Megadeth radono al suolo il Palasaport
Autore: Rok Klemše
Luogo: Pordenone, Palasport
Data del concerto: 04.03.2008
Spettatori: 3000
Prezzo del biglietto: 34€
Dave Mustaine e la sua creatura, i Megadeth, sono uno dei capitoli più importanti della storia del metal. Il leggendario Mustaine è senza dubbio uno dei pionieri del thrash/speed metal e ancora oggi una delle più grandi personalità del genere, mentre i Megadeth in 25 anni di attività hanno lasciato un segno indelebile nel mondo della musica. Anche se con gli ultimi album si sono un po’ allontanati dalle radici thrash/speed del debutto Killing is My Business… and Business is Good! e sono scivolati verso le acque dell’heavy metal con venature thrash, si può dire che oggi siano i primi tra i grandi quattro del thrash (Metallica, Slayer, Megadeth, Anthrax). Almeno per quanto riguarda uscite ancora di altissimo livello, cosa che per gli altri tre è più difficile da dire. Del resto, la storia di Mustaine si legge come una telenovela messicana. Dave viene sbattuto fuori dai Metallica per l’abuso incontrollato di droghe e alcol, per vendetta fonda i Megadeth con l’idea di superare i Metallica, cambia membri a ritmo di catena di montaggio, nella sua carriera finisce in un centro di disintossicazione ben 15 volte (!!!), divorzia, per un po’ scioglie i Megadeth, si infortuna a una mano, litiga (a volte anche facendo pace) con un sacco di nomi del metal, ritrova Dio… eppure, nonostante tutto, l’anno scorso, dopo 25 anni turbolenti, i Megadeth pubblicano l’undicesimo album in studio, United Abominations. All’inizio di quest’anno i Megadeth partono per un tour europeo per presentare il nuovo disco e la tappa più vicina a noi è la cittadina italiana di Pordenone, al Palasport. A farci sbbevazzare six-pack senza pensieri ci ha pensato ancora una volta il Concert Freak di Tadej, che ci ha portati al Palasport in modo sicuro e veloce.
Come gruppo spalla i Megadeth hanno scelto una band molto azzeccata per genere, visto che in questo tour europeo li accompagnano i giovani thrasher britannici Evile. I ragazzi di Huddersfield sono nati proprio al momento giusto, in pieno revival del thrash metal, e l’anno scorso hanno pubblicato per la Earache il debutto Enter the Grave. Un bel successo per una band nata solo nel 2004, che dopo così poco tempo ha già avuto la chance di suonare davanti a giganti come i Megadeth. Ma forse gli Evile hanno avuto questa occasione solo perché il thrash metal è di nuovo “in”, visto che suonano un thrash solido ma piuttosto nella media. Dal vivo sono riusciti abbastanza bene a evocare il vero feeling “eighties”, ma secondo me un’attenzione simile se la meriterebbero altre giovani band thrash metal, come i Warbringer o ancora meglio i Negligence! Ciò nonostante gli Evile hanno presentato in modo solido il materiale di Enter the Grave e hanno scaldato per bene il pubblico italiano, in mezzo al quale c’erano mischiati dei fan sloveni scatenati. Come gruppo spalla gli Evile hanno avuto un impianto audio decisamente soddisfacente, e sul palco si sono messi in luce soprattutto il bassista saltellante Mike Alexander e il chitarrista solista pieno di energia Ol Drake, che a prima vista somiglia al bassista degli Exodus Jack Gibson. Il frontman Matt Drake ha tenuto insieme bene le pause tra i pezzi e li ha cantati con un solido vocione old-school thrash, mentre l’anello debole si è rivelato il batterista Ben Carter, nella media. Se non altro gli Evile erano un gruppo spalla adatto per genere, sono riusciti a riscaldare il pubblico, ma comunque si aspettavano solo e soltanto i Megadeth.
Il palco per i Megadeth i roadie l’hanno preparato a luci accese, aumentando ancora di più la tensione prima dell’inizio. A catturare l’attenzione c’era soprattutto la batteria di Shawn Drover, avvolta nei colori di fusti arrugginiti, mentre le due casse erano decorate con disegni adatti al titolo del nuovo album – il logo delle Nazioni Unite, solo che i continenti erano rimescolati a formare un teschio. Semplice, ma efficace! Poi è calato anche il telone e i giganti del thrash sono saliti sul palco senza introduzioni pompose o altre americanate da circo, portandoci con l'”opener” dell’ultimo album, Sleepwalker, in una passeggiata di un’ora e mezza attraverso la discografia di questa grande band. Purtroppo già con il primo pezzo è emerso il difetto più grosso del concerto: l’impianto audio era semplicemente pietoso. Troppo spesso la voce di Mustaine spariva chissà dove, e non importava in che punto della sala fossi. Davanti, dietro, al centro o sulle tribune di destra o sinistra, ovunque il suono era una grande delusione. È vero che il Palasport non è la sala più acustica del mondo, direi che è più o meno al livello di Hala Tivoli, ma se qualche mese fa i Dream Theater sono riusciti a ottenere un suono ottimale, nemmeno una band del calibro dei Megadeth dovrebbe potersi permettere una tale approssimazione. Ciò nonostante vedere i Megadeth è un vero piacere, e sui più grandi hit della band anche il suono scadente è affondato in fretta tra mosh pit e criniere al vento. Subito dopo Sleepwalker Dave ha detto che si sarebbe parlato poco e quindi si sarebbe suonato tanto di più, ed ecco che sono partiti i riff della leggendaria Take No Prisoners, dal capolavoro thrash di culto Rust in Peace. “Take No Prisoners/Take No Shit!” I Megadeth non se ne sono fregati proprio di niente e hanno piazzato di seguito i successi Wake Up Dead e Skin O’ My Teeth. La nuova formazione sul palco funziona alla perfezione; Drover sullo sfondo tortura le pelli, il bassista James Lomenzo lo aiuta alla grande col ritmo e con una presenza scenica rodata (si vede che ha radici italiane), Dave Mustaine al centro sembra un grande dittatore, e in modo davvero incredibile si è inserito nella squadra il nuovo chitarrista Chris Broderick (ex Jag Panzer, Nevermore). Che Chris sia un chitarrista di razza lo dimostra il fatto che è entrato nei Megadeth solo due mesi fa, eppure sul palco sembra uno che c’è dai tempi di Killing is My Business, anzi, anche gli assoli più impegnativi dell’era Friedman li ha suonati in modo impeccabile. Purtroppo anche il suono delle chitarre spesso cedeva e qualche linea se ne andava alla deriva chissà dove. Washington is Next! ha dimostrato che il nuovo album dal vivo suona ancora qualche gradino più in alto, e lo stesso vale per Gears of War, uno dei pezzi più nella media di United Abominations, che dal vivo è venuto sorprendentemente bene ed è stato maledettamente tosto. Niente di strano, visto che Dave l’ha presentato come un pezzo che parla dell’omonimo videogioco, in cui gli avversari ignari di tutto li massacri con martelli e motoseghe. Thrash ‘till Death, letteralmente! Uno dei momenti più belli del concerto l’abbiamo vissuto con la malinconica In My Darkest Hour, che Mustaine scrisse nel momento in cui seppe della morte del leggendario bassista dei Metallica, Cliff Burton, e con un’altra ballata, A Tout Le Monde. Per l’esecuzione di questo pezzo il giorno prima a Milano si era unita alla band Cristina Scabbia (Lacuna Coil), che lo canta in duetto con Mustaine anche sul nuovo album. Peccato non aver avuto l’onore di vederla anche al Palasport, se non altro sarebbe stato interessante (anche se personalmente mi piace molto di più la versione originale di Youthanasie). Dalla tribuna, guardando la folla che cantava, la bellissima Trust ha fatto un effetto fenomenale, poi sono arrivati ancora i classici thrash senza tempo – da Hangar 18, Ashes in Your Mouth, Symphony of Destruction, Peace Sells fino a una chiusura purtroppo troppo rapida con l’indimenticabile esecuzione del pezzo di culto Holy Wars… The Punishment Due. Se lasciamo perdere l’impianto audio pietoso, è stato un concerto straordinario di una band straordinaria, a cui gli anni non si vedono proprio. Soprattutto a Mustaine, che ne conta già ben 47. Io sto già contando i giorni che mancano a quando si potranno rivedere i Megadeth, e sarebbe bellissimo se finalmente un giorno li potessimo vedere anche da noi. In fondo sono gli unici della grande quattro che con una visita non hanno ancora onorato la Slovenia. “Choose Deth!” Uno dei tanti screzi di Mustaine fu anche quello con Rikki Rachtman di MTV. Alla fine i due hanno chiarito e Rachtman è comparso in un programma su VH1 con una maglietta con la scritta con cui chiudo questo reportage – “Mustaine For President!”
Scalette:
01. Sleepwalker
02. Take No Prisoners
03. Wake Up Dead
04. Skin O’ My Teeth
05. Washington Is Next!
06. Kick The Chair
07. In My Darkest Hour
08. Hangar 18
09. Gears Of War
10. A Tout Le Monde
11. Tornado Of Souls
12. Ashes In Your Mouth
13. Burnt Ice
14. Symphony Of Destruction
15. Trust
16. Peace Sells
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17. Holy Wars…
Foto: Barbara Milharčič
Testo: Rok Klemše
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