Masterpieces

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Artista: HammerFall
Etichetta: Nuclear Blast
Uscita: 2008
Durata: 67:08
Voto: 4/5

Evidentemente pubblicare raccolte e album “best of”, con cui le band ai tempi d’oro del vinile e del CD facevano cassa anche nei periodi di pausa dallo studio, rende ancora oggi, ora che l’industria discografica per come la conoscevamo sta lentamente salutando la compagnia. Gli Hammerfall negli ultimi due anni di dischi così ne hanno sfornati addirittura due. Nel 2007 hanno sganciato una raccolta dei più grandi successi intitolata Steel meets steel – Ten Years of glory, e l’anno scorso ha fatto seguito una raccolta di cover pescate da tutti i loro album, battezzata Masterpieces. Ovviamente la band non l’ha fatto solo per ragioni di portafoglio, ma anche per i guai di formazione che l’hanno tormentata ultimamente. Dopo l’album Treshold se n’è andato per primo il bassista Magnus Rosen, convinto che con gli Hammerfall non avrebbe mai potuto sfogare tutto il suo potenziale musicale, poi, un po’ a sorpresa, ha salutato anche il chitarrista Stefan Elmgren, che si è fatto assumere come pilota di linea da una compagnia aerea svedese.

Masterpieces è quindi la seconda puntata del riempitivo con cui gli Hammerfall si sono assicurati in modo efficace che il loro nome resti sulla bocca dei media fino all’uscita del nuovo album in studio, annunciato per il venti febbraio di quest’anno. Eppure, nonostante questa pecca, si può dire che si tratta di un prodotto piuttosto gradevole e solido, che sta in piedi da solo. Come hanno già fatto in passato i Metallica e di recente i Def Leppard, anche gli Hammerfall con questa raccolta hanno reso un degno omaggio ai loro modelli, tra i quali accanto a eminenze di tutto rispetto troviamo anche qualche nome meno noto degli anni ’80. Vale la pena citare gli americani Warlord (Child of the damned), i tedeschi Stormwitch (Ravenlord), gli olandesi Picture (Eternal dark) e i danesi Pretty Maids (Back to back). Poi gli Hammerfall piazzano il colpo con il classico I want out, dove alla chitarra si unisce l’ex Helloween Kai Hansen, con Man on the silver mountain dal debutto dei Rainbow e con Head over heels, che nel 1983 incisero gli Accept. È noto che questi oscuri teutonici hanno avuto una grande influenza sugli Hammerfall, e a far sì che sul loro album Renegade finisse anche questa cover ha contribuito il produttore Michael Wagener, buon amico e vicino di casa di Wolf Hoffmann. I due non hanno faticato a convincere Udo Dirkschneider a impugnare ancora una volta il microfono e a unirsi a Joachim Cans alla voce in Head over Heels. Dopo la discretamente ingegnosa We’re gonna make it (Twisted sister) arriva la disastrosa Breaking the law (Judas priest), con una voce così pessima che Halford potrebbe presto farsi vivo con una denuncia, e poi la già più promettente Angel of mercy, incisa anni fa dai Chastain. Il clima si rialza con la Rising force di Malmsteen, dove Dronjak ed Elmgren sfoggiano tutta la loro maestria alla chitarra, con il classico dei Kiss Detroit rock city e con il brano Crazy nights, che però non è firmato da Paul Stanley e compagni, bensì dai giapponesi Loudness guidati dal mitico Akira Takasaki. È uno dei pochi successi arrivati in America dall’Oriente, e l’album Thunder in the east (1985) è anche il primo disco metal giapponese nato sotto l’ala di un’etichetta americana. Tra le scelte più curiose c’è När vindarna viskar mitt namn, l’unico pezzo del disco con il testo non in inglese. Con questo brano nel 2000 Roger Pontare rappresentò la Svezia all’Eurovision, piazzandosi solo settimo davanti al pubblico di casa; gli Hammerfall lo hanno rifatto a modo loro cinque anni dopo, profetizzando il trionfo dei Lordi. L’anno seguente, infatti, l’Europa tremava già sotto i ritmi minacciosi del metal nordico. A chiudere l’album ci sono la arcinota Youth gone wild, con cori nettamente più deboli di quelli che avevano registrato nella loro versione gli Skid row, cosa che gli Hammerfall non si sarebbero dovuti permettere, e lo strumentale d’atmosfera di John Norum intitolato Aphasia, il cui originale si trova sul secondo disco degli Europe, Wings of tomorrow.   

Masterpieces quindi non è solo una mossa di mercato ben calcolata, ma anche un umile ringraziamento di uno degli articoli metal europei più caldi del momento a tutte le band che hanno influenzato il suo sound e la sua ideologia. La raccolta dimostra che la mentalità del passato recente e la musica che ci è legata sono ancora vive, e che il metal, in un’epoca di generale mancanza di ispirazione e di stagnazione, deve almeno sotto certi aspetti voltarsi indietro verso il tempo in cui regnava sul mondo. Di questa eredità quindi non c’è da vergognarsi, anzi, vista la quantità di cose buone che quel periodo ha portato alla musica, conviene sfruttarle a dovere e calarle in cornici nuove. La formula, con ogni probabilità, la riassumono meglio di tutti i versi di Rebel inside dall’ultimo album in studio degli Hammerfall: “We have our hearts set in the past and eyes towards the future”.  

Formazione

Joachim Cans – voce
Oscar Dronjak – chitarra
Stefan Elmgren – chitarra
Fredrik Larsson – basso
Anders Johansson – batteria

Tracklist

1.Child of the damned
2.Ravenlord
3.Eternal dark
4.Back to back
5.I want out
6.Man on the silver mountain
7.Head over heels
8.Run with the devil
9.We’re gonna make it
10.Breaking the law
11.Angel of mercy
12.Rising force
13.Detroit rock city
14.Crazy nights
15.Nar vindarna viskar mitt namn
16.Flight of the warrior
17.Youth gone wild
18.Aphasia

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