Meshuggah: Immutable

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Etichetta: Atomic Fire
Data di uscita: 1. 4. 2022
Produzione: Meshuggah & Rickard Bengtsson
Durata dell’album: 66.43 min

I pesi massimi svedesi Meshuggah stavolta si sono presi ancora più tempo del solito per mettere in piedi il nuovo album. Si sa che i Meshuggah hanno bisogno di un sacco di tempo: sono dei bei perfezionisti, e in più la band non è più proprio di primo pelo, quindi nemmeno le idee fresche piovono dal cielo a ripetizione.

Siamo nel 2022 e i Meshuggah sono tornati con il nono album. Una formazione che per i primi vent’anni di carriera era stata piuttosto snobbata ha vissuto nel 2008, con l’album ObZen, una svolta totale. Non solo la band è diventata una delle più popolari della storia del metal estremo, ma è nato anche un (sotto)genere, il djent. Con il loro stile unico, la forza devastante e una produzione massiccia, i Meshuggah hanno infatti ispirato una marea di altre band. Eppure sono rimasti rilevanti. Non si sono ammorbiditi come, che so, i Gojira: sono rimasti fedeli al proprio stile, gli elementi di sperimentazione ci sono ancora, ma non ci sono più le deviazioni di prima del 2008, quando uscì lo spartiacque ObZen.

Negli ultimi dieci anni sembra che i Meshuggah abbiano trovato la loro zona di comfort, e Immutable lo conferma alla grande. Questo non vuol dire che il disco non riservi sorprese. I Meshuggah restano degli acrobati (poli)ritmici che puntano tutto sul groove. Per le registrazioni è tornato anche il chitarrista Fredrik Thordendal, che però stavolta ha messo solo gli assoli, mentre alla vera e propria fase creativa non ha partecipato.

Che i Meshuggah sappiano ancora il fatto loro in fase di scrittura lo dimostra già l’opener Broken Cog, che all’inizio sembra minimalista, ma dopo un avvio pacato, con la voce di Jens Kidman addirittura più sussurrata, la band colpisce forte e in modo devastante. Come apertura, Broken Cog non raggiunge l’eccellenza delle opener precedenti, ma annuncia bene che i Meshuggah non molleranno tanto facilmente. Allo stesso tempo la band dimostra ancora una volta di non attenersi alle strutture convenzionali, mostrando così il suo lato più progressivo. Segue The Abysmal Eye, il primo pezzo di Immutable presentato al pubblico, che mostra i Meshuggah nella luce migliore. La band propone un brano ritmicamente vario, con svolte furbissime, mantenendo al tempo stesso abbastanza aggressività e groove da rendere il tutto più convincente. E parlando di ritmica, i Meshuggah piazzano Phantoms, che con la sua complessità convince senza dubbio anche quei fan scettici che finora il disco non l’aveva ancora conquistati. Un’altra prova che i Meshuggah non si sono ammorbiditi è l’estremamente potente Ligature Marks, di natura più lenta. Ha un tocco di sludge metal, che dà all’album ancora un po’ più di varietà.

Probabilmente uno dei brani più interessanti è lo strumentale They Move Below, che parte in modo pacato nello stile di The Last Vigil dall’album Koloss (2012), ma poi cresce con una forte distorsione e una ritmica dinamica. Subito dopo i Meshuggah ingranano la marcia con Kaleidoscope e mostrano un senso del groove eccezionale. Il breve strumentale Black Cathedral ha un sapore black metal, ma a quanto pare serve solo da introduzione a I Am That Thirst, che è quindi un altro pezzo devastante.

Uno dei brani più aggressivi del disco è Armies of the Preposterous, che ricorda un po’ i tempi più caotici della band negli anni Novanta, anche se il caos dei lavori più recenti sembra più controllato, e così i Meshuggah sono diventati anche più sopportabili e ascoltabili. La band chiude l’album con un «piacevole» strumentale, Past Tense, che per via della struttura suona piuttosto progressivo, pur essendo un pezzo tranquillo.

Immutable è il lavoro più lungo della band in tutta la carriera. Con qualche brano viene perfino il dubbio che sia un filler, ma alla fine risulta che i Meshuggah hanno creato di nuovo un capolavoro, che musicisti e critici musicali analizzeranno ancora per molto.  

Con Immutable i Meshuggah confermano che, evidentemente, i tempi della sperimentazione estrema sono finiti. In fondo la band non è più giovanissima, hanno tutti ormai passato i cinquanta, ed è solo questione di tempo capire quanta strada musicale resti ancora davanti ai Meshuggah. Probabilmente anche l’assenza di Thordendal in fase di scrittura spiega ancora meglio perché i Meshuggah siano diventati più «da piedi di piombo»: troppe escursioni qui non avrebbero pagato granché. Immutable non è quindi il seguito dello sperimentale e psichedelico Catch 33, e anche il caos è più controllato che in Chaosphere. È il risultato logico delle linee tracciate con ObZen, seguite poi con gli album Koloss e  The Violent Sleep of Reason.

All’album si può rimproverare di essere troppo lungo, di essere a tratti generico, di non essere audace come i predecessori. Le critiche piovono soprattutto sulla voce monotona di Kidman, ma altri definiscono Kidman uno strumento ritmico, ed è proprio questo a rendere speciali i Meshuggah. Sull’esecuzione, comunque, non c’è niente da ridire. I Meshuggah sono ancora precisi come bisturi e ritmicamente sono rimasti vari. Il flirt con il jazz fusion resta, e soprattutto negli assoli di Thordendal è più che evidente che il leggendario chitarrista jazz Allan Holdsworth sia un’ispirazione fondamentale. Il membro più importante resta il batterista Tomas Haake, che con i suoi ritmi e le sue fantasiose poliritmie è la pietra angolare dei Meshuggah. Naturalmente non vanno dimenticati nemmeno il chitarrista Mårten Hagström e il bassista Dick Lovgren, che già da un po’ contribuiscono con parecchie idee alla creazione dell’album.

Su una cosa, però, i Meshuggah non cederanno di sicuro, ed è semplicemente la produzione. Anche Immutable suona massiccio come i predecessori. Pur essendo moderno e forse perfino futuristico per il suono brutale delle chitarre a otto corde, bisogna ammettere che i Meshuggah hanno svolto il loro compito in produzione alla grande. Sull’evoluzione del suono negli anni possiamo prendere in prestito una frase di Metal Hammer: «I Meshuggah sono semplicemente diventati più Alien che Terminator.». A confermarlo c’è un suono organico curatissimo, ma il fatto è che i Meshuggah sono una band che passa un bel po’ di tempo in studio, e Thordendal nel frattempo se n’è addirittura costruito uno suo, da cui ha registrato i suoi assoli.

Immutable è un disco che dovrebbe accontentare i fan della band, magari qualcuno lo deluderà pure, ma i Meshuggah restano coerenti e rilevanti per la scena più estrema del metal. Di certo i Meshuggah sanno ancora sorprendere, ma non quanto facevano vent’anni fa.

8,5/10

Tracklist:
01. Broken Cog
02. The Abysmal Eye
03. Light the Shortening Fuse
04. Phantoms
05. Ligature Marks
06. God He Sees in Mirrors
07. They Move Below
08. Kaleidoscope
09. Black Cathedral
10. I Am That Thirst
11. The Faultless
12. Armies of the Preposterous
13. Past Tense

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