Long Distance Calling: How Do We Want to Live?

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Etichetta: InsideOut Music
Data di uscita: 26/06/2020
Produzione: Arne Neurand
Durata dell’album: 52.58 min
Genere: Post-Rock / Progressive Rock
Voto: 9.5/10


I Long Distance Calling, quartetto rock sperimentale tedesco di Münster, a fine giugno ci hanno servito il loro settimo full-length. Nel corso degli anni la band si è guadagnata una stima enorme soprattutto nel Vecchio Continente, dove può contare su una solida schiera di fan. Niente di strano. I Long Distance Calling sono infatti una storia a sé, assolutamente. Coltivano una natura musicale di forte carattere, eclettica.  Se proprio vogliamo attaccare un’etichetta di genere alla band, possiamo descrivere a grandi linee il loro stile come un mix avventuroso e provocatorio di post-rock e progressive rock, con tanto spazio anche per qualche flirt a cavallo tra i generi. Se non li conoscete, a questo punto avrete probabilmente già capito che i Long Distance Calling sono un quartetto famoso per la sua stranezza, senza però spingersi nei territori dell’avanguardia.

«How Do We Want To Live?» è una nuova storia, un nuovo capitolo nell’evoluzione della band. Una nuova impresa artistica. Decisamente diversa dal suo ottimo predecessore «Trips» (2018): più stratificata, più movimentata e, nell’incontro tra le tavolozze sonore, anche più colorata. Stavolta il gruppo mette in primo piano la sintesi tra la propria impostazione rock originaria e suoni elettronici che finora non aveva mai provato.

L’album è stato scritto ancora prima dell’arrivo della pandemia. Con la tematica che sta dietro alla musica, il disco è una specie di profezia che si è avverata proprio con la pandemia. Uno dei titoli dei brani si intitola addirittura Immunity. Immunità collettiva o immunità individuale? Qualcosa che dobbiamo sviluppare. Ma contro cosa? Contro un virus, o contro il progresso tecnologico che ci viene somministrato e che accogliamo a braccia aperte, vendendo in realtà l’anima al diavolo? Meglio che smorzi i toni. Stiamo rinunciando in cambio a libertà e diritti fondamentali? Da qui a lasciare che a pensare al posto nostro siano le macchine il passo è breve. L’intelligenza artificiale sostituirà la nostra ratio. La perfezionerà e «scarterà» l’individuo umano.

Col tempo la band ha intuito che lo sviluppo estremo della tecnologia può portare tanto a un’utopia quanto a una distopia. Dov’è il limite, e fino a che punto l’individuo accetta che i diritti umani fondamentali vengano ristretti per sottomettersi con indifferenza a conquiste tecnologiche che ci rifilano ogni giorno sotto la confezione della sicurezza e di un controllo (poco) nascosto? Per questo l’album è dedicato all’intelligenza artificiale, che entra poco alla volta nello stile di vita dell’umanità. Roba su cui un tempo si scrivevano sceneggiature di fantascienza. Insomma. Il messaggio del disco, in gran parte strumentale, è una specie di sveglia e di scossa. Con questo lavoro la band vuole che l’ascoltatore non si limiti ad ascoltare, ma che di fronte a questa tematica cominci anche a riflettere più intensamente. Con la propria testa. Dov’è il punto in cui dirà: «Basta!», e riuscirà ancora a trovarlo, quel limite, in un ambiente confuso di informazione incrociata con cui viene manipolato? Il punto in cui può tornare a fare i conti con l’essenza originaria della propria missione a livello individuale. Quando smetterà di svendere la libertà individuale in cambio di sensazioni di catarsi, sensazionalismo ed estasi, di cui si nutre il suo ego sui social?   

I brani sono accompagnati da narrazioni fredde, trattate attraverso il prisma digitale della robotizzazione. Svuotate di ogni emozione. Danno solo la nuda informazione, anche se i Long Distance Calling qui vanno oltre, ma ne parliamo meglio più avanti. L’iniziale Curiosity pt. I fa capire subito dove si va a parare, ma fino a Hazard compresa, a cui la band arriva passando per Curiosity pt. II (con i «floydismi» alla Run Like Hell, che poi sull’album ritornano a vagonate), il contrasto artistico rispetto a «Trips» non è ancora così marcato. L’occasionale iperplasia di muri di chitarra massicci c’è. Ma la band, più che mai in tutta la sua carriera, combina il fraseggio con deviazioni verso tavolozze sonore cerebrali, sofisticate, sensibili, tripposissime, dalla digitalizzazione elettronica. In questo modo la musica, nel suo insieme, assume perfino il chiaro sottotono di una erede di ciò che negli anni Settanta aveva portato il fenomeno del krautrock. Non che la band non l’avesse già fatto ogni tanto in passato, ma stavolta ha intensificato questo approccio. Stavolta Voices è decisamente il fulcro artistico dell’intero album. Non perché sia la più lunga. Semplicemente perché incarna esattamente ciò che la band voleva dire con il nuovo disco. È accompagnata da un video da brividi, diretto come una produzione cinematografica, in cui i protagonisti sono l’uomo e la macchina (un’intelligenza artificiale che impara in fretta anche a provare emozioni), e dovete assolutamente guardarlo qui sotto, perché vi farà gelare fino alle ossa. A scuotervi sarà soprattutto l’inquadratura finale. Una fusione tra sceneggiatura e musica che meglio di così non potrebbe funzionare. Il brano cresce di giro in giro, la band sovrappone una tavolozza sonora all’altra e approfondisce l’atmosfera ciclo dopo ciclo, fino al crescendo finale, quando viene sommerso dal motivo di un assolo erotico di chitarra «slide». È la fusione perfetta tra uomo e intelligenza artificiale, in una confessione di puro artigianato musicale. Abbraccia tutte le sfere della nostra quotidianità, compresa la sessualità, tanto che in qualche angolo degli USA un prodotto così si beccherebbe subito una censura severa, senza troppe polemiche!  I Long Distance Calling con questo brano in particolare hanno fatto saltare tutti i tabù. I contrasti tra delicate strutture tripposissime, con improvvise sfuriate di chitarra dinamica e trame ritmiche attive, scorrono di continuo l’uno nell’altro e, combinati con le inquadrature del video, accentuano i contrasti e risvegliano emozioni in chi ascolta e in chi guarda. Per questo il brano afferra e scuote ancora più forte. Guardare il video è d’obbligo (qui sotto).

Su questo principio la band torna più volte nel corso dell’album. La ripetitività dei motivi tipica del post-rock e la stratificazione graduale dei livelli sonori poggiano anche su un uso marcato di riverbero e delay, che potenzia la vibrazione dei collage sonori. Ed è questo il generatore di base di un’atmosfera avvolgente, che ti risucchia in un mondo musicale tutto suo da cui ti «risvegli» a malapena alla fine del disco. Ipnosi! Se riuscite a staccare la ratio, in questa storia ne uscite sicuramente vincitori assoluti.

La band ha sicuramente voluto mantenere il predominio delle tavolozze sonore organiche nella creazione dei paesaggi sonori, e ci è riuscita in pieno. Le strutture ritmiche sono vive e organiche; la chitarra, nel fraseggio, ha mantenuto la riconoscibile aura analogica e vivace dei lavori in studio precedenti, così come il suono profondo e penetrante del rullante. L’ossatura di ripetitività ritmica e motivica è drammatizzata con maestria dall’inserimento di strutture chitarristiche varie e di ornamenti colorati, che si sposano in perfetto contrasto con i loop elettronici, e spesso anche la batteria dà movimento con pittoreschi inserti di passaggio. In questi elementi si distingue, con audacia artistica, soprattutto Sharing Thoughts. Beyond Your Limits è l’unico brano cantato, con il cantante ospite Eric A. Pulverich dei Kyles Tolone, che fa la sua parte in modo brillante. Musicalmente il pezzo non aggiunge nulla di nuovo e l’integrazione della voce è qui una mossa gradita, perché tiene viva l’evoluzione dinamica dell’album.

La musica mantiene la tipica postura malinconica della band, perché le composizioni si sviluppano su toni minori, ma nel corso del loro sviluppo conservano una spiccata nota musicale, per cui la musica, cioè l’album, ti entra nell’orecchio all’istante. Fail /Opportunity è particolarmente sensibile nell’intensificare le sensazioni di malinconia, proprio grazie all’integrazione degli archi.

La band non «esagera» con la sintetizzazione. Posa i loop sonori con grande astuzia nell’incisione stessa della composizione, senza che l’estetica dei tocchi organici sia mai messa a rischio. I Long Distance Calling navigano sempre con furbizia sulla via di mezzo aurea tra digitale e analogico, che era anche l’obiettivo di fondo della band nel creare questo eccellente lavoro. La parte conclusiva è decisamente cupa. True/Negative rappresenta di fatto la marcia delle macchine che assumono il ruolo di chi pensa, mentre la conclusiva Ashes si apre con il celebre discorso di Hugo Weaving, tratto dal primo film di «Matrix», quando nei panni dell’Agente Smith spiega a Neo dell’unico essere sul pianeta Terra che, oltre all’uomo, usa lo stesso schema per sopravvivere. Il virus. Profetico.

È un album con cui i Long Distance Calling hanno dimostrato che, come gruppo, dal punto di vista artistico continuano ancora a evolversi. Hanno esplorato nuovi spazi musicali, inserito nella loro musica strutture che prima non avevano provato. L’hanno fatto mantenendo tutta la loro postura artistica e portandola a un nuovo livello di maturità nella propria eclettica espressività. La band ha raggiunto una nuova dimensione della propria identità artistica e ha fatto capire che la sua evoluzione è tutt’altro che conclusa. Sarà quindi interessante vedere fin dove si spingeranno i Long Distance Calling in futuro.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Curiosity (Part 1)
2. Curiosity (Part 2)
3. Hazard
4. Voices
5. Fall/Opportunity
6. Immunity
7. Sharing Thoughts
8. Beyond Your Limits
9. True/Negative
10. Ashes

Formazione:
David Jordan – chitarra
Florian Füntmann – chitarra
Jan Hoffmann – basso
Janosch Rathmer – batteria

Musicista ospite:
Eric A. Pulverich – voce nel brano n. 8


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