Made in Britain / The World Record
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Whitesnake
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2013
Durata: 142:07
Voto: 3.5/5
»Here is the song for ya!!!«, il celebre »urlo« della voce ultimativa e leggendaria del rettile musicale più popolare del pianeta Terra, ci piomba addosso nello stesso anno con un’altra uscita dal vivo! Il Serpente Bianco ha dunque colpito già due volte quest’anno! Con un altro documento live doppio. Ad aprile con »Made in Japan«, a luglio con »Made in Britain«, accompagnato dal CD extra »The World Record«. Il primo CD della nuova uscita, intitolato »Made In Britain«, arriva dai concerti sulle isole britanniche del dicembre 2011 (era la seconda tranche del tour inglese), mentre il secondo CD, The World Record, è un riassunto delle serate in giro per Europa, USA e Sud America. Il tutto dedicato alla promozione dell’album »Forevermore« (2011).
Negli ultimi anni è stato più che chiaro che Coverdale si trova a meraviglia nei tempi nuovi. I giovani puledri che riempiono la formazione degli attuali Whitesnake, stretti attorno all’amatissimo leader David Coverdale, riportano il vecchio volpone agli anni ruggenti di una spensieratezza da ragazzini, anzi, in un certo senso lo liberano, lo caricano di energia. Ma Coverdale non rinuncia alla sua maturità e alla sua testa. Resta un furbo mascalzone, ed è proprio questa la garanzia della sopravvivenza della band anche negli anni maturi dell’attività musicale di Coverdale! Negli ultimi anni sul palco è straordinariamente rilassato, non risparmia il suo temperamento da showman, sfruttando come pochi frontman l’arte della »parola scelta al momento giusto« per »comprarsi« la folla. È sempre positivo e, come sempre, resta un grande gentleman, uno che ti »compra« già solo con un’occhiata fugace dal lampo penetrante. L’uomo è pieno di fascino e di grande carisma. Niente da dire. Anche se i suoi anni d’oro come interprete vocale, quelli che hanno lasciato un segno indelebile nella storia del rock, sono ormai alle sue spalle, la sua statua, la sua figura o chiamatela come vi pare resta ancora un elemento essenziale di ogni, anche la più innocente, finezza dei Whitesnake.
Con lo slogan dell’opener »Best Years« il primo dischetto coccola il pubblico della Gran Bretagna di fine dicembre 2011 con la veemenza di una conquista immediata, che si accende all’istante. Il primo CD è parecchio più sporco, molto più compatto e vicino all’autenticità dei concerti veri e propri.
Lo si capisce subito anche solo guardando lo svolgimento standard della scaletta. La voce di Coverdale regge in modo esemplare, anche se è chiaro che è passata in seguito per qualche ritocco e abbellimento in studio. Nelle singole canzoni all’orecchio saltano all’occhio, pardon, all’orecchio gli urli incollati in apertura o in chiusura, che Coverdale è evidente non riesca più a sparare da un pezzo. Che siano incollati non lo sfugge nemmeno all’orecchio più sordo adagiato sul fondo dell’oceano più profondo.
Il repertorio comprende anche i brani di »Good To Be Bad«, che dal vivo risultano parecchio più convincenti della mediocrità dell’originale in studio. La squadra di musicisti resta fantastica. Le armonie vocali, oltre a un lavoro fanaticamente appassionato sugli strumenti, le sbrigano praticamente senza sbavature. In un ambiente simile Coverdale può appoggiarsi tranquillo e rilassato alla forza, all’entusiasmo, alla voglia di dimostrare e ovviamente alla padronanza sovrana del mestiere dei suoi compagni. Professionalità è professionalità. E Coverdale lo sa bene. Si è sempre potuto permettere i migliori musicisti. I migliori e anche i più cari. Stecche quindi zero.
Il voltaggio dei riff è velenosamente contagioso, gli assoli sono una favola perfetta, un mix irripetibile di velocità e di un tocco filigranato e pulito che non conosce nota sbagliata. Il controllo di Reb Beach e Doug Aldrich è eccezionale, e in tutto il decennio passato al servizio di Coverdale il duo ha sviluppato un legame reciproco straordinario, quasi telepatico. Il primo album è quindi quello giusto, il vero disco dal vivo. Dentro ci sono tutti i più grandi hit della band, »disturbati« ogni tanto nel repertorio da pezzi degli ultimi due album, a partire dall’ottima apertura con il riff aggressivo ma retrò di Best Years, o a metà scaletta da una delle canzoni più belle della carriera recente dei Whitesnake, Forevermore. È chiaro che nel nuovo millennio i Whitesnake suonano »heavy metal blues«. Chi cerca qui per caso la magia Moody/Marsden resterà (ancora una volta) completamente a bocca asciutta.
Il secondo dischetto, nonostante il titolo fuorviante, raccoglie (con le eccezioni di Slide It In e dell’apertura con Bad Boys) gli »avanzi«. Sono la prova che durante il tour la scaletta è cambiata. E questi cosiddetti »scarti« sono stati sbattuti di proposito sul secondo dischetto. Per lo più si tratta di brani recenti e del gran finale con la combo di classici dei Deep Purple: Soldier Of Fortune (nella già nota versione »a cappella«) e il tornado Burn/Stormbringer. Sul disco finiscono ovviamente anche i momenti di jam, come The Badger, poi The Snake Dance e naturalmente il fuoco incrociato di assoli tra Beach e Aldrich (Pistols At Dawn). Un secondo CD sicuramente documentato in modo essenziale, ma resta la domanda: perché i Whitesnake non hanno pubblicato una registrazione live con l’intera scaletta del concerto, senza tagli e adattamenti? La risposta di fondo è lampante. Sarebbe stato (solo) un disco singolo. I concerti della band nel nuovo millennio, infatti, non durano più di un’ora e venti. Coverdale non ce la fa più. Potete convincervene da soli già ascoltando il primo CD di questa uscita, dove ci sono un mucchio di »toppe« temporali che »allungano artificialmente« il concerto fino alla durata richiesta. Se invece si ricostruisse la vera scaletta dai due dischetti, diventerebbe subito chiaro che è stata confezionata in modo che Coverdale possa distribuire le forze lungo la durata del concerto e portare a casa la sua prestazione vocale con credibilità.
La sensazione è che i Whitesnake volessero regalare al pubblico di casa un’atmosfera live ancora più intensa ed elettrica. Il dischetto »Made In Britain« suona ancora più compatto nella densità del suono, ancora più devastante nella distorsione, e perfino la voce di Coverdale tira fuori più sostanza tangibile (suona più fresca, con una dose maggiore di emozioni convincenti) rispetto a quanto si può gustare sul live album »Made In Japan« (2013), che comunque non è affatto »saccheggiato« delle qualità elencate. Insomma, il nuovo documento dell’odissea live del tour di »Forevermore«, che si è trascinato fino a giugno di quest’anno, dimostra che Coverdale e i suoi compari Whitesnake sono una guardia intransigente del rock ‘n’ roll che non pensa nemmeno lontanamente di andare in pensione. Visto con quanta dedizione e sfrenatezza si muove sul palco il »ringiovanito« Coverdale, se la salute continuerà ad assisterlo anche in futuro, i Whitesnake non devono nemmeno sognarsi di farlo. Almeno per i prossimi 15 anni, assolutamente no.
Formazione
David Coverdale – voce
Doug Aldrich – chitarra
Reb Beach – chitarra
Michael Devin – basso
Brian Tichy – batteria
MUSICISTA OSPITE:
Michael Ruedy – tastiere
Produzione
The Brutal Brothers (David Coverdale, Doug Aldrich & Mikey Macyntire)
Tracklist
CD1 (“Made in Britain”):
1. Best Years
2. Give Me All Your Love Tonight
3. Love Ain’t No Stranger
4. Is This Love
5. Steal Your Heart Away
6. Forevermore
7. Love Will Set You Free
8. My Evil Ways
9. Fare Thee Well
10. Ain’t No Love In The Heart Of The City
11. Fool For Your Loving
12. Here I Go Again
13. Still Of The Night
CD2 (“The World Record”):
1. Bad Boys
2. Slide It In
3. Lay Down Your Love
4. Pistols At Dawn
5. Snake Dance
6. Can You Hear The Wind Blow
7. Fare Thee Well; One Of These Days
8. The Badger
9. Deeper The Love
10. Soldier Of Fortune
11. Burn/Stormbringer