Metaldays 2014 (terzo giorno) – tra Seven Churches e The Eyes of Horror!
Autore: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik, Sebastijan Videc
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data del concerto: 23.07.2014
Numero di spettatori: 12.000
Mercoledì il meteo ci ha finalmente fatto un po’ di grazia, quindi rinfrescarsi a Sotočje con una birra gelata in mano, tra il pubblico che giocava a badminton in topless, era la soluzione perfetta. Quest’anno a garantire la scorta di birra fredda ci ha pensato anche il tendone Mercator proprio sul sito del festival. Quando è stata annunciata, la novità ha scatenato parecchie polemiche, ma l’idea si è rivelata ottima e, se verrà confermata, in futuro crescerà e si migliorerà di sicuro. Anche l’offerta in spiaggia si è allargata con uno stand di smoothie, e pure per i veggie c’era di nuovo un ottimo servizio, non solo con il chiosco in spiaggia ma anche con il cibo indiano, a cui quest’anno, di fronte al palco piccolo, faceva compagnia quello messicano.
In mezzo a tutto questo, sul secondo palco, per primi mercoledì sono saliti i nostrani Cordura, che si sono guadagnati un posto al festival vincendo la votazione su Facebook. I Cordura avevano suonato anche al warmup party ufficiale all’Orto bar, dove erano stati tormentati da problemi tecnici, purtroppo ripresentatisi anche stavolta. Per gran parte del concerto i ragazzi hanno di nuovo suonato senza la seconda chitarra, ma sono comunque riusciti a tenere il filo fino alla fine. Il death/thrash metal tecnico dei Cordura non è certo un boccone facile da digerire, eppure sono riusciti a tenere alta l’attenzione del pubblico. Anche se manca ancora un sacco di chilometraggio, i Cordura si fanno apprezzare per gli assoli incazzati di Tim, per una sezione ritmica varia e movimentata e per il cantato di Nejc, sempre più convincente, che se la cava bene sia nel growl che nel pulito.
L’onore di aprire il terzo giorno del festival sul palco principale è toccato ai puledri power metal sloveni Space Unicorn On Fire. Vanno fatti i complimenti: si sono guadagnati l’esibizione sul main stage grazie all’impegno nella vendita dei biglietti del festival. I ragazzi, già presenti l’anno scorso al Metaldays sul palco piccolo, con questa nuova esibizione avrebbero dovuto portare un salto di qualità nella presenza scenica, che l’anno scorso li aveva fatti vedere sotto una luce promettente. Stavolta, però, la gigantesca struttura del palco li ha letteralmente inghiottiti. Non ci si sono trovati granché bene, anche se glielo avremmo perdonato di cuore. Si è visto nell’intesa un po’ traballante della squadra sul palco, soprattutto nelle armonie vocali, che ondeggiavano di continuo un po’ a sinistra e un po’ a destra della melodia di base. Un numero invidiabile di curiosi aspettava la band sotto il palco, e i ragazzi avevano una vera bella occasione per presentarsi al mondo in piccolo, a pieno regime, e guadagnarsi nuove simpatie. L’elemento di lucidità che infilano sempre in qualche modo nei loro show non è mai venuto fuori, anzi, sembrava più d’intralcio che utile. Nonostante gli insospettati talenti musicali dei singoli, la vera chimica sul palco durante l’esibizione non si sentiva. Peccato. Siamo convinti che la prossima volta andrà meglio. Basta un po’ più di prove e di esperienza on stage da mettere a registro nel chilometraggio.
Come si serve la giusta nota di lucidità o di sarcasmo prendendosi in giro da soli, gli Space Unicorn of Fire hanno potuto scoprirlo sulla propria pelle quando dopo di loro è salita sul palco una banda di nanetti da giardino, pardon, di pelosi ronzanti chiamati Valient Thorr. L’impressione del nanetto da giardino la dava in realtà solo il cantante, per via dei calzettoni rosso fuoco da »ballo« tirati sopra i leggings neri aderenti, che hanno solo buttato altra benzina sul fuoco delle smorfie teatrali del gruppo. Certo, tutta questa orgia sgangherata, di cui si occupa lo scatenato cantante correndo su e giù per il palco, buttandosi in ginocchio e picchiando sulla generosa pancia da birra, è giustificata in pieno. I Valient Thorr sono infatti l’indirizzo giusto per una massa sbalorditiva e tangibile di genuino casino rock’n’ roll, dosata generosamente con una punta di sporcizia punk. La band ha chiuso il suo set, di gran lunga troppo corto e pieno di straordinaria teppaggine rock ‘n’ roll, con Tough Customer, ovvero un’acquavite rock ‘n’ roll che in apertura cita una strofa del classico degli AC/DC Dirty Deeds Done Dirt Cheap. Con lo sguardo dritto nel sole cocente, i Valient Thorr hanno confezionato uno dei picchi del terzo giorno di festival, tanta è l’energia che hanno sprigionato col loro show. Uno spettacolo che tira fuori una montagna di divertimento di cuore e il geniale senso dell’umorismo di questi »zotici dei boschi« americani totalmente fuori di testa.
Anche il resto della giornata di mercoledì ha avuto i colori sloveni: dopo mesi di inattività dal vivo sono tornati sui palchi gli eroi dell’heavy metal di casa Black Diamond, che volano ancora alti sulle ali del fenomenale debutto Last Man Standing, accolto benissimo sia dalla critica che dai fan. Stavolta i Black Diamond si sono presentati in una formazione un po’ rinnovata: dietro le pelli Klemen Markelj è stato sostituito dal navigato Marko »Soki« Soršak (Elvis Jackson), mentre al basso Primož Pavlin ha preso il posto di Urban Medič. Visto il tempo piuttosto scarso a disposizione (e certo anche per la durata epica dei pezzi) i ragazzi hanno suonato solo quattro brani: un trittico dal debutto più il nuovo singolo Endless Road. Si nota che la band è relativamente a secco di concerti: ci sono stati parecchi errori e sbavature (soprattutto negli intrecci di riff e assoli di chitarra, in effetti estremamente complicati), ma i Black Diamond hanno compensato i difetti con la voce mozzafiato di Žak, che dal vivo brilla almeno quanto su disco, e con la prestazione eccezionale alla batteria di Soki, che nel poco tempo trascorso dall’ingresso nella band ha già fatto suo il ruolo. Durante i ritornelli epici la band non ha avuto problemi a conquistare il pubblico, e durante la conclusiva Dreams of Tomorrow, nei fantastici ritornelli, i peli si rizzavano da soli. Ragazzi, servono più concerti vostri, e spero anche che Endless Road sia l’annuncio di un nuovo disco!
I leggendari thrasher danesi Artillery sono saliti sul palco presto. All’edizione dell’anno scorso del Bang You Head festival a Balingen, in Germania, hanno suonato, giuro, poco dopo le dieci di mattina. Una vera lezione dei veterani scandinavi dell’euro thrash metal, le cui redini sono ancora saldamente in mano ai fratelli e chitarristi Morten e Michael Stützer. Al basso resta ancora Peter Thorslund, entrato nel gruppo già nel 1989, quando Morten è passato dal basso alla chitarra. La formazione è completata dai due membri più giovani, il batterista Joshua Madsen e il cantante Michael Bastholm Dahl, che dopo vari cambi di line-up nella ricerca del cantante giusto si è rivelato infine un uomo tutto d’un pezzo. E a Tolmin Michael l’ha confermato con una prova eccellente! Il nuovo album, »Legions«, è uscito lo scorso novembre e la band ha servito alla folla, in pieno (ohoho!!!!) sole ancora splendente, la title track, poi l’opener Chill My Bones (Burn My Flesh) e God Feather. Poi i palati fini sono stati accontentati nel resto dei 50 minuti di show fantastico, quando la band ha sparato un po’ di proiettili classici dalla sua corposa eredità discografica! Ci siamo goduti una mitragliata feroce e senza compromessi mentre la band sfrecciava tra 10.000 Devils, By Inheritance, When Death Comes, Khomaniac, The Challenge, per poi chiudere (come da copione) con le celebri schegge Terror Squad e The Almighty. Velenoso e devastante! Gli Artillery, anche in età matura, restano una bestia rabbiosa assetata di sangue!
»Il thrash non lo puoi fermare« dicono i nostri veterani Sarcasm, e hanno proprio ragione! Dopo i danesi scatenati Artillery, il palco piccolo è stato ridotto in polvere dagli americani Havok, durante il cui set, in un’arena stracolma, mosh e circle pit non finivano più, e i buttafuori si sono guadagnati la paga con innumerevoli crowd surfer. Gli americani, fedeli al nome, hanno provocato una vera devastazione thrash, correndo senza pietà attraverso inni thrash distruttivi come D.O.A., Covering Fire, Unnatural Selection, Give Me Liberty… Or Give Me Death, Point of No Return e Time Is Up. Grazie all’ottimo suono le chitarre tagliavano come le pale di un elicottero, la sezione ritmica variegata ruggiva come il motore di un jet, e la voce di David Sanchez ringhiava come un’indemoniata. Se il »revival« thrash è davvero praticamente morto, una band come gli Havok dà speranza che a portare avanti il movimento thrash non restino solo vecchie glorie come i big four, ma anche sangue giovane, voglioso di dimostrare. E gli Havok lo dimostrano ancora e ancora. »Cry ‘Havoc!’, and let slip the dogs of war!«
Poco prima delle otto di sera ha preso il main stage una formazione di ben otto elementi chiamata Saltatio Mortis. La traduzione del nome dal latino suonerebbe »danza della morte«. Può darsi, ma la carta d’identità musicale del gruppo è tagliata più sull’allegria che sul lutto. La Germania offre una vasta gamma di formazioni che portano nel metal le melodie dei trovatori medievali, e quasi per regola ci rientrano strumenti medievali antichissimi, kilt, pelle borchiata e altra paccottiglia di bronzo e ferraglia tintinnante. I Saltatio Mortis usano ben due cornamuse in formazione, e a volte sul palco se ne possono vedere perfino tre. Una pletora di zufoli di ogni tipo, e anche una tamburica, accompagnano il classico arsenale metal di chitarre elettriche, basso e batteria. Il frontman di umore eccellente, Alea der Bescheidene, ha incendiato il pubblico con grande impegno per tutto il tempo. Leggendo con insistenza e molta efficacia dal bigliettino perfino qualche frase in sloveno, si è guadagnato in un attimo un sacco di simpatie. Anche da parte di chi seguiva il concerto più da lontano, per pura curiosità di passaggio. Del resto, una pletora di visitatori ha trovato nei Saltatio Mortis il salvatore e l’alibi perfetto per travestirsi con ogni sorta di maschera arcaica e trascinarsi sotto il palco gli accessori più folli che la fantasia umana possa produrre per complicarsi al massimo la vita. La band suona alla grande, il suono era tarato in modo velenoso e la voce di Alea funzionava al meglio. La band ha tirato fuori una prova davvero ottimale e il prato davanti al palco, riempito fino all’ultimo centimetro, ha vissuto con tutti i suoi giocattoli un vero delirio. In realtà in quel momento non c’era un cittadino tedesco arrivato a Tolmin per il festival che non fosse lì a vedere i Saltatio Mortis. La band ha presentato l’album in studio attuale »Das Schwarze Einmaleins«! Il concerto è stato quindi aperto dal nuovo brano Früher war alles besse, seguito da Idol, Satans Fall, Prometheus, Uns gehört die Welt, Eulenspiegel, Wachstum über alles, Nur ein Trau, Koma, Sündenfall, Falsche Freunde e dalla conclusiva Spielmannsschwur.
Dopo la bomba thrash, a avvolgere l’altro palco nella depressione e nel nichilismo ci hanno pensato gli italiani Forgotten Tomb, la prova che anche tra gli italiani si trovano ottime band. I Forgotten Tomb sono subentrati all’ultimo momento ai purtroppo forfait Cattle Decapitation, e si è rivelata una mossa ottima. Proprio quando calava il buio, gli italiani sotto le chiome degli alberi hanno creato una maestosa atmosfera di rovina, riuscendoci alla perfezione con la loro unica miscela di black metal con elementi gothic e doom. Il pubblico è finito in una vera trance grazie ai riff lenti e possenti e alla voce cruda e sofferta del membro fondatore Herr Morbid, che ha fondato i Forgotten Tomb come progetto one man. Stavolta a parlare è stata solo la musica, perché il flusso atmosferico non è stato interrotto da inutili sproloqui, e i Forgotten Tomb hanno avvolto senza difficoltà nel buio, nella solitudine e nella depressione un pubblico persino numeroso (considerando che gli italiani suonano un genere piuttosto specifico, che non attira le masse).
La maggior parte del Metaldays attendeva con ansia l’esibizione dei metallari finlandesi Amorphis. Molti arrivati sul sito erano venuti al festival per un solo giorno e con l’obiettivo di vedere gli Amorphis. Da formazione death metal degli esordi, nel corso degli anni il gruppo ha attraversato una transizione radicale, inserendo nel proprio dossier musicale una vera fusione di generi che oggi, accanto al ramo estremo trattenuto, sposta in gran parte l’ago della bilancia verso elementi di power metal sinfonico, ma anche verso la melodia folk delle origini e persino il progressive metal! Il crescente grado di musicalità accessibile a tutti e la combinazione di growl e cantato pulito hanno allargato la base di fan degli Amorphis, soprattutto dopo l’album »Skyforger« (2009). Il magnete principale dello show degli Amorphis è ovviamente il cantante Tomi Joutsen, che stavolta il suo »strano attrezzo«, in genere chiamato microfono, non l’aveva montato su un’asta. Un paio di volte, a vedere quell’apparecchio, Tomi sembrava quasi asciugarsi i capelli con il fon. Ok, scherzi a parte. Il piccolo selvaggio, con i dreadlock che gli arrivano quasi a terra, si è dimostrato ancora una volta un grande frontman. Soprattutto per il grande carisma e per come sfrutta con abilità l’ampio palco, su cui il cantante di ottimo umore correva in modo teatrale durante il concerto. »Circle«, cioè l’attuale album in studio del gruppo, ha aperto il concerto con l’intro e il nuovo brano Shades of Gray, ma la band ha impastato un repertorio di tanti pezzi più vecchi, durante i quali hanno avuto di che gioire anche quelli che amano ricordare gli Amorphis come una delle band death metal più interessanti apparse sul pianeta negli anni subito dopo la nascita del genere (ad esempio l’esecuzione di Into Hiding subito dopo lo strumentale Thousand Lakes, e proprio in chiusura Black Winter Day). La band non ha saltato nemmeno il disco d’esordio, quando nella seconda metà del set ha attaccato Vulgar Necrolatry, mentre ascoltare dal vivo un brano come My Kantele dall’album »Elegy« (1996) è sempre un’esperienza unica, piena di vera perfezione atmosferica. La band è in splendida forma. Si sente che gli Amorphis suonano e si esibiscono continuamente un sacco e che si lasciano alle spalle un’altra delle tante tournée, che si chiude con quella estiva dei festival. Il pubblico mangiava letteralmente dalla mano di Tomi. Gli Amorphis hanno lasciato il palco avvolti in una perfezione esecutiva eccezionale. Visto il successivo disastro degli »Elvis-metallari« Volbeat, alla fine sono stati gli Amorphis a prendersi il titolo di vincitori del main stage del terzo giorno di festival.
Il festival di quest’anno è stato un filo più cucito addosso ai deathster: fino a mercoledì ci eravamo già goduti ottime esibizioni di Mephistophelian, Grave, Aborted, Immolation, Obituary e Vader, ma sembrava che il vero apice del death metal fosse arrivato solo mercoledì (e poi ancora venerdì), quando sul palco piccolo si sono susseguite due formazioni leggendarie. Il primo colpo l’hanno sparato i veterani death/doom olandesi Asphyx, tra le prime band death metal europee, visto che seminano orrore e morte già dal 1987. Sembrava che già alla prima nota del classico The Quest of Absurdity il cielo sopra Tolmin si fosse tinto del rosso minaccioso dell’orizzonte di guerra: l’effetto di una guerra totale ce l’hanno infatti i riff apocalittici, la voce malata di Martin Van Drunen (che era già entrato nella storia strillando sui primi due album di culto dei Pestilence) e il fragore da cannone di una sezione ritmica devastante. Le bombe cadevano da ogni parte mentre gli Asphyx infilavano un devastatore dopo l’altro, dai classici M.S. Bismarck, Asphyx (The Forgotten War) e Vermin fino alle macellerie brutali dell’album Death… the Brutal Way, Scorbutics e la title track, e alle killer dell’ultimo disco Into the Timewaste e Deathhammer. Il carismatico Van Drunen aveva il pubblico in pugno e il caos sotto il palco non si è fermato fino all’ultima nota dell’inno Last One On Earth. Un concerto degli Asphyx fa un po’ l’effetto di trovarsi in mezzo a un campo di napalm. »This is true death metal you bastards!«
Dopo l’ottima esibizione degli Amorphis, lo spazio davanti al main stage si è riempito ancora di più per l’headliner di mercoledì, i Volbeat. Ai danesi negli ultimi anni è riuscito il salto tra i gruppi più richiesti, quindi la loro presenza al Metaldays non era una sorpresa. Purtroppo, però, non è andato tutto secondo i piani. I Volbeat hanno aperto il concerto con la trascinante Doc Holiday dell’album attuale, proseguendo nello stesso stile con le più vecchie Hallelujah Goat e Boa [JDM]. È seguita la danzereccia Lola Montez, dove i frequenti colpi di tosse del cantante lasciavano già intuire dei problemi. La chitarra acustica sul palco voleva dire una cosa sola – la leggendaria Ring of Fire di Cash con il coro fragoroso della folla sotto il palco, seguita da Sad Man’s Tongue, dedicata proprio a Cash e probabilmente il più grande successo della band. Purtroppo qui è emerso che Michael non era in grado di scendere nelle profondità vocali come solo lui sa fare, e durante Sad Man’s Tongue ha perfino saltato le parti alte, mentre durante l’assolo di chitarra se n’è andato dietro le quinte. La speranza che andasse tutto bene si è riaccesa con il ritorno di Michael sul palco, ma purtroppo già dopo qualche verso di Heaven nor Hell la sua figura è sparita dal palco, e gli altri hanno chiuso il pezzo in versione strumentale. Alla folla delusa, al posto di un membro della band, si è scusato uno degli organizzatori, il che ha lasciato un ulteriore retrogusto amaro. La dichiarazione ufficiale del gruppo è che Michael ha perso la voce per un’infezione batterica alle corde vocali e che promettono un rapido ritorno in Slovenia.
Per un finale perfetto del terzo giorno, dopo il disastro dei Volbeat (per il quale gli organizzatori hanno fatto un bel gesto, prolungando di un giorno la validità dei biglietti di mercoledì), ci hanno pensato i leggendari Possessed, probabilmente la più grande leccornia del festival di quest’anno. I Possessed sono una formazione nata nel 1983 che è entrata per sempre nella storia con il debutto di culto Seven Churches. Su quel leggendario esordio c’è anche il brano che ha dato il nome a un intero genere. Death Metal! Quello che i Venom sono per il black metal, i Possessed lo sono per il death metal: il rispetto glielo ha espresso anche Van Drunen durante il concerto degli Asphyx, e tra chi li cita come influenza ci sono nomi come Chuck Schuldiner e i Death, David Vincent e i Morbid Angel, i Cannibal Corpse e tanti altri. Durante la loro attività i Possessed hanno pubblicato ancora l’album Beyond the Gates (1986) e l’EP The Eyes of Horror (1987), per poi sciogliersi nel 1987. I membri hanno preso ognuno la propria strada (il chitarrista Larry LaLonde oggi, per esempio, suona nei Primus), e nel 1990 il cantante Jeff Beccera è stato colpito da un colpo di arma da fuoco ed è paralizzato dalla vita in giù da allora. Nonostante ciò, nel 2007 Jeff ha trovato un coraggio incredibile e una volontà di ferro e ha rimesso in moto la macchina Possessed con gli amici della band death metal californiana Sadistic Intent. I Possessed sono un culto e, di conseguenza, l’area sotto l’altro palco era stracolma, con il pubblico esploso per la prima volta già durante l’intro sinistro. Gli Ossessi hanno offerto un’ora e mezza buona di death metal malvagio, occulto e satanico a volumi davvero infernali, e la scarica di vero death metal non si è esaurita fino all’ultimo secondo di un’esibizione eccezionale, dominata soprattutto da Beccera come esempio di incredibile volontà e ottimismo, con cui Jeff ispira anche nella conversazione (l’intervista con lui la vedrete presto). Jeff non ha dimostrato solo una voce splendidamente conservata, ancora brutale e cruda, ma ha incitato il pubblico per tutto il tempo, headbangando di continuo e sfruttando il palco quanto poteva. La band ha strappato e corso come Cerbero attraverso gli immortali classici Pentagram, Evil Warriors, Seven Churches, Twisted minds, Evil Warriors, The Heretic, Tribulation, My Belief e The Eyes of Horror; come ospite speciale dietro le pelli ha devastato in modo animalesco nientemeno che Nick Barker, e hanno presentato anche un nuovo pezzo, The Crimson Spike, che sarà sul prossimo disco del ritorno. Senza dubbio uno dei migliori (e al tempo stesso più sinceri) concerti del Metaldays di quest’anno, che può essere un modello per tutte le band più grandi che col loro comportamento hanno perso il contatto con i fan e con l’essenza stessa del metal. I Possessed non potevano chiudere il loro show che in un modo, che era anche la chiusura perfetta della giornata – Death Metal!
Nina Grad (foto): Cordura, Valient Thorr, Black Diamond, Artillery, Havok, Saltatio Mortis, Forgotten Tomb, Asphyx, Possessed
Sebastijan Videc (foto, video, testo Volbeat): Space Unicorn on Fire, Amorphis, Volbeat
Aleš Podbrežnik (testo): Space Unicorn on Fire, Valient Thorr, Artillery, Saltatio Mortis, Amorphis, Volbeat
Rok Klemše (testo): Cordura, Black Diamond, Havok, Forgotten Tomb, Asphyx, Possessed
Scaletta
HAVOK:
1. Covering Fire
2. Point of No Return
3. Give Me Liberty…or Give Me Death
4. I Am the State
5. From the Cradle to the Grave
6. Unnatural Selection
7. D.O.A.
8. No Amnesty
9. Afterburner
10. Time Is Up
AMORPHIS:
1. Circle Intro
2. Shades of Gray
3. Narrow Path
4. Silver Bride
5. Sky Is Mine
6. My Kantele
7. Thousand Lakes
8. Into Hiding
9. Nightbird’s Song
10. Vulgar Necrolatry
11. The Wanderer
12. You I Need
13. Hopeless Days
—bis—
14. The Smoke
15. Black Winter Day
ASPHYX:
1. The Quest of Absurdity
2. Vermin
3. M.S. Bismarck
4. Death the Brutal Way
5. Asphyx (Forgotten War)
6. Deathhammer
7. We Doom You to Death
8. Wasteland of Terror
9. Scorbutics
10. Last One on Earth
VOLBEAT:
1. Doc Holiday
2. Hallelujah Goat
3. Boa [JDM]
4. Lola Montez
5. Ring of Fire / Sad Man’s Tongue
6. Heaven Nor Hell
Galleria fotografica









































































































































































































