Metaldays 2017 (quinto giorno) – una chiusura thrash metal perfetta

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Autore: Rok Klemše
Foto: Nina Grad

Luogo: Tolmin, Slovenia
Data del concerto: 28.07.2017

Ed eccoci all’ultimo giorno di Metaldays 2017, volato via in un lampo come al solito. Venerdì è stata la giornata più calda del festival, ma anche una con parecchie esibizioni di livello, soprattutto nella prima metà, tinta di heavy metal fino al midollo.             

Per aprire la giornata ci siamo concessi gli inglesi Loathe, soprattutto per le recensioni entusiastiche che ha raccolto il loro debutto uscito quest’anno, The Cold Sun. Dal vivo le lodi sperticate dei critici non le hanno confermate del tutto, ma il loro mix di riff djent, voce melodica alternata a scream, influenze industrial e un impianto di metalcore e nu metal si lascia ascoltare tranquillamente. Niente che non si sia già sentito, ma la massa e le accordature ribassate della band hanno scosso ben bene il secondo palco.

Dopo i Loathe sono saliti gli olandesi Ortega, che col loro doom/sludge metal piuttosto generico non ci hanno convinto. La voce sofferta, che tentava senza successo di imitare Kirk Windstein, e i riff privi di ispirazione, noiosi e ripetitivi non hanno certo aiutato a migliorare il quadro.

La curva della qualità, però, è schizzata verso l’alto con i gruppi successivi. Venerdì a fare il pieno siamo stati soprattutto noi amanti dell’heavy metal, e la prima leccornia è arrivata già nel primo pomeriggio, quando sul palco principale si sono spalancate le porte dell’inferno e ne sono usciti i cult inglesi della NWOBHM Hell. La loro storia è piuttosto curiosa: la band nasce nel lontano 1982, registra un po’ di demo accolti bene e si scioglie nel 1987 dopo il suicidio del cantante David Halliday. Su iniziativa del leggendario produttore Andy Sneap (che Halliday aveva addirittura insegnato a suonare la chitarra) gli Hell si sono rimessi insieme meno di dieci anni fa e nel 2011 hanno pubblicato il loro primo vero album in studio, Human Remains. Stavolta erano al Metaldays per la seconda volta e, anche se una band come gli Hell dà il meglio di sé nel buio e non sotto il sole cocente, il loro concerto è finito tra i migliori del festival. Merito soprattutto di un’esecuzione strumentale eccellente (pur suonando con strumenti presi in prestito, cosa per cui hanno ringraziato di cuore l’aeroporto di Manchester) e del carismatico cantante David Bower. Ci ha sorpresi con una forma vocale pazzesca, presentazioni spassose (nel presentare la band ha detto che vengono dalla Gran Bretagna, un tempo parte dell’Europa, cosa che succede quando metti il potere in mano a gente stupida), carisma e teatralità. Il tutto con tanto di corona di spine, flagellazioni e pose da attore consumato, niente di strano visto che Bower è un attore teatrale professionista che ha calcato perfino il palco del celebre Globe Theatre di Shakespeare a Londra. Poco meno di tre quarti d’ora di show clamoroso, volati decisamente troppo in fretta, ma vale comunque il detto di Milton: »Better to reign in Hell than serve in Heaven.«

Sul secondo palco è toccato all’ultimo dei tre gruppi goregrind cechi di quest’anno, gli Spasm, il che ha significato di nuovo un pubblico pieno di carta igienica e i grugniti da porcellino del cantante Radim (guardatevi questo splendore nelle foto qui sotto), vestito con pessimo gusto e all’inizio nascosto da una maschera uscita dritta da Salò o le 120 giornate di Sodoma di Pasolini. Per quest’anno le mie orecchie di grind ceco ne avevano avuto più che abbastanza, così sono andato a prendermi un’altra dose di heavy metal davanti al palco principale, dove il trio svedese Grand Magus ha provato a portare un po’ di fresco nordico, da vichinghi. Senza riuscirci, ma solo perché venerdì il sole picchiava davvero. Sotto il palco i Grand Magus hanno trovato un pubblico bello numeroso, che ha cantato a squarciagola i cori epici e inneggianti di pezzi come On Hooves of Gold, Steel Versus Steel, Like the Oar Strikes the Water e soprattutto Hammer of the North, il cui ritornello la folla ha continuato a intonare per un bel po’ anche dopo che il trio aveva lasciato il palco.

Dopo la botta vichinga, sul secondo palco è arrivato un altro assalto di heavy metal svedese, ma stavolta niente martelli e asce: katane. I gotemburghesi Katana pescano infatti a piene mani dalla cultura, dalla mitologia e dalla storia dell’Asia orientale, in particolare da samurai, shogun e yakuza. Devo ammettere che con le registrazioni in studio la ragazza e i ragazzi non mi avevano convinto per niente, ma dal vivo la katana ha tagliato nel punto giusto. La band ha sorpreso con un suono ottimo, un’intesa da urlo e un’energia pazzesca, passata senza fatica dal palco al pubblico. Hanno convinto i ritornelli micidiali, i riff a tutta velocità, il buonumore di tutti i membri, in particolare del cantante Johann, e in generale l’aspetto della band, perfetti revivalisti dei primi tempi dell’heavy metal, con tanto di leggings in spandex e tutto il resto. Heavy metal della vecchia scuola, quello vero!

Sul palco grande ho dato solo una rapida occhiata ai folk metaller tedeschi Equilibirum, che non mi hanno convinto, e credo sia stata una mossa giusta spostarli dallo slot di chiusura dell’intero festival, che è andato ai Death Angel. Molto meglio la scelta di andare a sentire i cacciatori di streghe britannici, gli oscuri della NWOBHM Witchfynde. La band è nata nel lontano 1973, è rimasta attiva fino al 1984 e dal 1999 canta di nuovo il male, l’inferno e il metal. Una cosa molto bella del Metaldays è che ogni anno rende omaggio anche alla NWOBHM: negli anni scorsi ha già ospitato band come Blitzkrieg, Satan, Tygers of Pan Tang (o meglio, Jess Cox), e stavolta toccava forse al meno conosciuto della lista. Non era quindi chiaro cosa aspettarsi, e invece i veterani hanno sorpreso, con un’intesa eccellente e ancor più con la forma vocale straordinaria di un Luther Beltz in gran vena. I ragazzi, anzi, i signori, hanno incantato con un sound in cui hard rock e heavy metal si sono incontrati mano nella mano, ricordandoci che il movimento NWOBHM nasconde ancora gioielli da scoprire. L’anno prossimo toccherà ai Diamond Head!  

Dopo mezza giornata di heavy metal (di altissima qualità!) ci voleva anche qualcosa di più brutale, e a servirlo ci hanno pensato gli Sinister, istituzione olandese del death metal. Quest’anno gli olandesi hanno pubblicato un lavoro eccellente, Syncretism, che sicuramente è tra i migliori album della band, ed è curioso che da noi non si vedessero da un bel pezzo, visto che il cantante Aad Kloosterwaard vive in Slovenia ed è sposato con la bassista Aleša (ex-Root ‘a Balluta, ex-Sarcasm, ex-Supreme Pain, e per un breve periodo anche bassista dal vivo dei Sinister). Lo ha ricordato con un bel discorso in cui ha detto che questo festival ha un posto speciale nel suo cuore, perché è proprio qui che ha conosciuto la sua futura moglie. Basta sentimentalismi: in poco più di un’ora, davanti a un pubblico bello compatto sotto il palco, i Sinister hanno macinato ossa senza pietà con un’esecuzione superba, in cui spiccavano soprattutto la batteria devastante e precisa di Toep Duin e la voce brutale di Aad, tirata fuori dalle viscere dell’inferno. Il concerto eccezionale è stato reso ancora migliore da una scelta di pezzi splendida, dal classico Sadistic Intent ai nuovi schiacciasassi Neurophobic e Convulsion of Christ, che diventeranno classici a loro volta. Brutal!

Dopo l’attacco death metal era ora di ballare con i giganti svedesi dell’electronic/industrial metal Pain, guidati da più di vent’anni dall’instancabile e leggendario Peter Tägtgren. L’ultimo vero grande disco in studio della band è Psalms of Extinction, uscito dieci anni fa; i lavori successivi sono stati solo nella media e i Pain sono un po’ spariti dai radar. Per questo le aspettative stavolta erano davvero basse, ma Pero ci ha sorpresi con una forma ottima, che da lui non vedevamo da anni. I Pain hanno salutato il Metaldays con l’hit End of the Line, che ha infiammato un pubblico già bello numeroso, e così è stato fino alla fine. Peter, in camicia di forza, ha convinto con una buona prova vocale, e i suoi ragazzi con un’esecuzione strumentale eccellente. È stato bello sentire un sacco di roba vecchia, da Suicide Machine e On and On fino a Same Old Song; i pezzi nuovi si sono fusi bene con quelli più vecchi, e i Pain, come da copione, hanno chiuso alla grande il loro set con il successone Shut Your Mouth.

Il palco grande, come nel 2014, l’hanno chiuso i giganti tedeschi Heaven Shall Burn, di nuovo con un palco megalomane e un’enormità di pirotecnica, che sarebbe stata ancora più gradita qualche giorno prima, quando un po’ di calore in una serata fredda ci sarebbe stato proprio bene. Anche stavolta gli Heaven Shall Burn hanno offerto uno show di un’energia pazzesca, pieno di fuoco e di una bella dose di death metal melodico. Rispetto alla prima esibizione, però, questa è stata piuttosto di routine, e in realtà non si è differenziata in nulla da quella di tre anni fa. Abbiamo sentito una scaletta quasi identica e anche gli Heaven Shall Burn sul palco erano praticamente gli stessi di allora. Non è stato di certo un brutto concerto, ma è finito nel dimenticatoio molto più in fretta del primo, cosa che a quanto pare ha sentito anche il pubblico: si è moshato parecchio meno, il wall of death era più piccolo e del circle pit attorno alla console (come nel 2014) non c’era traccia. Gli Heaven Shall Burn hanno comunque chiuso il set con sicurezza ed epicità, con la solita cover degli Edge of Sanity, Black Tears.

Vecchie conoscenze del festival sono anche le leggende thrash americane Death Angel, a cui stavolta è toccato l’altissimo onore di chiudere il festival. Anche se i Death Angel li abbiamo visti già un’infinità di volte, gli americani non lasciano mai il pubblico indifferente, nemmeno una. Hanno salutato un pubblico già a pieno regime fin dall’inizio con l’epica intro di The Ultra-Violence, e da lì in poi è stato tutto un crescendo. I californiani si sono messi subito il pubblico in tasca, e mosh pit e crowd surfing sembravano non avere né capo né fine. La band ha corso senza pietà lungo una scaletta che abbracciava quasi tutte le epoche del gruppo, con l’accento ovviamente anche sull’album più recente, The Evil Divide, da cui mi è rimasta nel cuore l’esecuzione toccante e superba del singolo Lost. Se la sono cavata alla grande proprio tutti i membri della formazione: dall’energico e carismatico frontman Mark, a uno dei migliori ma più trascurati chitarristi thrash, Rob Cavestany, fino a una batteria particolarmente in forma stavolta, quella della bestia Will Carroll. Verso la fine del set i Death Angel ci hanno sorpresi con una versione fantastica del classico dei Black Sabbath Falling Off the Edge of the World, e si sono congedati con il pezzo centrale del nuovo album, The Moth. Un pezzo o due in più li avremmo ascoltati volentieri, ma abbiamo comunque assistito a un grande concerto di una band in forma smagliante, che ha preso molto sul serio il ruolo di chiusura del festival e ha consegnato quello che ci si aspettava. I Death Angel li abbiamo visti e sentiti già tante volte, ma ogni volta sono più che eccellenti, e per Metaldays 2017 non avrei potuto desiderare una chiusura migliore.

Così è finito un altro Metaldays che non finirà nel dimenticatoio tanto presto, perché ha offerto soprattutto un programma di grande qualità sul palco Boško Bursać, l’idea del terzo palco, per me personalmente molto gradita (anche se credo che per i vicini del campeggio il caos non-stop per tutto il giorno non sia stato altrettanto gradito) e alcune novità molto benvenute (le innumerevoli attività in spiaggia, la cura eccezionale di tutta l’area del festival e la birra del festival in collaborazione con il birrificio Bevog, che col prezzo però ha esagerato parecchio). Di margini di miglioramento ce ne sono ancora, e in primo luogo quest’anno il programma del palco Lemmy è stato un po’ più debole, soprattutto in fatto di nomi da headliner più altisonanti. In compenso, i primi nomi annunciati per l’anno prossimo hanno già fatto effetto: i giganti svizzeri del tech thrash Coroner, i magnifici irlandesi Primordial, il duo NWOBHM Diamond Head e Girlschool, i depressive black metaller sloveno-svedesi Shining, e poi ancora Bölzer, Darkened Nocturn Slaughtercult, Rotten Sound, Hecate Enthroned, Schammasch e Ultha. Ci vediamo quindi al Metaldays 2018!

Klemen Udovč (foto): Sinister

Scaletta

HELL:
1. The Age of Nefarious
2. Let Battle Commence
3. Something Wicked This Way Comes
4. Blasphemy and the Master
5. The Quest
6. End ov Days
7. On Earth as it is in Hell

GRAND MAGUS:
1. I, the Jury
2. Varangian
3. On Hooves of Gold
4. Steel Versus Steel
5. Ravens Guide Our Way
6. Iron Will
7. Like the Oar Strikes the Water
8. Hammer of the North

PAIN:
1. Rebel Yell (intro)/End of the Line
2. Zombie Slam
3. A Wannabe
4. Call Me
5. It’s Only Them
6. Suicide Machine
7. The Great Pretender
8. Monkey Business
9. Dirty Woman
10. Pain in the Ass
11. Same Old Song
12. I’m Going In
13. On and On
14. Shut Your Mouth/My Way (outro)

DEATH ANGEL:
1. The Ultra-Violence/Evil Priest
2. Claws in So Deep
3. Left For Dead
4. Son of the Morning
5. Father of Lies
6. Caster of Shame
7. Thrown to the Wolves
8. Seemingly Endless Time
9. Breakaway
10. Lost
11. Falling Off the Edge of the World
12. Kill As One
13. Relentless Revolution
14. The Moth

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