Metal Camp 2012 – secondo giorno!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Tolmin (confluenza di Tolminka e Isonzo) / Slovenia
Data del concerto: 07.08.2012
Numero di visitatori: 12.000
Prezzo del biglietto: 109,00€ (biglietto giornaliero) / 142,00€ (abbonamento di sette giorni)
Il secondo giorno dell’edizione di quest’anno del Metal Camp ha aperto la serie di esibizioni delle band folk metal, che oggi sono evidentemente al centro della moda metal di massa. Che sarebbe andata così l’aveva già annunciato il set notturno degli italiani Krampus, che sul palco principale, fino a notte fonda, hanno coccolato con le loro cavalcate chi dopo i Machine Head non ne aveva ancora abbastanza di frustate agli organi recettori. Eppure, a conti fatti, il secondo giorno è stato tagliato su misura per gli amanti del death metal. Soprattutto grazie ai superlativi Kataklysm e ai fantasmagorici ritornati sulla scena At The Gates, i veri protagonisti del secondo giorno del Metal Camp di quest’anno. Ma andiamo con ordine.
All’inizio, però, non sembrava proprio andare così. L’annuncio della svolta folk metal del festival, che si sarebbe fatta d’oro dal terzo giorno in poi, è toccato al volume delle band di casa Brezno e Avven. Settetto contro settetto, insomma. Brezno hanno un po’ meno anni di carriera degli Avven! Alle quattro del pomeriggio, in mezzo a un caldo infernale, hanno preso il palco, dove ad aspettarli c’era un’ottima affluenza che ha confermato che le band che cuociono riff metal con la leva della pastorale celtica sono ancora amatissime. Che i Brezno «crescano» e facciano passi avanti di mese in mese l’ha confermato anche il set al Metal Camp, dove, ancora ben caldi dalla recente serata insieme agli Arkona a Lubiana, a fine luglio di quest’anno, hanno tirato fuori un’esibizione potentemente compatta e convincente. Con la loro presenza hanno riempito alla grande il palco grande del Metal Camp e, con la formazione rinnovata, hanno fatto capire che per i Brezno c’è una sola strada. Quella che porta al primo vero album in studio, che aprirà loro ancora di più le porte dell’affermazione sulla scena internazionale. I brani Glasnik, V nebo, Dolina pogubljenih, Žanjica, Bitka, Krst e Glas preteklosti, che sono risuonati dal palco, testimoniano il riuscito innesto del melos tradizionale sloveno, radicato nella tradizione popolare, con il pedigree del riff metal.
Avven l’anno scorso hanno pubblicato il secondo album in studio »Kastalija«. Sul palco principale, in realtà, li hanno spostati dal secondo palco all’ultimo momento. Quello che i Brezno avevano annunciato prima degli Avven, gli Avven l’hanno approfondito con la loro presenza scenica. Il pubblico di supporto era quasi «col latte ancora sui denti», diciamo appena maggiorenne, se non addirittura frotte di sedicenni, maschi e femmine, che si è abbandonato completamente alla festa tra gli incitamenti rock-metal da inno della musica degli Avven, sollevando una bella nuvola di polvere che creava una cortina di fumo in mezzo alla calura, mentre «faceva il trenino» durante il set della band. Gli Avven, che con look e stile ricordano senza volerlo (o volendolo) i Siddharta incrociati con un elemento pastorale celtico, battuta il cui carattere è approfondito dall’approccio vocale e dalla presenza stessa del cantante sul palco, poi dal suo Gibson Les Paul «sunburst», e in ogni caso dallo stesso principio compositivo, che riesce a ricavare un’inno rapace nei ritornelli, che ti entrano subito sotto la pelle (Zmaji, Ros). Gli Avven possono essere anche un buon esempio per le altre band slovene, perché guardando la loro esibizione non mancano i richiami al fatto che lo stage presence conta almeno quanto la voce. Cioè un aspetto curato e uniforme, con cui gli Avven cercano di mettere in risalto il proprio carattere musicale e l’essenza stessa della loro musica, è un metodo che a molte delle nostre band manca ancora, mentre gli Avven lo praticano già adesso con grande coraggio. Per questo è uno spunto importante anche per un’eventuale conquista della scena internazionale. L’area sotto il palco, riempita benissimo soprattutto da giovani sloveni, conferma la popolarità sempre maggiore della band e il radicamento della sua musica.
Madball sono la leggendaria band New York Hard Core che non ha bisogno di presentazioni. Pugili che con i loro tatuaggi abbondanti, le cicatrici e un prognatismo mandibolare ringhiante suscitano tutto fuorché un panorama amichevole. Dei pit bull scatenati, insomma, che non nascondono la loro doppiezza mafiosa, quando nel bel mezzo del loro atteggiamento violento e senza veli si danno a una confessione continua a Sua Altezza lassù in cielo. Ma lasciamo perdere, anche se è sempre stato grottesco. Tre quarti d’ora di furia estrema che rotola sul Metal Camp, di sferragliare punk tagliente intriso di una cannonata vertiginosa di riff post-thrash, delle escalation scatenate del mastino Freddie Cricien, senza il quale è difficile immaginarsi i Madball, è stato entusiasmante! L’uomo si è allenato fino allo sfinimento durante il concerto. Partendo da Get Out, poi i brani For My Enemies, Empire, We The People, l’integrazione del brano perduto degli Agnostic Front It’s My Life, uscito nel 1989 sull’EP di debutto dei Madball »Ball Of Destruction«, fino al crescendo finale con Heavenhell, Infiltrate the System e il gran finale Hardcore Stil Lives, ci siamo goduti un’esecuzione autentica, diretta, bollita a un voltaggio infernale, che nel suo blitzkrieg non ha lasciato prigionieri. Solo devastazione totale. Durante il set dei Madball il pubblico si è mescolato per bene, ma soprattutto si è un po’ «sciolto» in abbondanza, il che indicava in parte che, a livello di genere, anche se non nascondono elementi di thrash metal, i Madball a un festival come il Metal Camp non sono tra il pubblico la formazione più cercata in massa del cartellone. Una scelta più adatta è la loro versione evoluta, gli Hatebreed, che però per la loro esibizione al Metal Camp hanno dovuto aspettare ancora un giorno.
Fintroll hanno poi, naturalmente, ribaltato tutte le sensazioni! Debosciati dell’alcol che ultimamente con le nuove uscite non riescono più a impressionare come qualche anno fa, quando con il loro arrivo sulla scena e con la lucida combinazione di black metal e di mordace follia folk nordica avevano arricchito così piacevolmente il panorama musicale. Incredibile, ma prima dell’inizio del concerto verso l’area del palco affluiva un vero fiume nero e schiumante da ogni angolo del campeggio. Gente vestita e agghindata con abiti tradizionali nordici: kilt, corna, elmi vichinghi, facce dipinte e naturalmente l’inebriante tanfo di derivati alcolici versati, che fumava dall’alito della folla…. L’orgia alcolica era cominciata, e la band non nascondeva l’ottimo umore davanti allo spettacolo del pubblico scatenato sotto il palco. In una durata concreta che sfiorava l’ora piena si sono susseguiti i brani Nattfödd, Födosagan, Slaget Vid Blodsälv, Jaktens Tid, una cover interessante del brano Insects, che nell’originale appartiene agli sperimentatori new wave americani Oingo Boingo, tratta dall’album »Nothing to Fear« (1982), i più recenti Solsagan e Under Bergets Rod dall’attuale album in studio »Nifelvind« (2010) e la cavalcata da birra «diventata popolare» nella parte finale, intitolata Trollhammaren. Un mix di lucidità e di roulette di melodie pungenti, fredde e maliziose alla nordica, che messe insieme ricordano davvero un troll ubriaco che avanza sgangherato, che non vede l’ora di combinare qualche stupidaggine, ha dimostrato che i Finntroll sono un’attrazione live rovente, cucita addosso a tutti voi che volete staccare la spina e un volo senza ritorno di un litro imbottigliato di vodka finlandese dritto in fronte a un povero scemo
Beh, i Kataklysm, primi della lista, hanno incontrato qualche peripezia sonora, il che ha fatto sì soprattutto che nella parte iniziale del set, durante il brano d’apertura As The Enemy Sleeps, suonassero per un po’ senza il bassista Stephane Barbe. Ciò nonostante i death metaller di Montreal, nella parte francofona del Canada, hanno attaccato il concerto come se la cosa non li scomponesse minimamente. Jean Francois Dagenais con un massiccio muro di riff, ma soprattutto l’ottimo «growler» Maurizio Iacono, con la fidata finezza meccanica alla batteria di Max Duhamel, hanno creato in un attimo sensazioni da apocalisse, come suggeriscono già la stessa missione e il nome della band. Presto è tornato in gioco anche lo Stephane che mancava e il quartetto ha ripreso a demolire con tutta la forza. Iacono quel giorno, tra i frontman, si è sicuramente portato a casa il primo posto nella categoria del presentatore più ingegnoso e simpatico. Il suo dialetto divertente, che si attiene all’uso dell’inglese, ha trasformato un montanaro all’apparenza spaventoso in un simpatico orsacchiotto, che per giunta nei discorsi al pubblico suonava in realtà sarcastico. I Kataklysm sono dei tipi particolari, come è particolare, in senso musicale, molto di ciò che il Quebec ci ha dato nella storia della musica fino a oggi, a cominciare dagli assoluti «svitati» della musica, i Voivod. Nonostante la cupezza e la rovina create dai ragazzi attraverso The Night They Returned, It Turns To Rust, i più recenti Push the Venom e At The Edge of The World dall’attuale album in studio »Heaven’s Venom« (2010), poi The Awakener, Shadows And Dust, Crippled & Broken, As I Slither, Taking The World By Storm e Iron Will, il tutto è stato ben cesellato anche dagli inserti melodici del chitarrista Jean Francois, e siamo stati esposti anche all’occasionale armoniosità di sequenze iper-blast tagliate a velocità estrema (Shadows Adn Dust), create dal rullante a sedicesimi di Duhamel. Anche se i Kataklysm li guardava meno pubblico sotto il palco, hanno stregato il Metal Camp con la loro perfezione esecutiva, la complessità tecnica e la sincera marcia gigantesca di oscurità da giorno del giudizio che solo l’essenza del metal dei Kataklsym sa creare. »If you have a metal heart, than you have an Iron Will!« ha annunciato in uno dei discorsi al pubblico il cantante Maurizio Iacono, prima del brano Iron Will. Headbanging oltre ogni misura, da far schioccare le vertebre del collo! Una follia e uno dei picchi del secondo giorno del festival, un’ouverture di perfezione death metal eseguita alla grande in vista dell’attesissima esibizione degli At The Gates.
Uno dei fondatori del doom metal, i Paradise Lost, hanno rappresentato un bel diversivo di genere non solo per il secondo giorno, ma per l’intero Metal Camp di quest’anno. Se non addirittura l’unica band britannica che in questa edizione è salita sul palco grande, è arrivata a Tolmin con in tasca il nuovo album intitolato »Tragic idol«. Il tredicesimo album in studio in tutto dimostra che la band sta tornando al grembo della sua musica originaria. I Paradise Lost, che in realtà si esibiscono nella formazione originale Greg MacCintosh (chitarra), Nick Holmes (voce), Aaron Aedy (chitarra), Steve Edmondsson e il nuovo arrivato, ex The Haunted e Cradle Of Filth, reduce degli At The Gates (!) nonché batterista dei Brujeria Adrian Erlandsson. Quindi Erlandsson al Metal Camp ha suonato due volte. Tutta questa ritrovata ottima chimica di lavoro nella band l’ha confermata già all’inizio del set l’ottimo nuovo brano Honesty In Death. Sull’area del festival era calata la notte e il sentimento di malinconia doom, pieno zeppo, ha funzionato a pieno regime quando la band ha riportato in vita senza compromessi una serie di brani, da Widow, Erased, Forever Falirue, One Second, The Enemy ai nuovi Tragic Idol e Fear Of Impending Hall, e ha portato il concerto alla fine con i brani Faith Divides Us – Death Unites Us e Say Just Words. Suono autentico fino al midollo, energia e atmosfera gelide e più vere che mai. Nick Holmes, soprattutto nella prima parte del concerto, è stato sicuro con la voce, poi a metà con qualche difficoltà, ma verso la fine la voce gli è tornata alla forma iniziale. I Paradise Lost sul palco sono coerenti con il loro paradigma musicale. Imbronciati, inflessibili, facce morbose. Di tanto in tanto solo Aaron Aedy schiariva il volto, mentre il suo compare Greg MacCintosh all’estrema sinistra vale ancora come la prima icona e figura della band, che parla da sola. Con i capelli quasi alle ginocchia, il volto puntato a terra, lo sguardo cupo e un’interpretazione fervida alla chitarra, MacCintosh irradia già con la sola presenza scenica il capo silenzioso e la mente ideatrice della band. Il pubblico fino a quel momento aveva serrato le file al massimo numero, e la band, in ottima sintonia e con uno show compatto e dinamico, ha creato un concerto fenomenale, annunciando così che il loro ritorno in Slovenia a ottobre di quest’anno, quando i Paradise Lost si esibiranno al Kino Šiška (Lubiana), sarà un concerto da non perdere assolutamente!
E finalmente l’esibizione più attesa del secondo giorno. I ritornati sulla scena e uno dei fondatori del death metal melodico della vecchia, buona scuola di Göteborg! At The Gates. Possiamo dire che lo scioglimento dei The Haunted, sotto questo aspetto, sia stato utile. Con tutta la solidarietà per i fan dei The Haunted! Il ritorno in attività degli At The Gastes è senza dubbio un sogno che si avvera per tutti i seguaci ultimi del death metal in tutte le sue forme, così come ce le rivela il genio musicale esploratore dei creatori di questo genere metal.
Probabilmente anche tu, nella tua odissea di concerti, ti sei trovato a vedere dal vivo un artista rimessosi insieme, che dopo tanti anni di silenzio ha riavviato la sua macchina. Un artista che aveva smesso di funzionare quando era all’apice delle sue forze e della sua ispirazione. Uno di questi sono proprio gli At The Gates, che hanno pubblicato in fretta quattro album – oggi considerati classici assoluti del death metal di valore pionieristico (parlando del ramo di Göteborg come direttrice di sviluppo del death metal). Dopo la svolta con l’album »Slaugher Of The Soul« nel 1995, nel 1996 gli At The Gates si sono sciolti. Quindi più o meno sulla strada verso l’apice. Le aspettative al Metal Camp per gli At The Gates erano alte. Gli At The Gates sono stati scelti come uno degli »headliner« del festival, con un set di un’ora e mezza, e ci veniva l’acquolina in bocca al pensiero della scaletta, che comunque non poteva essere altro che da sogno.
E infatti. Dalla prima all’ultima battuta la band ha fatto capire che la carica non è affatto finita. Il duro lavoro di Bjoerler, Larrsson ed Erlandsson nei The Haunted ha rinsaldato i legami tra i musicisti, e gli At The Gates si sono approcciati al lavoro sul palco letteralmente con fanatismo! In scaletta hanno eseguito praticamente l’intero album »Slaughter Of The Soul« (1995) e già solo con questo gesto si sono fatti perdonare dai fan per tutti gli anni di assenza dalla scena »death metal«. Da quell’album hanno saltato solo la strumentale di chiusura The Flames Of the End. Che il concerto fosse all’insegna di quell’album lo testimonia anche la parte finale. Il set regolare l’ha chiuso Need, mentre il bis l’ha aperto, fino a quel momento molto rimpianta, l’ottima Blinded By Fear, che ha riportato la fantastica atmosfera all’apice delle orge empie, le quali per l’ultima volta quella sera hanno conquistato la zona di Tolmin, tanto che non sono rimasti fermi nemmeno gli angoli più nascosti di Trenta, con la sorgente dell’Isonzo compresa, e probabilmente hanno scosso per bene anche gli spiriti vaganti dei caduti sul fronte dell’Isonzo, da Tolmin a Caporetto.
A far decidere i ragazzi di suonare l’intero album »Slaughter Of the Soul« ha probabilmente contribuito anche il fatto che molto di quell’album, fino alla reunion, non l’avevano mai eseguito dal vivo, visto che dopo la sua uscita lo scioglimento della band arrivò presto. Sui volti, nonostante l’incarnazione sinistra dell’ingresso all’inferno messo in scena, ai ragazzi si leggeva per tutto il tempo serenità e gioia di essere di nuovo insieme, perché scandivano il repertorio con impegno estremo e una concentrazione incredibile. La voce di Tomas Lindberg è intatta e immacolata. Un ringhio da cui sprizzavano scintille dalla gola! Dal primo all’ultimo secondo del concerto. Perfezione svedese di straordinaria coesione nell’esecuzione, di brillante interazione reciproca, così come di ottimo suono durante il concerto. Gli At the Gates hanno giustificato tutte le aspettative dei primi headliner del secondo giorno del festival e con veemenza hanno spazzato via la concorrenza della giornata in tutti gli attributi dell’esecuzione sul palco. La chimica nel gruppo è eccezionale e speriamo che la band tiri fuori il prima possibile il nuovo album in studio, che sarà così il suo quinto in tutto. Un’esibizione che è stata uno dei picchi del Metal Camp di quest’anno, se non addirittura il picco assoluto!
Scaletta
AT THE GATES:
- Slaughter of the Soul
- Cold
- Terminal Spirit Disease
- Raped by the Light of Christ
- Under a Serpent Sun
- Windows
- World of Lies
- The Burning Darkness
- The Swarm
- Forever Blind
- Into the Dead Sky
- Suicide Nation
- Nausea
- The Beautiful Wound
- Unto Others
- All Life Ends
- Need
—bis— - Blinded by Fear
- Kingdom Gone
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