Live At Hammersmith ’84
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Jethro Tull
Etichetta: Raw Fruit
Uscita: 1990
Durata: 42:09
Voto: 3.5/5
Nel 1984 i Jethro Tull pubblicano il loro album peggiore, “Under Wraps”, un’abominazione elettro pop rock di prima categoria per cui i fan ancora oggi si assegnano premi speciali se per caso riescono ad ascoltarlo due volte di fila. In più, grazie alla drum machine, passa alla storia come il loro unico disco senza un vero batterista. In quel periodo il grande capo Ian Anderson, anche grazie al “professore sintetico” Peter-John Vettese, il tastierista, si entusiasma per il synth pop e l’elettronica, con cui si schianta con tutte le conseguenze catastrofiche anche nell’esordio solista “Walk Into Light” (1983), dove ha cercato di chiudere a forza i conti con la sua eredità prog folk rock. Insomma, un periodo di transizione parecchio penoso, che i fan di solito vorrebbero dimenticare.
Per i veterani del prog folk rock, però, non era tutto nero e le cose cominciarono presto a girare per il meglio. La svolta fu l’arrivo dell’allora giovane promessa (e, cosa che oggi sembra ancora più incredibile, davvero giovane) batterista americano Doane Perry. Il granitico Doane, che si presentò al pubblico per la prima volta durante il tour di “Under Wraps”, portò con sé da classico batterista rock una furia senza compromessi e massiccia sul drum kit, ma anche la giusta dinamica ritmica, e risolse il problema di anni della posizione di batterista che cambiava in continuazione: ancora oggi, a più di vent’anni di distanza, è membro della band.
“Live At Hammersmith ’84” è l’unico documento live ufficiale di questo periodo poco glorioso dei Tull, nonché il loro secondo album dal vivo ufficiale dopo il leggendario “Bursting Out” (1978). È stato registrato nella famosa sala londinese Hammersmith Odeon. Le esibizioni furono incise per essere trasmesse dalla radio britannica BBC, che registrò una serie di uscite live simili in accordo con vari gruppi rock. Sul disco troviamo una scaletta parecchio insolita, ma interessante, che rispecchia la setlist di allora solo in parte, e non è certo la registrazione dell’intera serata: tutto finisce proprio quando la cosa si fa davvero interessante. Quella sera Ian Anderson era ancora in buona forma vocale. Pochi mesi dopo, a fine tour, perse completamente la voce per un po’ e dovette operarsi. La triste conseguenza di questo blocco vocale fu che la sua voce non suonò mai più come una volta, incapace di raggiungere i registri più alti. Per un po’ somigliava a Mark Knopfler (Dire Straits), cosa che seppe sfruttare a suo favore.
Al contrario di quanto succedeva in studio, quella incarnazione dei Tull era, nella tradizione dei predecessori, un collettivo live eccellente, che sprigionava un’autorevolezza fuori dal comune, sia con i classici che con i pezzi meno celebri. È quasi sconvolgente come i due brani di “Under Wraps”, la title track e “Later That Same Evening”, grazie ai veri tamburi e a una maggiore dinamica delle tastiere, venga fuori molto meglio delle versioni in studio. Grazie all’uso drammatico di armonie vocali di accompagnamento insolite per i Tull, funziona benissimo anche il sempre divertente “Pussy Willow”, una delle poche belle canzoni di quel disco parecchio sfortunato che è “Broadsword And The Beast” (1982). Tra i classici spicca di gran lunga “Hunting Girl”, suonata con quasi la stessa grinta dei tempi della formazione classica dei Tull, quella che registrò il capolavoro “Songs From The Wood” (1977), da cui arriva questa prelibatezza prog folk rock.
Entusiasmante anche l’esecuzione del classico più celebre, “Locomotive Breath”, che quella sera hanno suonato addirittura due volte: all’inizio del concerto in versione strumentale e più tardi in una versione “metallizzata”. Sempre che non vi dia fastidio l’inserimento di parti di sintetizzatore al posto del solito pianoforte. Anche “Living in the Past” non suona male, anche se gli arrangiamenti sinfonici, per “merito” dei sintetizzatori moderni, non suonano più nemmeno lontanamente come una volta, perché manca loro il calore organico. In chiusura del disco c’è, in modo un po’ grottesco, “Too Old To Rock ‘N’ Roll: Too Young To Die”, classico dell’omonimo concept album, di cui per molto tempo alcuni hanno creduto, a torto, che contenesse un testo autobiografico di Ian. Il buon vecchio Ian si dimostra in grande spolvero vocale. Poi, con un passaggio manovrato con abilità attraverso un assolo di tastiere e chitarra, sfociano nel motivo centrale del leggendario epos “Thick As A Brick”, e così regalano la sorpresa più grande dell’intero disco.
“Live At Hammersmith ’84”, con la sua scaletta limitata e fuori dal comune, non è proprio il riflesso più riuscito del classico concerto dei Tull, quindi a parte i fan più fedeli nessuno sentirà la mancanza di averlo in collezione. Le singole esecuzioni sono comunque di alto livello, e vale sia per i classici sia per tutti e tre i pezzi meno brillanti, cosa che sorprenderà parecchi di quelli che disprezzano tutte le incarnazioni dei Tull con la presenza sintetica di Peter-John Vettese. Inoltre è uno degli ultimi documenti live ufficiali in cui il canto di Ian era ancora al livello di un tempo e non si tirava indietro davanti ad alcune parti più impegnative. Con alcune esecuzioni bravurose di classici e di pezzi meno chiacchierati, “Live At Hammersmit ’84” è abbastanza interessante per i fan di lunga data, ma d’altra parte troppo breve per dare un’impressione attendibile delle dimensioni live di questa incarnazione poco gloriosa dei Tull, che con l’arrivo di Perry ha guadagnato molto più di quanto all’inizio si rendesse conto.
Formazione
Ian Anderson – voce, flauto, chitarra acustica
Martin Barre – chitarra elettrica
Dave Pegg – basso
Doane Perry – batteria
Peter-John Vettese – tastiere
Produzione
Tony Wilson e Dale Griffin (per la BBC)
Tracklist
1. Locomotive Breath (instrumental)
2. Hunting Girl
3. Under Wraps
4. Later That Same Evening
5. Pussy Willow
6. Living In The Past
7. Locomotive Breath
8. Too Old To Rock ‘n’ Roll Too Young To Die