Metal Mania Open Air 2011 – secondo giorno

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Komen sul Carso / Slovenia
Data del concerto: 13.08.2011
Numero di spettatori: 1200
Prezzo del biglietto: 45,00€

Mattina tranquilla e fresca, cosparsa di goccioline di rugiada al festival Metal Mania Open Air. È suonata l’ora del secondo e ultimo giorno. Il faticoso primo giorno di “sollevamento pesi riempiti di derivati alcolici” ha reclamato le sue vittime. Ciononostante, nella luce del mattino “pesco” il mio buon camerata, nonché istituzione e icona del Metal Mania Open Air, Bojan Bidovec, mecenate del metal per tanti giovani gruppi sloveni che muovono i primi passi. Dopo un’abbondante colazione a base di bontà di Komen alla griglia, io e lui ci siamo piazzati nell’unica ombra in mezzo al piazzale d’asfalto, quella che regala il tendone audio Youwdin. Sul palco c’erano gli Slavocracy. Il concerto lo seguivano sotto il palco esattamente otto persone, compresi Bojan, Yowda e il sottoscritto. E c’era parecchio da vedere. Slavocracy ci hanno regalato una delle variazioni più belle del festival. E per giunta mentre il campeggio dormiva ancora.

Un quartetto nato dalle ceneri degli Entreat di Nova Gorica. Con un’intonazione eccezionale! Un’intesa eccezionale. Un groove eccezionale! La versione moderna e “groovy” del death metal. Dal punto di vista tecnico sicuramente uno dei gruppi più rifiniti del secondo giorno. Il timbro del growl dava una spinta enorme al nucleo della resurrezione dei riff, che, in sintonia con una combinatoria ritmica spiritosissima e movimentata, scuoteva lo spazio. Incendio al napalm per dire buongiorno, con una buona dose di gusto per le battute umoristiche del cantante tra un pezzo e l’altro. Oltre a un ottimo show, che scoppiava di convinzione ed energia in eccesso, va lodato il gruppo per l’immagine curata, che si addice alla loro missione musicale, cravatta bianca del cantante compresa.

I The Scourge, che hanno coronato la loro esibizione al MetalCamp suonando anche sul secondo festival metal più grande della Slovenia, hanno portato al festival più death metal purosangue rispetto alla forma alla moda e piena di groove degli Slavocracy. Ma anche questa è una band che non sa e non vuole restare in forme preconfezionate. I pezzi hanno continui cambi tra i motivi guida, tenuti insieme da complesse tessiture ritmiche, che si fondono di continuo l’una nell’altra, e con loro ondeggia anche l’atmosfera. Il gruppo combina doppie voci growl, e lo fa in modo molto efficace! I brani sono caratterizzati anche da molti passaggi melodici intrappolati in terze armoniche (anche con plettrata veloce), che alleggeriscono la tensione e la cupezza che altrimenti veglia sui pezzi. Un’esibizione estremamente interessante di una band che non teme la sperimentazione musicale e che con la sua presenza ha dimostrato anche una straordinaria precisione tecnica.

Parlando di dosi di sperimentazione musicale, tra le tre band viste fin qui al festival il primo posto va senza dubbio ai Mothermound. Il loro modo di intendere il metal è qualcosa di totalmente unico e irripetibile. L’atmosfera è doom, anche se non puoi dire che suonino doom! Allo stesso tempo sanno rotolare crudi come la raccolta di rock n’ roll più sfigurata, ma con il tocco di sperimentazione che spalanca le porte questi ragazzi risultano del tutto imprevedibili. C’è un sacco di spazio per stacchi psichedelici, come pure per deviazioni verso ottimi passaggi melodici. E il tutto è cucito insieme in modo che i ragazzi non perdano il filo rosso e nemmeno un briciolo della loro botta elementare. La voce ruggente spinge al massimo la portata della band. È un gruppo che aprirebbe senza problemi un concerto davanti agli sperimentatori “fuori di testa” del Québec come i Voivod.

Dopo il primo picco del secondo giorno, quando si è esibita quest’ottima triade di innovazione musicale nella sequenza Slavocracy – The Scourge – Mothermound, l’atmosfera del festival è un po’ calata. A prescindere dal caldo di mezzogiorno che si è abbattuto sul posto, anche musicalmente non abbiamo avuto picchi particolari quando sono saliti sul palco i croati Decomposing Entity. I ragazzi hanno lasciato un’impressione piuttosto sbiadita e da copia. Nonostante un bel po’ di rumore scatenato e di corde vocali stirate, con cui il cantante ha provato diverse tecniche di voce estrema, al gruppo manca quella scintilla di personalità. Nella media. Solido, ma in tutto e per tutto nella media. Non sono riusciti a spremere più adrenalina dai presenti nemmeno gli italiani cacciatori di pelli della fauna terrestre del Pleistocene, i Krampus. Folk rocker, un settetto che ha sfoggiato sul palco un bel po’ di strumenti diversi, soprattutto a fiato, oltre a rustici “plunk” per grattare le corde: con quella deviazione di genere non c’entravano granché con la scaletta. Solo gli Eruption, che per anzianità ci si sarebbe aspettati di vedere un po’ più tardi in programma, hanno riportato sul palco un po’ di interesse. La band oggi suona in formazione cambiata. Dei veterani restano solo il cantante Buco e l’ottimo chitarrista Tim, che per il fisico da biondo allampanato potrebbe sostituire il K.K. Downing in pensione dei Judas Priest. Questi thrash revivalisti old school carichi a molla hanno dinamite, e con un’esibizione affiatata e compatta hanno dimostrato, anche con la nuova formazione in cui ha debuttato il chitarrista Andrej, di avere un ottimo punto di partenza per fare il salto dopo l’audace debutto in studio “Lifeless Paradise” del 2009. Il pubblico non si è affatto dimenticato della band e l’area sotto il palco si è animata subito durante l’esibizione, ma a divertire più di tutto è stata l’interazione tra band e pubblico.

Segue un’esibizione interessante. Vigilance. Ragazzi che traggono profonda ispirazione dalle conquiste del lontano movimento N.W.O.B.H.M. Già. Il mondo gira e siamo arrivati al punto in cui sempre più band di nuova formazione guardano a ripescare la culla della tradizione metal. Rispetto all’impressione lasciata con il concerto di fine gennaio di quest’anno a Ravne na Koroškem, la band ha fatto un deciso passo avanti. Si è anche messa seriamente a registrare del materiale, che in tempi ragionevoli dovrebbe vedere anche l’uscita ufficiale. Insomma, i ragazzi hanno serrato i ranghi, sono maturati un pochino, hanno migliorato un pochino l’affiatamento. Tutto questo si sentiva nell’esibizione del gruppo guidato dall’ambizioso “shredder” Gigo. Nonostante la band sia, in partenza, condannata a un arsenale espressivo limitato, che nelle frasi originali ricorderà sempre questo o quel vecchio gruppo, un po’ di prudenza non guasta. Due pezzi si sono avvicinati sfacciatamente al prestito diretto di frasi dai primi due album in studio degli Iron Maiden. In una delle frasi i Vigilance hanno strizzato velenosamente l’occhio a uno dei motivi guida del classico degli Iron Maiden Phantom Of The Opera , in un’altra al pezzo di “Killers” Purgatory. La somiglianza è troppo evidente. E non è proprio il massimo. Per il resto, ai ragazzi auguriamo di cuore tutto il successo possibile sulla strada che hanno intrapreso.

I Tomcat sono una band che il suo bassista Gregor Šujica – Šujo ha cercato freneticamente  in giro per il festival fino a mezz’ora prima dell’esibizione. E per fortuna si sono ritrovati. Dopo i Cyclone, l’irremovibile Šujo ha finalmente fatto centro, visto che il collettivo Tomcat è il gruppo più convincente in cui si sia mai buttato, e tanto di cappello al ragazzo per la sua tenacia. I ragazzi hanno spunti bellissimi. Coltivano un approccio che prende dagli schemi classici dell’hard & heavy rock dei gruppi della fine dei Settanta. Rok è un cantante carismatico che, con quella criniera folta, di sicuro conquista senza fatica le simpatie del gentil sesso, ottimo punto di partenza per una band agli inizi. Ma è innanzitutto un chitarrista, perciò combinare la voce con le acrobazie alla chitarra lo frena un po’; il gruppo, vista l’audace dose di dinamica da palco mostrata, potrebbe sfruttare il potenziale inserendo nei ranghi un nuovo membro che come “frontman” alleggerisca Rok, così che lui possa dedicarsi pienamente alla chitarra. Per il resto, ottima comunicazione dei ragazzi sul palco. Naturalmente non è mancato il Metal Mania Hangover, che non avrebbe potuto trovare un palcoscenico più adatto, c’era anche il vecchio pezzo dei Cyclone Follow Me, e per uno dei brani è salita sul palco la cantante Katarina alla voce principale.

Perché nessuno scivolasse troppo sognante nelle melodie, ci hanno pensato i “grindcoreisti” di Brežice Dickless Tracy. Il tandem dei fratelli Cepanec continua a funzionare con l’approccio rilassante da “stand up comedy” che in un attimo ti stira la bocca da un orecchio all’altro. Forse Cepo, amante delle chitarre Gibson SG alla Angus Young, è in questo una specie di versione slovena di Mikael Akerfeldt degli Opeth. La sua voce growl tonante e più bassa funziona ovviamente alla grande. Il gruppo si è esibito di nuovo in formazione ridotta. Senza bassista. Allo stesso tempo ha presentato sul palco un nuovo membro. Il chitarrista Andrej, che con la barbetta sfoltita a prima vista somigliava vagamente al chitarrista degli Elvis Jackosn, Boštjan Beltram. Un paragone ingrato con quelli di Nova Gorica, amanti di giocattoli gonfiabili e pistole ad acqua, ma tant’è. Tegla, dopo l’esibizione con gli Eruption, è così salito per la seconda volta sul palco del Metal Mania di quest’anno.

Segue l’esibizione dei Metalsteel. Un nome rodato sulla scena metal slovena, che il pubblico ha di nuovo mangiato in mano. Eppure ci si aspettava un po’ più di orgia e furia generale sotto il palco, soprattutto ripensando al 2008 e a un’esibizione in pieno temporale, quando la band salvò la situazione con uno show impavido e tenne davanti a sé, in mezzo al meteo impazzito, un buon numero di metallari fuori di testa. Si sente la bella esperienza di concerti suonati in passato, l’atteggiamento straordinariamente sicuro della band sul palco. Un’altra esibizione rifinita senza sbavature, insomma. L’affiatamento è grande. Lo conferma, tra l’altro, anche la compattezza dei canti armonici a più parti.

Da qui in poi il festival è salito verso il culmine e si è vestito di un abisso di frittura infernale che non conosce né ammette salvezza! Il passaggio dal giorno alla notte è stato accompagnato dalla musica dei finlandesi black metal Baptism. Una bella dose di melodie sullo sfondo dell’accompagnamento strumentale, mescolata a improvvisi cambi di pulsazione blast beat, che si sono aggrappati bene al pezzo di medio tempo Flames, mentre in Chalice Of Death abbiamo vissuto un’accelerazione di quelle! Polistrumentista, autore principale, arrangiatore e naturalmente cantante resta il “one man band” Kommander Lord Sargofagian (Ossi Mäkinen), che per il tour raduna i sudditi giusti per accompagnare musicalmente i suoi rituali dal vivo. Beh, se mettiamo insieme il resoconto con i successori sul palco, i Sargeist, da questi ultimi ci si aspettava di più. I Sargeist infatti riuniscono sotto lo stesso tetto membri dei Behexen, e abbiamo potuto salutare sul palco per la seconda volta in due giorni il chitarrista Shatraug, che il giorno prima si era esibito al Metal Mania come membro degli Horna. Anche i Sargeist hanno mantenuto lo stesso gelido soffio di desiderio black metal, come prima di loro i Baptism. Entrambe le band hanno offerto esibizioni rifinite, e non è mancata la solita dose di teatralità black metal. Forse una dose un po’ troppo forte da consumare di fila, vista la discreta somiglianza stilistica delle due band. Comunque la giri, chi ha avuto forza di resistenza e ha tenuto duro due ore con simili visioni sul palco è stato ricompensato generosamente.

La maggior parte, ovviamente, aspettava con impazienza gli Entombed! I leggendari pionieri del death metal scandinavo, che hanno avuto un ruolo decisivo nello sviluppo del caratteristico sound death metal del vecchio continente, a cui si sono ispirate tantissime band. Dopo l’album “Wolverine Blues” hanno perso il contatto a causa di una lunga pausa, e oggi dei membri originali nel gruppo restano solo il cantante Lars Goran Petrov e il chitarrista Alex Hellid. Gli Entombed sono saliti sul palco con il pieno sostegno del pubblico, che ha serrato i ranghi e ha scatenato una vera tempesta sotto il palco. La gente si ammassava letteralmente e la transenna in prima fila scricchiolava pericolosamente sulle giunture. Il piccolo ometto curvo Lars Goran Petrov però non scherza. Tira fuori un ringhio ancora da spaccare le orecchie, la cui qualità non ha vacillato minimamente. Un’esibizione carica, incendiata dal pubblico impazzito, ha portato al festival  un culmine maestoso proprio nel battito finale. Ci sono state marce “più” death metal come Chaos Breed (“Clandestine”, 1991), e poi di nuovo più rollerose come Wolverine Blues (“Wolverine Blues”, 1993), con cui i ragazzi hanno chiuso il concerto. Il momento più grandioso è arrivato quando Petrov si è rivolto al pubblico dicendo che la band è molto contenta di poter suonare di nuovo dopo quindici anni (beh, su  questo ha sbagliato di due anni)  in Slovenia e ha annunciato un pezzo dal debutto “Left Hand Path” (1990)  Drowned. La scaletta si è riempita ancora con Sinners Bleed (“Clandestine”, 1991), e poi un altro classico del debutto, Revel In Flesh, che ha subito fatto partire la gente in un mosh selvaggio. Questo si è riversato in un altro pezzo di “Clandestine”, Stranger Aeons. La band si è appoggiata soprattutto sul suo album classico “Clandestine”, perciò non possiamo non citare la velenosa Living Death (“Clandestine, 1991), che ha annunciato l’incendio definitivo del Metal Mania Open Air. E ancora Chief Rebel Angel (“Morning Star”, 2002), Out Of Hand (“Wolverine Blues”, 1993), Damn Deal Done (“To Ride Shoot Straight and Speak the Truth”, 1997), e anche la più recente Serpent Saints, … una setlist davvero di culto piena di classici, e non c’è da stupirsi che la gente abbia perso il senno. Di più non si può desiderare a un festival come il Metal Mania Open Air. Centro pieno! Gli Entombed hanno un’energia scenica eccezionale e una dedizione nel suonare notevole, per cui speriamo che in futuro sfornino presto un nuovo disco in studio, a cui seguirà un nuovo tour.

Dopo gli Entombed il ritmo del festival è stato mantenuto dagli sloveni Convulsive, la cui presenza ha provocato solo un lieve graffio alle orecchie di una folla più o meno disinteressata, che si leccava ancora con zelo le ferite rimediate nel massacro degli Entombed.

Tanto di cappello all’organizzatore e a tutti quelli coinvolti a qualsiasi titolo, perché è filato tutto alla perfezione! Organizzazione superiore, con addetti alla sicurezza che collaborano con il pubblico e non lo picchiano. Molta meno sporcizia rispetto agli anni passati. Le presenze hanno superato la magica soglia delle 1000 teste, il che significa che l’organizzatore è arrivato a un pareggio positivo. Speriamo che da ora in poi il Metal Mania resti in modo permanente nel cartellone annuale dell’offerta concertistica della scena metal slovena. A livello globale, guardando attraverso il prisma dell’intera Slovenia, è un evento troppo importante perché gli sloveni lo ignorino. Se non ci vanno, possono almeno esserne sinceramente orgogliosi. Perché raggiunge il suo scopo di maturità! Dà sostegno alle band locali non affermate e tiene in vita il battito autentico della sottocultura metal in Slovenia. Ci vediamo quindi il prossimo anno.

foto: Martin Prezelj & Aleš Podbrežnik

Scaletta

00.35-01.15 CONVULSIVE 23.00-00.20 ENTOMBED 21.20-22.30 SARGEIST 19.50-20.50 BAPTISM 18.30-19.20 METALSTEEL 17.35-18.15 DICKLESS TRACY 16.40-17.20 TOMCAT 15.45-16.25 VIGILANCE 14.50-15.30 ERUPTION 13.50-14.30 KRAMPUS 13.00-13.35 DECOMPOSING ENTITY 12.10-12.45 MOTHERMOUND 11.20-12.45 THE SCOURGE 10.30-11.05 SLAVOCRACY

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