Metaldays 2016 – primo giorno!
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Jerneja Jerak, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Luogo: Sotočje, Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 25.07.2016
Per il quattordicesimo anno di fila il nero ha invaso Tolmin e nuvole scure hanno coperto il cielo: è di nuovo tempo di Metaldays.
Noi che eravamo già in campeggio da venerdì abbiamo visto Sotočje farsi colonizzare pezzo per pezzo. Il sole picchiava e le temperature di giorno erano al limite del sopportabile. L’edizione di quest’anno ha registrato la più grande ondata di arrivi anticipati di sempre: già sabato le aree per il campeggio nel bosco sembravano piene, e domenica sera il bosco pareva una gigantesca partita a Tetris, con le tende infilate in ogni angolo possibile.
Nei due anni precedenti, il sabato prima del festival, sul secondo palco si teneva il Tmin Rock, il concerto di »warm up« ufficiale con gruppi emergenti e cover band. Una tradizione ancora più lunga, di sei anni, c’era da pr’Črvu, dove il weekend era dedicato a stare insieme all’aperto con la musica delle band locali. Nello stesso posto ora c’è la Gostilna Pri Noni, e la nonna purtroppo non ha ospitato nessun concerto. Spero che l’anno prossimo la frase »Andiamo al warm-up dei Metaldays da Nona!« sia qualcosa di più di una battuta.
La parte musicale del primo giorno sul palco principale del Metaldays di quest’anno è stata aperta dagli Zix, originari di Beirut (Libano), che hanno fatto uscire dalle tende i primi spettatori, i più »diligenti« direttamente dalla spiaggia. Sotto il sole cocente il quintetto ha scaldato in modo più che discreto un pubblico comunque non numerosissimo. La voce della cantante Maya era piuttosto buona, ma gli altri sugli strumenti non hanno offerto nulla di eccezionale. Niente di memorabile per iniziare, e forse sarebbe stato meglio metterli sul palco più piccolo, dove li avrebbe notati più gente in uscita dalla spiaggia. (t: Klemen)
Sono arrivati poi i folk metaller catalani Drakum, che al festival hanno campeggiato per tutta la settimana. Il loro battesimo è stato tutt’altro che simbolico, perché durante il concerto il cielo ci ha battezzati con il primo temporale. L’ottetto non se n’è curato minimamente e ha continuato tranquillo con la sua esibizione, mentre il pubblico ballava allegro sotto la tempesta nonostante l’ora ancora presto nel pomeriggio. I Drakum hanno garantito un’ottima festa e i presenti erano visibilmente entusiasti. (t: David)
Sul palco più piccolo, dopo due band piuttosto scatenate, sono saliti i folk metaller irlandesi dal nome curioso Na Cruithne. Il gruppo si è evidentemente portato dietro a Tolmin un bel po’ di fan: le sue ammiratrici si sono divertite a dipingere di blu i metallari già belli carichi e i passanti. Si vede che le sfumature folk al pubblico piacciono un sacco, visto che nonostante l’ora precoce si è radunata una folla sorprendente. L’esibizione è stata di qualità, con un’impronta ben riconoscibile di musica tradizionale irlandese, unita a una solida voce roca del cantante principale. Come si conviene alla musica popolare irlandese, oltre ai classici strumenti metal hanno inserito anche flauto e violino, ed è stata proprio la violinista, un pezzo prima della fine, ad ammorbidire il ritmo con un assolo cantato delicatissimo. Una band simpatica che vale la pena vedere. (t: Klemen)
Sul palco principale è toccato poi ai death metaller tedeschi Deserted Fear. La band resta fedele alle vecchie ricette collaudate dei suoi idoli e non ci offre niente di innovativo, ma quello che suona lo suona con sicurezza e senza compromessi. Durante il loro set la pioggia si è calmata, mentre il cielo è rimasto coperto, il che ha permesso un uso efficace delle luci sul palco, che insieme a un suono ottimo hanno aggiunto qualcosa in più all’esibizione. Il cantante alle quattro del pomeriggio ci ha augurato confusamente la buonanotte, a riprova di quanto fosse buio là fuori. (t: David)
Le esibizioni slovene dei Metaldays di quest’anno sono state aperte dai gothic doom metaller Sabaium, per i quali era già la terza volta a Tolmin. Il sestetto della Stiria ha alle spalle parecchi anni di esperienza e ha sfruttato più che bene il tempo a disposizione ai Metaldays. I riff coordinati dei due chitarristi si sposano alla grande con la voce del cantante Milko, che proprio in questo ruolo è passato dalla batteria. Probabilmente è per questo che la sua prova è sembrata un po’ insicura, e anche la band avrebbe potuto mostrare un pizzico di energia in più sul palco. Il giudizio complessivo sul concerto, però, non è affatto negativo. Speriamo di rivederli ai Metaldays anche in futuro. (t: Klemen)
Dopo di loro sono saliti gli Hackneyed, che dopo dieci anni di attività chiudono la carriera con un tour europeo dei festival. A Tolmin si sono esibiti senza il batterista e il chitarrista originali, sostituiti da due nuovi membri che hanno imparato tutto il materiale in appena una settimana. Date le circostanze, hanno portato a casa il concerto in modo sorprendentemente solido. Qualche errore si è sentito, ovviamente, e la qualità oscillava da un pezzo all’altro; gli Hackneyed soffrono dello stesso problema della band prima di loro: non sono proprio innovativi, e visto il set suonato un po’ peggio le reazioni sono state piuttosto tiepide. (t: David)
Il turno successivo è stato degli oriental progressive israeliani Orphaned Land, che sotto il palco hanno radunato una folla bella grossa di fan. Il loro messaggio era chiaro come il cristallo e diretto: »All is one«. Siamo tutti una grande famiglia, le differenze nazionali e religiose non dovrebbero generare intolleranza, ma tutti dovremmo accettare la diversità delle persone che ci circondano ed esistere come un tutt’uno. Il suono era ottimo, l’accompagnamento melodico ci ha portati in Medio Oriente e l’energia non calava, perché per quasi tutto il concerto i presenti hanno saltato o ballato la danza del ventre. Nei ritornelli tutta la band si univa al cantante, eccellente, e con il pubblico cantava inni alla fratellanza e all’unità. Una piacevole variazione di programma, piena di ottimismo, che ci ha dato una carica extra all’inizio del festival. (t: David)
Prima dei nomi più grossi sul palco principale, poco dopo le 18.00 sul palco più piccolo sono saliti gli sludge metaller americani North. Un concerto serissimo, quello del trio, con la voce potente del bassista Evan, che però non ha portato davanti al palco più piccolo un grande numero di spettatori. Ciononostante i North se la sono cavata bene. Niente di eccezionale. Un set praticamente allo stesso ritmo dall’inizio alla fine, senza ringraziamenti inutili e altri interventi tra un pezzo e l’altro. Anche senza assoli, spicca soprattutto il chitarrista Matthew Mutterperl. Un orario adatto per la band, prima dell’arrivo dei nomi grossi sul palco principale. (t: Klemen)
Poco prima delle sette sul palco principale le cose si sono fatte un po’ più serie, perché è arrivato il momento dei nostri vicini, gli italiani Fleshgod Apocalypse, noti anche come »i Septic Flesh sotto steroidi«. La band non ha bisogno di presentazioni: da qualche anno è tra le forze di punta della scena death metal, e quest’anno gli italiani hanno pubblicato un nuovo album – King. Per prima è salita sul palco la soprano di accompagnamento, che con un enorme bastone batteva sul palco facendo tremare tutto il campeggio; poi sono comparsi gli altri membri della band, nei caratteristici abiti nobiliari in rovina, e lo spettacolo è cominciato. Hanno suonato una selezione dai loro ultimi tre album e tutti noi eravamo entusiasti di quel che abbiamo visto e sentito. Forse il suono a tratti era leggermente impastato per la saturazione e il soprano un po’ troppo sottile, ma il concerto in sé è qualcosa che consiglierei assolutamente a tutti, perché è un mix unico di death metal sinfonico, teatralità e cultura italiana. (t: David)
Dopo il concerto degli italiani sono andato per la prima volta quest’anno verso il secondo palco, dove suonavano i post-metaller americani Rosetta, in tour europeo con i North, che ai Metaldays hanno suonato come penultimi. Ero già entusiasta nel momento in cui sono arrivato sotto il palco, perché il suono era molto migliore dell’anno scorso, il che prometteva condizioni eccellenti per le esibizioni dei protagonisti del secondo palco. La band ha fatto il suo lavoro con lode: dal suono alle luci, dalla presenza scenica ai passaggi curatissimi tra le parti aggressive e quelle ambient, tutto era come doveva essere. Chiaramente sanno molto bene quello che fanno, perché il prodotto finale è qualcosa che vale davvero la pena di vedere. (t: David)
I nomi più noti del primo giorno dei Metaldays 2016 hanno preso il palco principale dopo l’ottimo concerto degli italiani Fleshgod Apocalypse: i veterani americani Sacred Reich. Una band rumorosa e chiaramente ben conosciuta dal pubblico. Un mix di heavy e thrash metal con un pedigree lungo tre decenni, che evidentemente sa più che bene come far salire la carica al pubblico, che non ha mollato nemmeno durante un breve acquazzone. In generale un concerto di qualità, in cui spiccano soprattutto il chitarrista solista Wiley Arnett e il cantante/bassista Phil Rind. La vecchia scuola ha dato al pubblico quello per cui era venuto. Una band che ha spiegato da poco di non avere in programma nuovo materiale ancora per un po’ può continuare a »campare« così bene sui vecchi successi. Un moshpit bello solido e lo stage diving sono stati la prova di un’ottima esibizione. (t: Klemen)
Tra Sacred Reich e Dark Funeral sul palco principale, poco dopo le 21.00 gli americani Battlecross hanno preso il palco più piccolo. Questi extreme metaller, che definiscono il proprio sound »blue collar thrash metal«, sono stati una vera bomba di energia per il pubblico. Il concerto del quintetto è stato una dose di qualità, con la notevole estensione vocale del cantante Kyle, un’ottima sezione ritmica con il batterista che spicca e riff di chitarra rigorosi. Hanno impacchettato il tutto e lo hanno servito al pubblico con un’esibizione dinamica che molte band di questa giornata potrebbero invidiargli. Il risultato si è visto sul pubblico, che la band ha caricato di energia in vista dei prossimi artisti. I Battlecross si meritano senza problemi un posto anche sul palco principale, perché con la loro esibizione non avrebbero difficoltà a conquistare la gente. Decisamente una delle sorprese migliori della giornata, e ci auguriamo di rivedere i Battlecross a Tolmin. (t: Klemen)
Sui Metaldays è calata la notte e dalle profondità dell’inferno sono saliti sul palco i Dark Funeral. Gli svedesi quest’anno hanno pubblicato con il nuovo cantante un album intitolato Where Shadows Forever Reign, che senza dubbio è tra le migliori uscite dell’anno. Poco meno della metà della scaletta era composta da pezzi proprio da questo album, mentre l’altra buona metà veniva da tutti i dischi precedenti. Il suono tagliente e fortissimo degli strumenti, che a parecchi è sembrato semplicemente troppo, è stato una base eccellente per la voce demoniaca di Heljarmadr, e i Dark Funeral ci hanno trascinati nelle profondità estreme dell’inferno e del black metal più oscuro. Non hanno risparmiato assolutamente blast beat, urla in onore di Lucifero e riff incredibilmente veloci; le reazioni del pubblico sono state estremamente positive e il festival è partito con una nota ancora migliore di quanto ci si potesse aspettare. (t: David)
Gli headliner del palco principale di lunedì erano gli americani Testament. La band la conoscono tutti molto bene; l’ultima volta a Tolmin avevano suonato all’ultimo Metalcamp nel 2012, ma stavolta, con una scelta di pezzi molto simile, suonavano molto meglio, soprattutto perché la voce si distingueva molto di più nel mix generale. Il concerto è filato senza errori, Chuck ha incitato di continuo il pubblico e la band ha brillato davvero per la sua impeccabilità tecnica. Il giorno prima si poteva notare un Gene Hoglan quasi irriconoscibile da quanto era dimagrito, che passeggiava tranquillo per Sotočje e chiacchierava con i fan, a ulteriore conferma di quanto questi vecchi gatti, nonostante una lunga carriera di successo, siano ancora molto con i piedi per terra e modesti. I Testament sono sempre in forma straordinaria e possiamo aspettare con impazienza il nuovo album intitolato »The Brotherhood Of The Snake«, che uscirà il 28 ottobre di quest’anno. (t: David)
Il primo giorno sul palco piccolo è stato chiuso dai francesi Monolithe. La band si occupa della tematica dell’origine dell’esistenza umana e ha un’aria molto misteriosa. Negli ultimi sei mesi ha pubblicato due album lunghi 45 minuti l’uno, composti ciascuno da tre brani di un quarto d’ora. Dal vivo ci hanno presentato versioni rielaborate, cioè accorciate, del loro materiale, che per lo più è fatto di album concettuali con un solo brano. La particolarità del gruppo è che ha tre chitarristi e non suona per niente come i Maiden. Scherzi a parte, i Monolithe hanno garantito un’ottima chiusura del primo giorno di festival e con la loro scenografia sonora unica ci hanno portati oltre l’universo osservabile, tra stelle infinite e nebulose planetarie dell’Isonzo. (t: David)
testo: David Bordon & Klemen Udovč
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