L’Urbani festival porta a Lubiana una ventata di freschezza di cui c’era un gran bisogno
Luogo: Lubiana / Križanke / Slovenia
Data del concerto: 12.06.2012
Spettatori: 1400
Prezzo del biglietto: 29 EUR / 23,20 EUR (sconto studenti e pensionati)
Martedì 12 giugno, alle Križanke di Lubiana, è andata in scena la prima edizione di un festival che si chiama Urbani festival. L’idea di fondo è puntare sull’offerta e sulla presentazione delle correnti musicali contemporanee, e basta dare un’occhiata ai nomi in cartellone per capirlo. Tre sloveni, N’toko, New Wave Syria e Barely Modern, e tre stranieri, The Ting Tings, Crystal Castles e Willy Moon. Una proposta decisamente rinfrescante. È vero che Lubiana, con Metelkova, K4 e Kino Šiška, accontenta abbastanza bene i giovani alternativi, ma è vero anche che da un bel po’ a Lubiana manca un festival più grosso (praticamente dalla fine del mitico Novi Rock), capace di muoversi tra nomi affermati, di qualità e noti in tutto il mondo, e dove i cosiddetti gruppi e artisti ”underground” potessero presentarsi a un pubblico più ampio senza doversi vergognare. Nell’attuale diluvio di star istantanee e di ‘cretinate’ assortite tipo ‘x factor e compagnia’, i parametri dell’evoluzione musicale sono capovolti. Temprarsi ”nel garage di casa”, anni di prove e di maturazione, la paternità artistica… ormai è un vero anacronismo nel mondo musicale della scena ”mainstream” di oggi. Quella che fino agli anni Novanta era la regola, nel nuovo millennio è sempre più un nonsenso. E per la Slovenia vale ancora di più. In Slovenia non abbiamo solo cordate politico-economiche: esistono anche potenti lobby musicali che pensano soprattutto ai propri culi da vecchietti e frenano una parte vitale della scena musicale slovena. A chi fa musica in Slovenia di sicuro la vita non è facile, perché da un lato deve barcamenarsi tra case mediatiche che guardano solo al proprio profitto e sedimenti musicali che non sanno più nemmeno fare plagi. E il gusto dell’orecchio medio sloveno peggiora di anno in anno. Per questo un festival così è ancora più benvenuto. Almeno in linea di principio dovrebbe aprire spazio alle correnti e alle produzioni musicali indipendenti.
Se il festival almeno a livello di programma riesco a collocarlo, mi preoccupa molto di più il nome. Certo: ‘Nomen est omen’. Prima o poi si arriva alla domanda: perché urbano? Che cosa definisce l’urbano? Da quanto detto sopra ci è chiaro che si tratta di prendere le distanze da una certa vuota medietà della quotidianità slovena, è vero anche che si svolge in un centro urbano, ed è vero che i musicisti si ispirano (anche) all’urbano, ma non riesco a scrollarmi di dosso la sensazione che il nome stesso rientri in quegli scatolini vuoti da PR pensati soprattutto per il marketing (anche se devo ammettere che la sigla UF! è proprio simpatica). Non capisco perché anche tra le istituzioni alternative slovene ci sia la tendenza a usare questi cliché. Nella trasmissione musicale Aritmija il responsabile del progetto Matjaž Manček, parlando con Miha Šalehar, ha detto che in Slovenia il problema è accontentare i giovani. Io capisco che un’istituzione debba in qualche modo sopravvivere sul ”famigerato” mercato, ma questa mentalità da caccia alla formula soddisfacente non è poi così diversa dai vari quasi-show tipo ‘Slovenija ima talent’. Roba da mercanti del successo commerciale, non da scena musicale indipendente. Se il signor Manček e compagnia hanno scelto in modo azzeccato e intelligente i primi cinque artisti, hanno invece sbagliato di parecchio con l’headliner della serata, The Ting Tings, che non sono né un picco musicale né tantomeno una band del momento. È soprattutto a questo che va attribuita l’affluenza inferiore alle attese. Ha pesato anche la data sfortunata: il festival era a metà settimana, e poi si sa che giugno è riservato alla sessione d’esami all’università, mentre alle superiori in questi giorni si chiudono i voti. E il giorno prima c’era pure il concerto dell’anno: Bruce Springsteen a Trieste. Resto comunque dell’idea che alla fine tutto dipenda soprattutto dai nomi che suonano al festival. Ma per non trarre conclusioni troppo in fretta, ripercorriamo in ordine cronologico quello che è successo.
Il festival è durato sei ore, dalle sette di sera all’una di notte. Gli artisti e le band slovene facevano un po’ da gruppo spalla ai nomi stranieri (cioè uno sloveno per ogni straniero). I loro set si potrebbero definire anche una specie di esibizioni demo o promozionali, visto che avevano a disposizione appena venti minuti, come ha fatto notare con ironia N’toko all’inizio del suo concerto. Il festival ha quindi seguito quest’ordine: Barely Modern, Willy Moon, New Wave Syria, Crystal Castles, N’toko e, in chiusura, The Ting Tings. Il picco di presenze c’è stato durante il concerto del duo Crystal Castles, mentre sulle prime tre band il pubblico era piuttosto scarso.
Ad aprire il festival davanti a un pubblico poco numeroso sono stati i padroni di casa Barely Modern. I ragazzi si chiamano Barely Modern più o meno dal 2008 e vengono da Logatec e Lubiana. Per genere si potrebbero incasellare, in modo un po’ sbrigativo, tra ‘garage’ e ‘indie’. Nel 2009, organizzato da Radio Študent, hanno partecipato al Klubski maraton, come i successivi New Wave Syria. Da novembre 2010 a novembre 2011 hanno passato un anno a suonare e a creare nella mecca della musica, Londra. Lì hanno fatto una ventina di concerti abbondanti e i loro pezzi sono girati con successo anche sulle radio alternative locali. Barely Modern si sono rivelati una scelta azzeccata per l’apertura. Con un linguaggio garage rock’n’roll energico, a pieno sangue e diretto, hanno riempito alla grande le Križanke, altrimenti vuote. Oltre al suono pesante, a tratti ruvido e senza compromessi, li distinguono anche melodie meravigliose e una dimensione ballabile che nel diluvio di band garage li rende diversi, fuori dal coro. Va sottolineata anche una certa distribuzione fraterna, cameratesca, democratica dell’attenzione che noi spettatori dedichiamo ai vari membri. Ovviamente la fetta più grossa se la prende, con la sua presenza, la sua voce ruvida, a tratti urlata e più difficile da capire, e il suo outfit sballato, il cantante e chitarrista Žiga Petkovšek, che però non si comporta affatto come se fosse solo sul palco, e infatti non restano a bocca asciutta né il bassista Miha Kononenko né il batterista Jan Vihar. Le influenze sono chiarissime e vanno dalle leggende del sound alternativo The Velvet Underground, passando per i Led Zeppelin, fino ai matador dei giorni nostri e portabandiera del cosiddetto sound indie, The Strokes. Tra i pezzi suonati metterei in evidenza soprattutto BWS e Lion’s Throat, perché sono esemplari della loro musica: mostrano benissimo le influenze e ci fanno vedere qualcosa di tipicamente ‘barelymodernesco’: l’unione di elementi rock’n’roll e melodie pop da canzonetta. Un concerto da manuale: postura sicura sul palco, espressione personale, dinamica… Ultimamente, tra le giovani promesse di casa nostra, mi aveva sorpreso così positivamente solo l’esibizione dei Karmakoma. Per questo aspetto con ancora più impazienza il disco d’esordio, in uscita in autunno.
Dopo un rapido riassetto del palco è arrivato il momento del primo nome straniero della serata. A prendersi la scena con la sua presenza fuori dall’ordinario è stato un ragazzo che si chiama Willy Moon. È cresciuto nella capitale della Nuova Zelanda, Wellington, a diciassette anni si è trasferito in Europa, dove ha vissuto per un po’ a Berlino, e ora si è stabilito a Londra. Il Guardian lo ha scelto come uno dei volti del 2012. Il disco d’esordio dovrebbe uscire quest’autunno, per ora in giro c’è un paio di pezzi, e li ha suonati tutti, uno dopo l’altro, alle Križanke. Kino Šiška ha pubblicizzato la sua esibizione come ”l’arrivo di un ospite speciale dalla luna”. Moon ha giustificato questo titolo nel modo più efficace possibile. Un’esibizione di grande presenza, giovanile, iperattiva, melodica, ma anche eccentrica, a tratti addirittura bizzarra. Fisico da reincarnazione di Elvis Presley e del glamour hollywoodiano, voce che è un mix riuscito tra Tom Waits e i cantanti di metà anni Cinquanta. Sul palco gli facevano compagnia due donne, una batterista e una chitarrista sexy che sembrava un incrocio tra ‘Catwoman’ e Megan Fox. Oltre a loro, Moon divideva il palco anche con un DJ. Il genere della sua musica è difficile da definire. Di certo è un revival del rock’n’roll degli anni 50 e 60, mescolato a tecniche di produzione moderne. Si sentono anche influssi di hip-hop e dubstep. Scrive e produce tutti i pezzi da solo. Il loro tratto distintivo è che sono brevi, dolci e incisivi, e le influenze si possono cercare tra questi autori: Bo Didley, James Brown, Public Enemy, Wu-Tang Clan, David Bowie, Michael Jackson…La setlist era composta da sette pezzi originali e una cover. Spiccava soprattutto il singolo già uscito Yeah Yeah, con il suo suono eclettico e i ritornelli da canzonetta ”na-na-na-na- yeah-yeah-yeah-yeah”. Gli teneva testa anche She Loves Me, di un minuto e mezzo, che su una base ipnotica, con un testo semplice ma simpatico, racconta lo stato d’animo di chi è innamorato, quando non sei capace di fare niente di più che ripetere sempre gli stessi schemi. Moon ha creato un ottimo contatto con il pubblico, che durante la sua esibizione non ha fatto che crescere. La reazione della gente è stata proprio positiva. Già la seconda bella ouverture, a preannunciare una serata eccellente. Di Moon sentiremo parlare di sicuro anche nei prossimi anni. Un ragazzo carismatico, che sa quel che fa e quel che vuole.
La musica alle Križanke ha cominciato a spostarsi dalle sfere del rock’n’roll verso acque più elettroniche. Anche se magari le protagoniste successive non sarebbero per niente d’accordo con questa affermazione. I New Wave Syria sono un duo formato da Urša Golob e Rok Pezdirc, e dicono di sé di essere più vicini al rock’n’roll che alla classica produzione elettronica. Suonano con questo nome dal 2007 e nel 2009 hanno pubblicato anche il primo album, intitolato ‘Hello, Yes’, di cui quest’anno stanno preparando il successore. Hanno conquistato l’attenzione di un pubblico più ampio grazie alla collaborazione al film Izlet dello scrittore e regista Nejc Gazvoda. La title track del film è infatti il loro pezzo Let it out, per il quale hanno poi ricevuto anche il premio cinematografico Vesna per la colonna sonora dell’anno. La loro musica si caratterizza per l’esecuzione dal vivo di elettronica: usano i sintetizzatori più disparati, circuit bending, gadget elettronici di ogni tipo, drum machine…, il tutto sempre condito con la filosofia del ”fai da te”. Le melodie sono spesso distorte, le voci sono sottoposte agli effetti più vari, il paesaggio sonoro è spesso non convenzionale, tra approcci lo-fi, minimalismo e un continuo intreccio di linee pulite e del mondo caotico della distorsione. Perché queste raffinatezze potessero venire fuori mentre le Križanke si riempivano sempre di più, il duo avrebbe dovuto avere almeno condizioni vagamente simili a quelle che avevano avuto prima di loro Barely Modern e Willy Moon. Purtroppo i New Wave Syria hanno dovuto accontentarsi di 2×2 metri quadrati di spazio, di un suono molto peggiore (Barely Modern erano evidentemente il test, che poi non c’è stato bisogno di ripetere) e di un brutto sipario rosso, dietro cui preparavano tutto il necessario per l’esibizione del duo Crystal Castles. Così sono partiti subito fortemente handicappati e in posizione subordinata rispetto agli altri artisti della serata, eccetto N’toko, a cui è capitato qualcosa di simile. Anche per questo non c’è stata nessuna vera interazione con il pubblico. Molti non sapevano nemmeno che qualcuno stesse suonando. Ciononostante, i New Wave Syria hanno fatto tutto il possibile per attirare almeno un po’ di attenzione. L’elettronica ipnotica, psichedelica, sognante ha portato noi, che stavamo vicino al palco, lontano dalle Križanke, in non so quali terre da fiaba. Hanno fatto crescere il concerto in modo splendido, rimettendosi in piedi di minuto in minuto. I passi di danza erano appena cominciati che era già tutto finito (decisamente troppo presto). Hanno però presentato parecchia musica nuova, il che può aver contribuito alla reazione più tiepida, perché presentare materiale sconosciuto è sempre rischioso, anche se i festival sono fatti apposta per questo. Ma il pubblico sloveno evidentemente è particolare anche in questo. Se i primi due concerti si potevano definire estremamente positivi, questo, per merito degli organizzatori, è suonato del tutto dilettantesco e sbagliato.
Ma a sistemare tutto ci hanno pensato subito i successivi, il duo Crystal Castles. Sono formati dal geniale produttore Ethan Kath e dalla cantante eccessiva Alice Glass. Vengono da Toronto, dove nel 2004 hanno cominciato a collaborare più strettamente. Finora hanno pubblicato due album dai titoli semplicissimi: Crystal Castles “I” e Crystal Castles “II”, e proprio ora stanno preparando il terzo disco in studio. Si tratta di una band elettronica alternativa, asociale e cupa, che impacchetta i propri esperimenti in cornicette pop. La loro musica è un’unica discesa ‘fuori di testa’ su uno scivolo oscuro: selvaggia, bombastica, euforica, ”fuori controllo”, noise, malinconica, emozionale, epilettica,…Sul palco delle Križanke si è unito a loro anche il batterista Christopher Chartrand, che ha dato alla mistica base elettronica un’ulteriore energia ‘live’. Il concerto è stato pomposo, cupo, stravagante, curato ‘al millimetro’. Un vero piccolo show di luci. A tratti le visuali hanno persino preso il sopravvento sul suono. Hanno creato un’atmosfera unica; l’estetica ‘sci-fi-darth-vaderiana’ accecava la gente, mentre gli strilli, i salti e le urla di Alice la stordivano. La carismatica Alice era in pratica il motore centrale e il punto focale dello show. Una ‘femme fatale’ dei giorni nostri. I suoi movimenti imprevedibili, la postura eccessiva e il ballonzolare edonista con una bottiglia di Jameson in mano hanno scatenato una piccola, vera isteria tra il pubblico (c’è ancora qualcuno che si ricorda cosa combinava Iggy Pop quarant’anni fa?!). Energia sciamanica. L’intero concerto sembrava una specie di mini rituale. L’elettronica aggressiva, pesantemente metallica, sbatteva e sbatteva, ci schiacciava al suolo e nello stesso istante ci sollevava fino al cielo. Dall’inferno al paradiso. E ritorno. Autodistruzione. Il pubblico ha finalmente avuto la sua dose di adrenalina, quella per cui era venuto al festival. A questo punto il festival si poteva già giudicare riuscito. Sì, aveva ottenuto esattamente quello che si era prefissato. In quel momento l’alternativa era una superpotenza. La setlist era di otto pezzi. Oltre ai già cult Baptism e Celestica, la reazione più forte del pubblico se l’è guadagnata l’attraente Not In Love, nota al grande pubblico dalla versione con il cantante dei The Cure, Robert Smith. Eppure i versi seguenti ”And we were lovers / now we can’t be friends / Fascination ends / Here we go again / Oooh / Cause it’s cold outside, when you coming home / Cause it’s hot inside, isn’t that enough” nella versione di Alice, mimetizzata dagli effetti, rimbombavano forte in tutto il circondario delle Križanke. Se il concerto dei Barely Modern era stato da scuola, questo era da annali. Storico. Tutti gli altri artisti sbiadiscono al confronto di questo capolavoro creato sul palco dai Crystal Castles. È anche vero che ogni band ha bisogno di anni su grandi palchi per crescere. Quando due anni fa avevo visto il duo all’Exit di Novi Sad, non mi aveva entusiasmato nemmeno lontanamente così. Erano stati una piacevole ventata di freschezza, stavolta invece anche qualcosa di più. Primo nome della serata meritatissimo, maturo per chiudere il festival.
Come penultimo è salito sul palco N’toko alias Miha Blažič, il primo nome del rap sloveno. Tutto ciò che questo ragazzo di Novo mesto, che vive a Lubiana, intraprende si può definire un fuoriclasse. N’toko = fuoriclasse (musicale)! Lo conosciamo come due volte campione nazionale di freestyle rap. Ha pubblicato tre album rap di successo in sloveno, l’ultimo nel 2010, il bellissimo Parada ljubezni. Inoltre ha pubblicato altri tre album in inglese. Fa parte anche del collettivo funk-jazz-rap Moveknowledgement, che l’anno scorso con l’album più rockeggiante ‘Pump Down!!!’ ha firmato il disco sloveno dell’anno. È considerato il rapper sloveno più innovativo, versatile e tecnicamente rifinito. Scrive soprattutto testi stratificati, di critica sociale e senza compromessi, che con la loro freschezza e il loro mordente arrivano subito nell’intimo di ciascuno. Ha un approccio e uno stile unici, e il grande pubblico lo riconosce dalla voce inconfondibile. Le Križanke sono state la sua ultima tappa prima di ripartire per il Giappone, dove suonerà e passerà i mesi estivi di quest’anno. N’toko ha tanto da offrire, eppure gli organizzatori lo hanno limitato nel tempo, nello spazio e nel suono. Per tutto il set ha punzecchiato un po’ gli organizzatori, e sullo spazio assegnato ha detto queste parole: ”su questo metro quadrato non posso vantarmi di aver suonato su un palco grande.” Comunque sia, il concerto gli è riuscito lo stesso. Vivace, asciutto e dolce, alla fine ha persino presentato in anteprima il pezzo Superhuman. Con le condizioni peggiori che gli erano toccate se l’è cavata meglio di quanto avesse fatto prima di lui il duo New Wave Syria. Il suo mix di testi intelligenti e di presenza incisiva ha rimesso il pubblico a ballare con dinamismo, anche se lui stesso all’inizio aveva detto che è un problema suonare dopo il culmine del festival, che si chiama Crystal Castles. Quei due avevano creato un’atmosfera impossibile da superare quella sera, ma N’toko è stato un successore più che degno. Dietro di sé ovviamente non ha un team e una produzione del genere, ma resta un vero magnete per il pubblico lubianese. A causa dei problemi già citati, ha avuto tempo solo per cinque pezzi. Ha aperto il set con Neznosna lahkotnost življenja, dall’ultimo album ‘Parada ljubezni’. Il ritornello dice: ”ne ho abbastanza di tutto, abbastanza ho di tutto, più ottengo, più sono insoddisfatto, all’improvviso ho tutto, tranne la possibilità di fuga – l’insostenibile leggerezza della vita…”In modo satirico N’toko ha messo in parole i versi ‘programmatici’ della giovane generazione di oggi, che vuole tutto ma al tempo stesso non fa niente per ottenerlo, e se poi ha già tutto, non è contenta di niente. Il materialismo è la guida di vita e (persino) spirituale, mentre l’autenticità della vita si perde di anno in anno. Questioni di scelta apparente, di accecamento da potere e denaro, di apatia, di noia,…e ancora e ancora, questo brillante pezzo se le porta dentro. Il brano successivo parla di una persona che chiamano Joe Le Taxxxi. Un tassista che distribuisce consigli per la vita perfetta: ”1.) se sei povero, sii almeno pericoloso, 2.) se sei ricco, sii almeno stravagante, 3.) se hai troppo tempo libero, non essere noioso, 4.) se non ce l’hai, non sprecarlo a lamentarti e puoi andare ovunque, in qualsiasi momento, con chiunque, a fare qualsiasi cosa”. Un libero battitore che sfiora ormai l’ignorante medio di oggi, interessato solo a sé stesso, ma che d’altra parte porta dentro (anche se solo in apparenza) una certa primordialità dell’esistere. Nel brano successivo, Zig Zig, N’toko critica l’ipocrita società di oggi. Il ritornello incisivo, che allude ai materiali di propaganda nazista del passato (”Un Popolo!, Un Capo!, Una Fede!, tre parole: Sicurezza (zig zig), Comodità (zig zig), Privacy (zig heil!”) indica in modo brillante il vero pericolo contemporaneo. Non i naziskin e i čefur: il problema sono i mansueti nella media. Sono loro a indignarsi ipocritamente per i problemi quotidiani della società (droghe, alcol…), mentre a loro importa solo della propria quiete privata e dell’egotrip di vicinato. Proprio qui si nascondono i germi di ogni nazismo e di ogni condanna stereotipata. Sono seguiti i pezzi N’toko ne obstaja, in cui N’toko fa i conti con il proprio ego in modo spiritoso (ma d’altra parte è proprio questo a portarlo a un nuovo livello), e il già citato inedito Superhuman. Venti minuti molto compatti e potenti, che ci hanno preparato alla chiusura del festival a mezzanotte.
Ultimi a esibirsi al festival sono stati i The Ting Tings, un duo formato da Katie White e Jules De Martino, che vengono da una città vicino a Manchester, Salford. Salford nel mondo della musica è molto più famosa perché lì i The Smiths, nel periodo di The Queen Is Dead, hanno scattato davanti alla Salford Lads Club una delle foto / copertine più importanti della storia della musica inglese moderna, e perché da questa città vengono i fondatori di Joy Division e poi New Order, Bernard Sumner e Peter Hook. Si tratta dunque di una città che, nonostante le sue dimensioni ridotte, non è una sconosciuta sulla mappa musicale. La band è nata nel 2007 e dopo appena sei mesi ha registrato quello che è finora il suo singolo più grande e famoso, That’s Not My Name. Il singolo ha conquistato prima il primo posto nella classifica radiofonica britannica, poi il resto del mondo. A febbraio di quest’anno l’esordio ‘We Started Nothing’ del 2008 ha avuto un successore intitolato ‘Sounds From Nowheresville’. Entrambi gli album sono stati accolti dalla critica in modo molto altalenante. O li ami o li odi. Da un lato per l’esordio hanno ricevuto il celebre premio Ivor Novello e nomination ai Grammy e agli MTV, Brit e NME Awards, ma dall’altro molti media hanno dato agli album voti decisamente bassi. È un duo molto dinamico, che per lo più viene classificato come una specie di punk pop, o appiccicato in varie etichette con il prefisso ‘indie’. Il loro è stato il set più lungo. Hanno suonato più di un’ora e in quel tempo hanno eseguito nove pezzi nella parte regolare e altri due nel bis. Abbiamo sentito così tutti i più grandi successi, i più vecchi Great DJ, That’s Not My Name, Shut Up and Let Me Go e i più recenti Hands e Hang It Up. All’inizio i The Ting Tings si sono persino rivolti al pubblico con un discorso in sloveno piuttosto lungo e preparato. Un rock’n’roll esplosivo e variegato, con tocchi di r’n’b e techno, ha riempito bene tutto il palco. La scena era ingegnosa e semplice, il concerto ben pensato, riempito qua e là da basi e accompagnato da molta interazione con il pubblico. Eppure non sono riusciti nemmeno lontanamente a far salire l’entusiasmo del pubblico come avevano fatto prima di loro i Crystal Castles. Forse i The Ting Tings sono una band troppo ”radio friendly” per un festival di questo tipo. È vero che la loro musica è molto ascoltabile, che scivola fluida nelle orecchie, ma al tempo stesso bisogna ammettere che non ha niente di eccitante, a tratti è persino monotona, noiosa e piatta. Un concerto simpatico e leggero, a cui però alla fine mancava un po’ più di carattere. Troppo lucidato e poco sincero.
Speriamo che l’Urbani festival non si chiuda con questa prima edizione e che prosegua, e magari in grande stile, anche il prossimo anno. Se tiriamo le somme, bisogna ammettere che l’evento è riuscito. Non ha solo soddisfatto le aspettative, le ha pure superate. Alcune cose però erano troppo poco pensate fin dall’inizio e poi risolte con troppa leggerezza e a forza. Con questo festival la Slovenia ha finalmente un evento musicale dignitoso che, per la prima volta dopo tanto tempo, non è organizzato e sponsorizzato da un operatore di telefonia mobile. Va ringraziato il team di Kino Šiška, ma al tempo stesso, con una critica costruttiva, gli va data la possibilità di correggere entro il prossimo anno i difetti citati. Io ho puntato il dito soprattutto sul senso dell’etichetta ”Urbani”, sulla scelta e sulla disposizione degli artisti e sulla questione delle pari opportunità per tutti i performer. Ci vediamo nel 2013.
Setlist
THE TING TINGS:
1.) Great DJ
2.) Hang It Up
3.) Give It Back
4.) Guggenheim
5.) Hit Me Down Sonny
6.) We Walk
7.) Fruit Machine
8.) Shut Up and Let Me Go
9.) Hands
bis:
10.) Keep Your Head
11.) That’s Not My Name
CRYSTAL CASTLES:
1.) Plage
2.) Doe Deer
3.) Baptism
4.) Alice Practice
5.) Celestica
6.) Black Panther
7.) Intimate
8.) Reckless
9.) Not in Love
bis:
10.) “medley”
WILLY MOON:
1.) Shakin’
2.) She Loves Me
3.) Company
4.) Railroad
5.) I Put A Speel On You (Screamin’ Jay Hawkins cover)
6.) Yeah Yeah
7.) I Wanna Be Your Man
8.) My Girl
N’TOKO:
1.) Neznosna lahkotnost življenja
2.) Joe Le Taxxxxi
3.) Zig zig
4.) N’Toko ne obstaja
5.) Superhuman
NEW WAVE SYRIA:
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BARELY MODERN:
1.) Pain Is The Disco
2.) Bubba Lemon
3.) BWS
4.) Lion’s Throat
5.) They Don’t Say Hello
6.) Things In My Pocket
7.) Television
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