Meddle
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1971
Voto: 5/5
Intriso di atmosfere esoteriche, “Meddle” è forse addirittura l’album più importante nella storia dei leggendari innovatori del progressive rock Pink Floyd, perché è qui che hanno fissato la definizione finale del loro suono inconfondibile, quello che poco dopo gli avrebbe regalato fama mondiale e li avrebbe sparati per sempre tra le più grandi rock band di tutti i tempi. Con “Meddle” la band ha smesso di inseguire a tentoni un’identità sonora stabile e di lanciarsi in grossi esperimenti d’avanguardia, e soprattutto ha tagliato definitivamente i ponti con tutti i legami sonori del primo periodo psichedelico e con l’eredità del suo fondatore, il genio caduto Syd Barrett. “Meddle” è famoso e amato soprattutto per il super epic finale di oltre 20 minuti, “Echoes”, pezzo centrale del disco e, per molti, perfino il vertice creativo dell’intera discografia. Senza dubbio è una delle creazioni più magnifiche della storia del progressive rock, che anche a distanza di decenni fa venire i brividi con la sua magia incredibile e la sua struttura drammatica. Ma sarebbe un peccato snobbare anche gran parte degli altri brani del disco, per lo più a trazione acustica. Alcuni di loro rientrano tra le cose più belle ed esoteriche mai fatte dalla band e sono stati fondamentali per plasmare i classici più popolari arrivati dopo. “Meddle” è stato il primo album dei Pink Floyd a proporre (tramite “Echoes”) l’idea di un tema sonoro centrale a cui si può tornare ogni volta.
Allo stesso tempo è stato il momento in cui gli stili musicali dei singoli membri, con in testa il chitarrista/cantante David Gilmour, il bassista/cantante Roger Waters e il tastierista/cantante occasionale Rick Wright (il contributo del batterista Nick Mason alla scrittura dei pezzi è stato, come al solito, minimo), si sono fusi in quell’armonia ideale con cui sono entrati nella loro epoca creativa d’oro, liberandosi di tutte le oscurità atonali dei primi anni. Dopo l’uscita di “Meddle” il loro suono è diventato molto più raffinato e pulito, con un sacco di ondate ipnotiche, spesso malinconiche ed esoteriche. Ma anche molto più accessibile a un pubblico più ampio rispetto ai Sessanta. I pezzi migliori si sono riempiti dei testi filosofici, spesso sarcastici e di critica sociale di Waters e delle sue linee di basso melodiche inconfondibili, del modo di suonare la chitarra unico, di impronta blues e spesso incredibilmente sofisticato di Gilmour, e delle leggere melodie di tastiera di Wright. Gilmour era ormai diventato il cantante principale della band e la sua espressività vocale, carica di sensibilità, era spesso la chiave dei loro brani più profondi. Anche l’uso di effetti sonori speciali è diventato molto più sofisticato e, rispetto a prima, è spinto molto più sullo sfondo rispetto agli strumenti principali.
Il grande pregio di “Meddle” è che l’album è pieno di atmosfere diversissime, capaci di portare l’ascoltatore in un viaggio spirituale tutto particolare, se durante l’ascolto si lascia andare abbastanza. Il disco si apre con il drammatico ed esoterico schiacciasassi strumentale “One Of These Days”, che parte con l’effetto del soffiare del vento. Col tempo entra una linea di basso pulsante e ripetitiva, suonata insieme sia da Waters sia da Gilmour. In mezzo, passaggi esoterici di tastiera scorrono di continuo. Dopo una drammaticità ritmica in crescendo entra il riff distorto di chitarra di Gilmour e subito dopo tanti passaggi di gusto alla slide. Lo strumentale viene tagliato per un attimo dalla frase trattata con effetti “One of these days I’m gonna cut you into little pieces”, pronunciata da Mason. L’atmosfera drammatica di questa sempreverde delizia strumentale non cala fino alla fine, il che la piazza tra i momenti più eccitanti della loro carriera. All’apertura drammatica, subito dopo l’effetto del vento che soffia, segue la calma e malinconica ballata folk acustica “A Pillow Of Winds”. Quest’ultima è una delle ballate folk più piacevoli e rilassanti di Gilmour e una delle poche ballate d’amore nella storia della band. Il talento di Dave alla chitarra e alla voce qui brilla con tutta la sua forza, grazie alla raffinata estrazione di passaggi malinconici dalla chitarra acustica e dalla slide, soprattutto nella sezione centrale, un po’ più cupa. Il suono degli organi di Wright regala al pezzo anche un pizzico di mistero. Anche “Fearless” è costruita su un tempo lento e sull’uso abbondante di un suono acustico malinconico. Sull’energico uso di accordi arguti alla chitarra acustica e su una tenera melodia di pianoforte si posa la voce sognante di Gilmour. Questo pezzo acustico semplice ma ottimo, che oggi ha uno status di culto tra i fan della band, è famoso anche per la registrazione finale dei cori dei tifosi del celebre club calcistico inglese del Liverpool.
“San Tropez”, un altro brano di impronta acustica e davvero piacevole, è stato un esperimento molto interessante e atipico di combinazione tra elementi jazz e pop. Il pezzo è impregnato di un ritmo jazzistico e di un’atmosfera quasi tropicale, con la chitarra acustica come accompagnamento principale. Oltre alla voce romantica di Waters non mancano un assolo di slide di gusto di Gilmour e un altrettanto arguto assolo di pianoforte di Wright in chiusura. Con la sua atmosfera romantica ci si trasferisce subito con la mente sulle spiagge baciate dal sole della prestigiosa località francese di Saint-Tropez, di cui parla anche il testo. L’unico momento oscuro ma anche spassoso del disco è “Seamus”, un breve e stravagante esperimento blues con il cane di Gilmour, Seamus, che abbaia al microfono e qui regala le “voci” principali di questo strambo capriccio di Gilmour. Oltre alla voce di Gilmour, alla chitarra blues, all’armonica e al pianoforte di Wright, il pezzo è accompagnato dai guaiti malinconici di Seamus. Anche se, per la sua assurdità, questa creazione blues d’avanguardia è piuttosto fuori contesto rispetto al resto dell’album e in tanti per questo non la sopportano, nei momenti giusti di umore suona divertente e spiritosa. Allo stesso tempo calma del tutto l’album e prepara l’ascoltatore al magnum opus finale, quello che è “colpevole” se “Meddle” rientra tra i migliori lavori della storia della band.
Per il gran finale arriva infatti la favola già citata, il super epic di oltre 20 minuti “Echoes”, uno dei principali candidati a miglior opera nella storia del gruppo e il momento del grande trionfo esoterico dell’album, quando i talenti dei singoli membri e soprattutto l’armonia tra loro raggiungono la massima espressione. “Echoes” è intriso di un’incredibile atmosfera esoterica (si potrebbe dire anche space rock) che cambia di momento in momento, attraverso una serie di alternanze tra lunghe sezioni strumentali ed effetti ambientali drammatici. La combinazione di tutto questo porta l’epic verso un finale da sogno, soprattutto grazie all’uso incredibile della chitarra di Gilmour, che prepara il terreno per quel trionfo maestoso per cui i Pink Floyd si sono guadagnati a ragione un posto tra i più grandi gruppi nella storia del rock. Questa favola ambientale agitata e stratificata si apre in modo ridicolmente semplice, con il battito regolare di una sola nota effettata sul pianoforte di Wright, che suona come una sonda perduta in mezzo al mare che fa risuonare segnali brevi e spezzati. L’atmosfera complessiva della composizione trascina l’ascoltatore giù, nelle profondità del mare, dove davanti ai suoi occhi scorrono i colori e le bellezze della vita marina (a questo si adattano perfettamente anche il testo del pezzo e la copertina dell’album). Wright continua a costruire piano piano l’atmosfera con tante improvvisazioni al pianoforte. Poi entra un assolo di chitarra di Gilmour di una raffinatezza incredibile. Poco a poco si inseriscono anche una linea ritmica pulsante e il suono degli organi. La melodia vocale d’apertura, dopo succosi riff di chitarra, viene cantata insieme da Gilmour e Wright. Segue il tipico assolo “spaziale” di chitarra di Gilmour, che prepara il terreno per il primo passaggio della composizione, dove entra una linea ritmica energica. A questo punto il brano prende un ritmo quasi funky e introduce una lunga sezione strumentale, dove si alternano passaggi arguti di organo e chitarra. All’improvviso arriva una sezione drammatica con tanti effetti “vento” che rimbombano. Alcuni di loro ricordano anche il richiamo di una balena. Col tempo questi suoni calano a favore di un effetto che ricorda il gracchiare dei corvi. Dopo di che torna quell’effetto iniziale di sonar e qui Wright, con gli organi, riprende a intessere piano piano l’atmosfera drammatica, che comincia a crescere come un vulcano che si risveglia. Segue la preparazione al momento migliore della composizione, dove al suono spaziale degli organi e all’effetto sonar si unisce il riffing distorto di Gilmour, che spinge senza sosta il pezzo fino al punto di ebollizione e a una svolta drammatica. Poi arriva il passaggio da sogno, trionfale, con l’alternanza di frammenti melodici di chitarra e riffing pulsante. Quando rientra la sezione vocale con la voce malinconica di Gilmour, arriva il momento magico in cui i brividi cominciano a scorrere lungo il corpo dell’ascoltatore. A differenza della sezione vocale d’apertura, qui si alternano riff di chitarra possenti. Dopo l’ultimo passaggio arriva la sezione conclusiva, da favola e di una malinconia estrema, dove con passaggi “piangenti” e rimbombanti di chitarra e organo la composizione si avvia verso il suo spegnersi. Il pezzo si chiude come si era aperto l’album, con l’effetto del soffiare dei venti marini, e il cerchio degli echi ambientali si chiude. “Echoes” è una di quelle grandi creazioni musicali che non si riescono mai a lodare abbastanza e che resta per sempre uno dei più grandi traguardi dell’età d’oro del progressive rock.
“Meddle” è stato il momento chiave della svolta sonora e della direzione futura di questa band magnifica, e anche il primo capolavoro della sua formazione classica. È stato l’album fondamentale che ha gettato le basi per i loro successivi, strepitosi capolavori concettuali e il suo status di uno dei loro album migliori resta indiscutibile, anche se gli manca un po’ di coerenza per stare proprio in cima. Già solo l’incredibile “Echoes”, che è tra le tre migliori creazioni della loro carriera, è il motivo per cui il disco dovrebbe stare in ogni casa, mentre “One Of These Days”, “A Pillow Of Winds” e “Fearless” restano classici meno noti, che garantiscono all’album la sua atemporalità nella storia della musica. La chimica tra i membri era allora in perfetto equilibrio, i rapporti alla pari e i singoli ego, con la loro voglia di imporre certe idee musicali, ancora in letargo. La strada verso la vetta era inevitabile e il loro periodo d’oro, iniziato con il viaggio spaziale verso il “lato oscuro della luna”, poteva cominciare.
Formazione
David Gilmour – chitarra, voce
Roger Waters – basso, voce (4)
Richard Wright – tastiere, cori (6)
Nick Mason – batteria, percussioni
OSPITE “MUSICISTA”:
Seamus (cane) – abbaiate (5)
Produzione
Pink Floyd
Tracklist
1. One of these days (5:56)
2. A pillow of winds (5:13)
3. Fearless (6:08)
4. San Tropez (3:43)
5. Seamus (2:15)
6. Echoes (23:27)
Durata dell’album: 46:42