Lonely Robot: Please Come Home
Etichetta: Insideout Music
Data di uscita: 23. 2. 2015
Produzione: John Mitchell
Durata dell’album: 58.06 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 7.5/10
Lonely Robot è il progetto solista del maestro della chitarra John Mitchell, noto soprattutto come chitarrista degli Arena, anche se nella sua carriera variegata ha suonato pure con gruppi come It Bites, Kino, Frost*, The Urbane, Blind Ego e Gandalf’s Fist, e ha collaborato con il compianto eroe del progressive rock John Wetton, per citare solo alcune delle sue imprese musicali più celebri. Questo virtuoso della chitarra, che è anche un ottimo cantante, è da sempre un grande appassionato di fantascienza e si può tranquillamente definire con la parola inglese ‘geek’, cioè uno sgobbone che adora la letteratura, i film, i videogiochi e tutto il resto di fantascienza e fantasy.
Il debutto di Lonely Robot, intitolato »Please Come Home« e uscito nel 2015, contiene di conseguenza tanti testi futuristici e distopici sulla frattura tra uomo e intelligenza artificiale, spesso conditi con il tipico sarcasmo inglese. La maggior parte dei pezzi dell’album, al contrario delle imprese più ottimiste di John con gli It Bites, ha un’atmosfera malinconica, ma non cupa come quella che di solito caratterizza la sua band ‘madre’, gli Arena. Sul disco John ha inoltre radunato un numero invidiabile di ospiti del mondo prog come Steve Hogarth (Marillion), Peter Cox (Go West, ex-Manfred Mann’s Earth Band), Nik Kershaw e Jem Godfrey (Frost*). L’atmosfera malinconica della maggior parte delle composizioni di »Please Come Home« si sposa alla perfezione con la voce di John, già paragonata più volte a quella di Peter Gabriel (ex-Genesis) e Francis Dunnery (ex-It Bites), mentre con i tanti assoli di chitarra carichi di emozione dimostra perché è uno dei chitarristi più stimati del progressive rock.
Purtroppo »Please Come Home« non è stato il debutto che la maggior parte dei fan di John e degli amanti del progressive rock si aspettava. La qualità dei pezzi oscilla di continuo tra cose valide e cose nella media. Per quasi tutto il disco regna un’atmosfera buia, malinconica e a tratti deprimente, mentre la maggior parte dei testi propone visioni di un futuro distopico, in cui i robot, ovvero l’intelligenza artificiale, prendono il controllo dell’umanità. Il brano strumentale d’apertura, »Airlock«, con la sua impronta ambient drammatica e un assolo di chitarra epico, promette un buon inizio, ma poi l’album si annacqua in fretta. Stilisticamente il disco si muove da qualche parte tra neo prog e space rock, con qualche elemento prog metal, pop rock e alternative rock. Tutto questo si sente in »God vs Man«, un pezzo dall’enorme potenziale che però, a causa dello squilibrio tra momenti malinconici e momenti più duri, nel complesso risulta parecchio indigesto.
»The Boy in the Radio«, un po’ più condito di pop rock, con Peter Cox alla voce solista, ha un riff di chitarra centrale trattato in modo nostalgico, ma il ritornello è appena troppo poco incisivo per lasciare un’impressione più profonda. »Why Do We Stay?« è una ballad malinconica, leggermente depressiva, con la cantante ospite Heather Findlay (ex-Mostly Autumn). Una ballad così su »Please Come Home« purtroppo non è un caso isolato e, nonostante il solido duetto vocale Mitchell-Findlay, contribuisce parecchio a diluire pian piano l’intero album. Voci femminili ospiti ci sono anche nella title track, con un testo eccessivamente ‘sdolcinato’, e in »Oubilette«, che ricorda qualcosa che potrebbe essere nato anche tra le circonvoluzioni cerebrali di Steven Wilson. Entrambe le composizioni lasciano impressioni contrastanti, pur avendo qualche buona idea. Spesso si ha anche la sensazione che certi motivi comincino a ripetersi, cosa piuttosto insolita per un compositore talentuoso come John. Un po’ più riuscita è »A Goddless Sea«, che sulle ali di un possente assolo di chitarra ricorda stilisticamente il vocabolario musicale della maggior parte delle band e dei progetti collaterali di Mitchell finora. Lo stesso vale per »Construct/Obstruct«, un pezzo molto solido e divertente, con un’atmosfera un po’ più ottimista, e stilisticamente la cosa più vicina a quello che John faceva con gli It Bites. »Are We Copies?«, che nel testo sfiora il classico tema fantascientifico della clonazione, è un’ulteriore prova che la seconda metà del disco è meglio della prima, ma non basta comunque a salvare l’impressione piuttosto mediocre che »Please Come Home« lascia alla fine.
Nonostante la prova vocale e strumentale sicura di John e il grande aiuto degli ospiti citati sopra, »Please Come Home« non è stato un chissà quale picco compositivo e ha deluso un po’ chi si aspettava molto di più. L’album è lontanissimo dall’essere brutto, perché contiene arrangiamenti suonati in modo superbo, un bel po’ di perle chitarristiche e una splendida prova vocale, ma da un maestro con un background musicale così variegato e simili doti da compositore ci si aspettava in qualche modo di più di quanto dimostrato su »Please Come Home«, diventato poi noto come il primo capitolo della cosiddetta trilogia degli astronauti. L’ambizioso e stakanovista John se n’è evidentemente accorto, tanto che (almeno finora) ogni nuovo album dei Lonely Robot è stato migliore del precedente.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Airlock
2. God Vs. Man
3. The Boy In The Radio
4. Why Do We Stay?
5. Lonely Robot
6. A Godless Sea
7. Oubliette
8. Construct/Obstruct
9. Are We Copies?
10. Humans Being
11. The Red Balloon
Formazione:
John Mitchell – voce, chitarra
Nick Beggs – basso
Craig Blundell – batteria
Musicisti ospiti:
Peter Cox (Go West) – voce nel brano n. 3
Heather Findlay (ex-Mostly Autumn) – voce nel brano n. 4
Rebecca Need-Menear – voce nel brano n. 5
Kim Seviour (Touchstone) – voce nel brano n. 7
Jamie Finch – chitarra nel brano n. 5
Nik Kershaw – assolo di chitarra nel brano n. 10
Jem Godfrey (Frost*) – tastiere nei brani n. 1 e 5, Chapman stick & slide guitar nel brano n. 5
Steve Hogarth (Marillion) – pianoforte e voci di accompagnamento nei brani n. 4 e 10
Lee Ingleby – narrazioni nei brani n. 2, 3, 5, 6, 7, 9, 10 e slide guitar nel brano n. 5
