto classico, ma ravvivato da elementi death metal e ancora di più da elementi liturgici, nello stile dei Batushka. Dal vivo i Cvinger sono una macchina che non lascia nulla al caso; forse infastidiscono un po’ soltanto la batteria troppo triggerata e il continuo blast beat, ma si tratta pur sempre di black metal e certi «cliché» sono del tutto comprensibili e attesi. Il rituale la band l’ha sostenuto con i candelabri, e ancora di più col cantante Lucerus, con il suo cupo canto gutturale da monaco, che spesso interrompe con urla e ringhi. Forse ha dato un filo di fastidio, di nuovo, un set troppo lungo, che verso la fine si trascinava, ma d’altra parte è giusto che le band che se lo meritano abbiano a disposizione un tempo ben definito. I Cvinger sono quasi sicuramente in questo momento i portabandiera del black metal sloveno, cosa che a novembre dimostreranno anche nel tour in co-headliner con i norvegesi Ragnarok.
Ma, a giudicare da quanto visto, i portabandiera dell’heavy metal da noi sono senza dubbio i Metalsteel, che al Live After Death hanno offerto di gran lunga l’esibizione più perfetta, professionale e curata. Per quanto riguarda sia il lavoro in studio sia le esibizioni dal vivo, probabilmente la band metal più coerente da noi ha dimostrato e confermato ancora una volta che la strada presa dai Metalsteel è l’unica giusta, cioè quella che porta da un gruppo giovane e inesperto, che molti hanno (a torto) preso in giro, a una band matura, che ha sfruttato e superato in tutto il suo potenziale. Lo ha confermato l’ultimo album in studio This Is Your Revelation e lo ha confermato di nuovo il loro concerto di sabato al Live After Death. Un suono eccellente, una presenza scenica sicura con movenze in stile Judas Priest, un affiatamento da primi della classe e una preparazione tecnica eccezionale sono solo alcuni dei fattori che rendono i Metalsteel semplicemente ottimi dal vivo. La ragazza e i ragazzi questa volta hanno offerto uno spaccato dell’intera carriera, da cui (a me personalmente) sono saltati fuori i pezzi distruttivi dell’ultimo disco come New Way of Thinking, Narcissus, la title track, poi White Circle con Bad In Bed, Topla je smrt dal debutto, cantata magnificamente da Daša, la title track del quarto album in studio e una sorpresa particolarmente gradita con Let Me Be Your Guide. Quest’ultima nell’album è cantata dal leggendario James Rivera, mentre a Komen ha preso il suo posto Matej Sušnik, che si è distinto con una voce eccellente: non ha raggiunto, è vero, gli urli altissimi e disumani di Rivera, ma ha adattato con abilità le sue linee alle proprie capacità. Questa volta Matej ha entusiasmato in particolare con il suo aiuto vocale a Beni e Rok, ma in generale i Metalsteel sul palco funzionano come una squadra eccezionale, che respira a pieni polmoni all’unisono, e visto che dall’uscita di This Is Your Revelation sono passati già due anni buoni, aspetto (aspettiamo) con impazienza il nuovo album.
Con l’addio ai Metalsteel anche il Live After Death 2016 si avviava verso l’addio; è seguita ancora l’esibizione dei thrasher sci-fi di Lubiana Teleport, che avranno più attenzione la prossima volta, mentre il festival è stato chiuso dalla band black metal italiana Idolatria.
Il Live After Death 2016 è dunque filato via in un’atmosfera piacevole e familiare, che è il grande pregio di questo festival. Ha deluso l’affluenza, che in tutti e due i giorni ha contato probabilmente appena trecento persone, per cui servirà una riflessione seria su come andare avanti. Tanto di cappello agli organizzatori, con Bišť in testa, ma vale la pena pensare a come attirare magari più pubblico dai paesi vicini: quest’anno, per esempio, di italiani e croati ce n’erano giusto un assaggio. Forse la formula giusta sarebbe tornare a un nome più grosso e più altisonante per ogni giornata, il che però comporta, ovviamente, anche un impegno finanziario più pesante… Comunque sia, di sicuro ci auguriamo che il Live After Death continui anche in futuro!
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