Metaldays 2015 (terzo giorno) – l’acciaio chirurgico ha fatto a fettine Tolmin

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Autori: Rok Klemše, Primož Novak
Foto: Nina Grad, Aleš Podbrežnik
Video: Primož Novak

Luogo: Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 22.07.2015

Sul main stage il terzo giorno è partito con i padroni di casa Mephistophelian, che con questo caldo ci hanno servito un death metal brutale sulla scia di Aborted, Suffocation, Cannibal Corpse e compagnia. Nonostante le condizioni infernali i Mephistophelian sono riusciti a portare a casa il loro set e hanno dimostrato che la musica estrema si può suonare con qualsiasi tempo.

Poi è toccato ai Diablo Blvd, band belga che ha calmato un po’ le acque con un hard rock e heavy metal trito e ritrito.

A inizio pomeriggio, con una nuova ondata di caldo, sul main stage sono saliti i misteriosi britannici The Devil, quintetto strumentale che, nello stile dei Ghost (o meglio: saltando sul carro della valanga di band nata dopo i Ghost), resta totalmente anonimo dietro le maschere. I The Devil, pur essendo del tutto strumentali, riescono a creare una cupa atmosfera da gothic metal, e al posto delle solite voci ci piazzano sopra registrazioni di discorsi storici e politici. Essere diversi gli riesce, ma l’idea di unire gothic metal strumentale e discorsi registrati purtroppo suona molto meglio sulla carta che dal vivo.

Non ci hanno entusiasmato nemmeno gli Emil Bulls. La band usa elementi dimenticati di alternative e nu metal. Niente di male, anzi: al festival porta varietà, ma l’esibizione è stata disastrosa. Soprattutto la voce pulita era »stonata« in ogni pezzo. Con gli Emil Bulls si è visto subito che dal vivo non ci sono ritocchi da studio e che toccherà chiudersi in sala prove a limare ben bene la roba.

A inizio pomeriggio ci hanno portato in acque doom piacevoli i lubianesi Mist, ovvero quattro mistici e un barbuto, Blaž Tanšek (ex-Teleport) alla chitarra, che nella band ha preso il posto di Nina Grižonič. Dei Mist si vedono i tanti concerti all’estero e la conseguente notorietà internazionale: il loro show ha richiamato parecchia gente, e la band ha suonato i suoi quaranta minuti di doom con sicurezza ed esperienza.

Al contrario, suonano benissimo sia sulla carta che sugli album, dal vivo e ovunque, le leggende della Bay Area Death Angel, che dopo la reunion del 2001 per me superano senza fatica tutti i Big Four e anche qualcuno in più, nonostante dei cugini originali nella band sia rimasto solo il chitarrista Rob Cavestany (il cantante Mark Osegueda si è unito ai Death Angel due anni dopo la nascita). Qualche anno fa i Death Angel si sono rinforzati con due ottimi innesti, Will Carroll e Damien Sisson, con i quali la band ha trovato nuova carica e, nella formazione attuale, ha pubblicato due ottimi album, l’ultimo, The Dream Calls For Blood, due anni fa. Left For Dead, proprio da quel disco, è stato il saluto al pubblico di Metaldays, e i Death Angel, in forma smagliante, hanno fatto girare la folla in un’ora abbondante di mosh e/o circle pit, piena di mazzate thrash. Senza compromessi i Death Angel hanno sparato una dopo l’altra killer come Claws In So Deep, Son of the Morning e Buried Alive; Mark Osegueda, in grande forma vocale, qualche tour fa brindava sempre con lo Jagermeister, che ora ha sostituito col gin; la bestiale macchina da riff Cavestany resta ancora uno dei migliori e più sottovalutati chitarristi thrash di sempre, e Carroll dietro le pelli si merita davvero il soprannome »The Beast«! I Death Angel sono arrivati fin troppo presto alla chiusura di rito con The Ultra-Violence/Thrown to the Wolves, ma in ogni caso hanno rispettato le altissime aspettative e regalato il primo picco di mercoledì.

Intanto sull’altro palco si stavano sbattendo gli svizzeri thrasher Suborned, che già al Day of Metal non avevano convinto e nemmeno stavolta è andata diversamente. Un thrash medio e generico con la voce scadente della cantante Lucie non convince, e ancora meno se a cento metri di distanza i Death Angel fanno a pezzi tutto.

Ancora prima della fine dei Death Angel, sul piccolo palco è arrivato il turno dei Paragoria, dalla valle della Savinja, che al pubblico del festival hanno presentato i brani del loro debutto Decomposition of Mind. In mezz’ora la band ha servito una piacevole dose di thrash, death e groove metal con qualche accento tecnico alla Gojira. Speriamo che ora il potenziale della band sia cresciuto, visto il numero di visitatori arrivati da tanti paesi diversi, anche se sembrava che il pubblico fosse composto soprattutto da amici della band.

Dopo i Death Angel, sul main stage il thrash è proseguito con l’accoppiata brasiliano-americana dei Sepultura. Dilungarsi su questa leggendaria band qui è del tutto inutile, e non ha senso nemmeno idolatrare la storica formazione degli anni Novanta: in caso di reunion i Sepultura suonerebbero parecchio male, già solo per la condizione fisica dei fratelli Cavalera. Bisognava semplicemente farsene una ragione: i Sepultura sono diversi. E dopo tanto tempo questa diversità ha smesso di essere ignorata, e la band è stata accolta più che bene al festival, a giudicare da quanta gente c’era al loro concerto. In un’ora a Tolmin, dove si sono presentati per la prima volta sul palco grande, i Sepultura hanno suonato il loro set con sicurezza, energia e anche convinzione. Ha dato una mano enorme il batterista Eloy Casagrande, che riesce senza problemi a suonare anche quei pezzi difficilissimi del periodo in cui Igor Cavalera era ancora in forze e ispirato. La band ha riassunto il periodo attuale con brani come Vatican, Kairos, la novità Sepultura Under My Skin, e ha pescato anche tra i classici Refuse/Resist, Arise, Propaganda, Ratamahatta e altri. Il set, come sempre, si è chiuso con Roots Bloody Roots. Alla band non c’è molto da rimproverare. La voce di Derrick Green è potente, ma non la più adatta ai pezzi più vecchi. Kisser è solido e rodato, ogni tanto sbaglia qualcosa, il bassista Paolo Jr. con le sue linee semplici cerca di tenere il tempo, mentre il batterista Casagrande, con il suo gran drumming, ha dominato per tutto il tempo al punto che a tratti sembrava rubare la scena agli altri. I Sepultura nel 2015 vale senza dubbio la pena di vederli. Sul palco la band sembra rilassata, positiva e, considerando gli anni, energica.

La sfortuna di chi suona presto e davanti a poca gente è toccata anche ai vicini croati, i veterani thrash War-Head, che ciononostante hanno sbrigato con sicurezza e ferocia il loro set di death/thrash metal aggressivo e di ispirazione teutonica.

Con i Hatebreed sul main stage la svolta è stata verso acque più hardcore. La band è salita sul palco di questo grande festival già per la terza volta e, come sempre, ha ammaliato con ritmi hardcore metallizzati che mandano il pubblico fuori di testa. Con brani come Live for This, This Is Now, Honor Never Dies, To The Threshold, Perserverance, I Will Be Heard, Destroy Everything il terreno a Tolmin ha letteralmente tremato. Si vedeva che la band ha dato più che in un normale concerto da club. Anche il cantante Jamie Jasta ha tirato di più le corde vocali, anche se a tratti (come sempre) la voce gli veniva a mancare. Gli Hatebreed, che hanno già compiuto 20 anni di attività, con le loro ricette semplici che mescolano hardcore, metal e anche punk hanno spinto il pubblico a darsi da fare con circle pit, crowdsurfing e molto altro. Alla fine si può confermare che gli Hatebreed vale sempre la pena di vederli dal vivo, perché in questo caso sono anche più convincenti che su disco.

Dopo la cavalcata di unicorni e la battaglia contro il Minotauro in salsa power metal, sull’altro palco è arrivato il momento di una delle sorprese più piacevoli del festival di quest’anno (per quanto riguarda le band confermate): i muppet norvegesi dell’hard rock/heavy metal, gli Audrey Horne. Perché muppet? Perché i ragazzi, come sempre, sono marciati sul palco sulle note della sigla di The Muppet Show (e nei video compaiono come pupazzi tipo muppet), poi sono esplosi in un attimo con un hard ‘n heavy potente, energico e divertente che deflagra all’istante. Come buttare una Mentos nella Coca-Cola. Gli Audrey Horne hanno cominciato come band alternative rock nello stile di Alter Bridge e Faith No More, ma due anni fa con l’album Youngblood hanno girato un po’ il disco e si sono tuffati nelle acque dell’hard rock e dell’heavy metal, dove mescolano alla grande le influenze di band come Thin Lizzy e Iron Maiden. Con Youngblood la curva di carriera degli Audrey Horne è schizzata verso l’alto, e il perché dal vivo è chiaro come il sole. Il secondo palco di Metaldays si piegava letteralmente sotto il peso dell’energia bombastica della band: il frontman Toschie già dalle prime note ha occupato il bordo del palco, imitando per scherzo le contorsioni di Axl Rose e scolandosi Underberg; la fantastica coppia di chitarristi Ice Dale (chitarrista degli Enslaved, tra l’altro) e Thomas Tofthagen (chitarrista dei Sahg), mentre segava armonie a terzine geniali, posava di continuo come i più grandi, e la sezione ritmica, formata dalle energiche mascotte della band, il bassista Espen Lien e il batterista Kjetil Greve, garantiva sempre un pavimento potente e un groove contagioso. In una buona ora gli Audrey Horne hanno servito inni heavy rock come Wolf In My Heart, Out of the City, Pretty Little Sunshine, This Ends Here, sui quali anche i pensionati si metterebbero a ballare come il paparino nel video di Redemption Blues, e come apice, durante Blaze of Ashes, Toschie è saltato tra il pubblico e ha cantato l’intero pezzo sotto il palco. Gli Audrey Horne hanno convinto con la mano sinistra pure gli scettici e, se la band continuerà su questa strada, tra qualche anno, quando faranno sold out negli stadi, potremo ricordarci di averli visti nel 2015 sul piccolo palco di Metaldays.

Chi avrebbe mai pensato che la leggendaria istituzione heavy metal tedesca Accept, senza il piccolo bulldog Udo Dirkschneider, potesse tornare tra i vivi e tra le band rilevanti, e per di più in modo così potente? I ragazzi dimostrano che è possibile eccome: dal ritorno nel 2009, quando al posto di cantante è salito l’ottimo Mark Tornillo (TT Quick), pubblicano un disco dopo l’altro. E tutti e tre possono tranquillamente competere con il materiale classico della band! Lo ha dimostrato già il saluto con il galoppo di un toro impazzito, la devastante Stampede dall’attuale Blind Rage, e poi gli Accept hanno servito un mix efficace di inni classici con qualche novità, che hanno dimostrato come anche il nuovo materiale della band suoni maledettamente convincente. Il capo del gruppo, l’immortale chitarrista Wolf Hofman, a cui le idee per riff ottimi e potenti non finiscono mai, e il bassista Peter Baltes hanno mostrato al pubblico numeroso di cosa sono capaci i vecchi gatti dell’heavy metal: la folla non ha avuto bisogno di troppe preghiere per partecipare, e il vivace Tornillo ha sorpreso ancora una volta con un’ottima prova vocale, tirando fuori dalla gola urla che facevano davvero venire la pelle d’oca. Il pubblico, chiaramente, ha dato il massimo sugli eterni classici come Princess of the Dawn, Fast As A Shark e la conclusiva Balls to the Wall, ma nessun concerto degli Accept dovrebbe più finire senza le assassine Stalingrad (la giusta atmosfera da inno alla città la crea l’abile inserimento da parte di Hoffmann di un frammento dell’inno russo) e la particolarmente omicida Teutonic Terror. Dopo i Saxon, il secondo indimenticabile spettacolo heavy metal del Metaldays di quest’anno!

Prima che gli Accept tirassero le uova al muro, sull’altro palco sono saliti i black metaller norvegesi Kampfar, dopo i Dark Fortress di lunedì la seconda grande band black metal del festival. A Dolk e alla sua combriccola pagana è riuscito, nel crepuscolo, con una fantastica esecuzione musicale e un adeguato gioco di luci (dominavano le tonalità di blu e verde), di creare una possente atmosfera dell’eredità norvegese e della bellezza di una natura spietata e incontaminata. I Kampfar si distinguono dal diluvio di band black metal proprio per l’abile miscela di black metal grezzo ed elementi folk, che con questi norvegesi non sono trucchetti da quattro soldi con strumenti folk pacchiani, ma sporadiche tastiere sottili e cori in norvegese. Tra i brani ottimamente scelti hanno regnato Swarm Norvegicus, Vettelkult, Ravenheart e Hymne, e i Kampfar hanno chiuso in stile maestosamente epico con Our Hounds, Our Legion.

Infine sul main stage si è dispiegata anche una variegata attrezzatura chirurgica, nell’aria c’era odore di acciaio freddo e insensibile e di sangue fresco e caldo, mentre nei corpicini di ignari spettatori affondavano le lame le leggende britanniche Carcass. Leggende che con Surgical Steel hanno messo a segno uno dei più grandi ritorni musicali di tutti i tempi e hanno dimostrato che, anche dopo album tanto cult come Symphonies of Sickness, Necroticism e Heartwork, hanno ancora idee per pezzi fenomenali pieni delle scorribande chitarristiche di Steer e dei testi strepitosi ringhiati da Walker, all’apparenza pieni di nonsense, ma con un significato più che sensato nel mondo Carcass (ASTM F899-12 è per esempio la specifica standard per l’acciaio inossidabile usato in chirurgia, mentre l’elenco dei numeri 6026961 in Dark Satanic Mills è la sigla di una proteina usata negli organismi geneticamente modificati). I Carcass, dopo l’intro 1985, che ha subito fatto venire la pelle d’oca, hanno salutato Metaldays con Unit For Human Consumption, che già dalle prime note ha fatto capire che i Carcass avrebbero macinato senza pietà. E infatti i pezzi si sono susseguiti uno dopo l’altro, e Walker ogni tanto, tutto nel suo stile di umorismo inglese, ha buttato lì qualche battuta succosa. I suoi interventi tra un pezzo e l’altro sono sempre una bomba, perché da lui ti aspetti di sentire cori da cantare, corna al cielo e roba del genere. Bestiale resta anche il suo growl malato, che suona al meglio quando lo aiuta Bill Steer con il suo rantolo ultra profondo (e con assoli fenomenali, accompagnati da quei suoi movimenti da hippie che fanno morire dal ridere), e straordinario è anche il sangue fresco nella band, Ben Ash alla chitarra e soprattutto il fantastico Dan Wilding, che con una prova sensazionale dietro i tamburi si è meritato in pieno il posto nella band e ha raccolto con rispetto e sicurezza l’eredità del grande Ken Owen. I Carcass hanno presentato ampiamente Surgical Steel, ed è giusto così, ma ci hanno fatto impazzire del tutto con No Love Lost, con le porcherie e le schifezze dei primi due album, Genital Grinder, Exhume to Consume e Reek of Putrefaction, con la sorpresa dall’album non proprio amato e apprezzato (a torto, perché è un super death metal melodico) Swansong, Black Star/Keep On Rotting in the Free World, e non sono mancati nemmeno gli hit Corporal Jigsore Quandary e Heartwork. I Carcass in questa forma si potrebbero ascoltare dal vivo per tutta la notte, ma dopo un’ora e mezza hanno salutato con Carneous Cacoffiny. Di gran lunga il miglior concerto del festival di quest’anno!

Per i cult guerrieri della NWOBHM Blitzkrieg purtroppo non sono rimaste più forze, ma a sentire i racconti sull’eccellenza del concerto non c’è praticamente il rischio che i veterani se ne vadano in pensione troppo presto, e si potranno ancora vedere da qualche parte (assolutamente!).

Testo su The Devil, Mist, Death Angel, Suborned, War-Head, Audrey Horne, Accept, Kampfar, Carcass: Rok Klemše

Testo su Mephistophelian, Diablo Blvd, Emil Bulls, Sepultura, Hatebreed, Paragoria: Primož Novak

Scaletta

KAMPFAR:
1. Myler
2. Troll, Død Og Trolldom
3. Swarm Norvegicus
4. Vettekult
5. Til Siste Mann
6. Altergang
7. Ravenheart
8. Hymne
9. Our Hounds, Our Legion

CARCASS:
1. 1985 (intro)
2. Unit For Human Consumption
3. Incarnated Solvent Abuse
4. The Granulating Dark Satanic Mills
5. Captive Bolt Pistol
6. Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard (into) / This Mortal Coil
7. No Love Lost
8. Genital Grinder / Exhume to Consume
9. Reek of Putrefaction
10. Black Star / Keep On Rotting in the Free World
11. Corporal Jigsore Quandary / The Sanguine Article
12. Ruptured in Purulence / Heartwork
13. Carneous Cacoffiny

Galleria fotografica

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