Memorial Roots

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Artista: BrainStorm
Etichetta: AFM Records
Uscita: 2009
Durata: 55:01
Voto: 3/5

Oggi i Brainstorm sono condannati al ruolo di uno dei principali portabandiera ancora in vita del power metal europeo, costretti a farsi strada attraverso l’era buia della scarsa popolarità di questo genere. Per fortuna le cose girano a cicli. Quando va di moda la brutalità, la melodia viene messa all’angolo. Eppure i Brainstorm resistono. Resistono testardi. Con la loro produzione passata si sono costruiti un nome che oggi è rispettato tra chi se ne intende di heavy metal fatto bene.

Con l’album “Liquid Monster” (2005) la band ha iniziato a mostrare segni di cambiamento nel suono e nello stile. Ha cominciato ad ammorbidire il suo pedigree duro e tirato e a cercare soluzioni in un uso sempre più massiccio di linee melodiche portanti. Le strutture si sono semplificate di conseguenza e il gruppo ha iniziato a dare la precedenza alla melodia.

Quella specie di mini etichetta “thrash” che si portavano addosso i vecchi album come “Ambiguilty” (2000) o “Metus Mortis” (2001) è insomma venuta via piano piano nella seconda metà del primo decennio del nuovo millennio. “Memorial Roots” lo conferma. Se c’è qualcuno a cui la nuova situazione calza a pennello, è il cantante Andy B. Franck. Uno dei migliori cantanti dell’heavy metal europeo. Con un cantato melodico leggermente rauco, autorevole e rodato, che unisce elementi di Bruce Dickinson (Iron Maiden) e le vertiginose altezze di Michael Kiske (ex-Helloween), Andy trova ancora più spazio nei cori epici dei nuovi pezzi, dentro ritornelli pomposi che un tempo non erano la regola nella musica dei Brainstorm. Penso all’opener Forsake What I Believed, a The Conjunction Of 7 Planets, a Hailed Down Dreams o a The Final Stege Of Decay (quest’ultima con un’ottima solata melodica nel passaggio centrale strumentale). Anche nei brani più veloci del disco come Ahimsa o Shiver, nonostante il ricco rotolare ritmico e il riffing movimentato e aggressivo di entrambe le chitarre, a prendere il sopravvento è la melodia, e con lei un livello di pomposità più alto rispetto ai lavori precedenti della band. Insieme a lei, anche lo sfruttamento delle potenzialità vocali di Andy B. Franck. A soffiare sul fuoco ci pensa anche l’integrazione delle tastiere, che emergono più che in passato.

Dopo il predecessore “Downburst” (2008), meno interessante e non proprio ispirato, “Memorial Roots” è di nuovo una mossa solida di questa formazione tedesca esperta e temprata, che comunque non raggiunge il livello di finezza, di morsi implacabili e di nitriti furiosi dei suoi tempi migliori, il periodo creativo tra il 1997 e il 2003 (l’apice del “revival” delle forme melodiche del metal), quando era tra le band “power” metal più dure e rozze, e amava flirtare con elementi del “thrash” metal.

“Memorial Roots” non dà la sensazione di una fuga a velocità tossica e tiratissima verso la (inimmaginabile) settima marcia. La velocità infernale che la band raggiungeva un tempo sui vecchi album è rimasta intrappolata nel pezzo Cross the Line. Ma non basta per spostare lo scambio che dirige i binari verso un disco a medio ritmo, comandato dalla pomposità dei ritornelli melodici e cantabili.

La critica principale a questo album va alla produzione. I bassi sono troppo tagliati e il rullante suona scatolato, metallico, assottigliato. Si sente soprattutto quando la batteria scappa nel rotolare del doppio pedale, con le chitarre che ci stanno sopra a pizzicare all’unisono armonie di terza (vedi il brano Victim), o nella parte più calma della strofa in The Conjunction Of 7 Planets, dove certi buchi sonori riempiti male è davvero difficile non notarli. Per tutto il disco. Il duo Sascha Paeth e Miro, che in passato ha prodotto album per band molto melodiche come Rhapsody Of Fire, Angra, Avantasia, Edguy, forse non è la scelta più azzeccata per una band del calibro dei Brainstorm.

L’album non tiene nemmeno un livello qualitativo uniforme nella scrittura dei pezzi. Brani come Victim, When No One Cares o Blood Still Stains sono i momenti meno intensi, meno ispirati del disco, quelli in cui la band avrebbe potuto cavare di più. Per questo la qualità del disco ondeggia un po’. Per fortuna i Brainstorm chiudono “Memorial Roots” con la più convincente Would You, un dialogo a contrasto tra una strofa più aggressiva e un ritornello bombastico, da stadio.

Insomma, Memorial Roots non è un brutto album, ma non raggiunge il livello che ci aspettiamo da veterani che conoscono tutti i trucchi dello studio come i Brainstorm. Non è il livello dell’eccellente Liquid Monster (2005), ma sta ben sopra quello di “Downburst” (2008), un album che riesce a rendere abbastanza da farsi amare da tutti quelli che sostengono la musica dei Brainstorm e l’hanno sempre sostenuta. Con questo disco la band dimostra di avere un senso innato per piazzare melodie ben costruite. Se in futuro vorrà spingere più a fondo in questa direzione, dovrà però dedicare molta più attenzione alla produzione stessa. Da lei dipende il funzionamento efficace dei tanti stati d’animo (leggi: atmosfere), rispetto ai quali, diciamocelo, l’album “Memorial Roots” sotto molti aspetti lascia l’ascoltatore freddo.

Formazione

Andy B. Franck – voce
Torsten Ihlenfeld – chitarra
Milan Loncaric – chitarra
Antonio Ieva – basso
Dieter Bernert – batteria

Produzione

Sascha Paeth & Miro

Tracklist

1. Forsake What I Believe
2. Shiver
3. The Conjunction Of 7 Planets
4. Cross The Line
5. Nailed Down Dreams
6. Blood Still Stains
7. Ahimsa
8. The Final Stages Of Decay
9. Victim
10. When No One Cares
11. Would You

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