Mick Box (Uriah Heep) – Il rock n’ roll mi scorre nelle vene (2008)
Luogo: Gasometer / Vienna / Austria
Data dell’intervista: 01.12.2008
Arrivare a questa intervista è stato un po’ più complicato di quanto immaginassimo all’inizio. Era tutto concordato, poi però ci siamo mancati con il tour manager Ian. Noi lo aspettavamo davanti all’ingresso del Gasometer di Vienna, lui invece ci cercava dall’altra parte, dove si entra nel backstage. Come se non bastasse, hanno dovuto portare d’urgenza il chitarrista Mick Box in ospedale, e il cellulare di Ian è diventato all’improvviso irraggiungibile. In quel caso, per fortuna. Così abbiamo deciso di ritirare gli accrediti e di concentrarci sul concerto. Ma il nostro fiuto da segugi non ci dava pace, quindi ci siamo avvicinati al signore che si occupava del merchandise ufficiale degli Uriah Heep e gli abbiamo spiegato chi siamo e cosa ci rodeva. Ha risposto: “Aspettatemi qui, torno subito.”
Dopo qualche minuto lo ritroviamo e ci porta al “catering”, dicendoci di restare lì e di servirci pure un tè (all’inglese, ovviamente) – e ovviamente non è finita lì – mentre la band ci raggiungerà appena arriva.
Alle 20.40 sul posto compare il leggendario chitarrista Mick Box, membro originale degli Uriah Heep, che con gentilezza chiede: “Siete voi quelli che mi aspettano per l’intervista?” Attenzione! Mancano appena 50 minuti all’inizio del concerto! Lo seguiamo subito nel backstage. Ci si apre la vista sul cantante Bernie Shaw, che si stava stirando con cura la camicia, capo di rigore del suo guardaroba da palco, mentre il tastierista Phil Lanzon chiacchierava assorto circondato da gente, al batterista Russell Gilbrook era appena squillato il cellulare (leggi: “Hello honey!”) e il bassista Trevor Bolder era al “catering” a farsi uno spuntino. Alla fine ci sistemiamo e la chiacchierata comincia…
RockLine: Come ti senti, Mick? Come va il tour?
Mick: Bene. Il rock n’ roll mi scorre letteralmente nelle vene in questo momento. Metà tour è alle spalle. Tutto procede secondo i piani.
RockLine: Pare che prima dell’intervista ti abbiano portato d’urgenza in ospedale. Era qualcosa di serio?
Mick: Ah, niente di speciale. Roba piuttosto normale.
RockLine: Normale?
Mick: Sì. Normale. Mi è venuto un crampo alla mano e mi hanno fatto un’iniezione. Ora è tutto a posto. La mia mano è ancora utilizzabile, ah, ah, ah….
RockLine: Vi siete appena lasciati alle spalle la parte tedesca del tour, dove ad aprire i vostri concerti c’erano i leggendari Thin Lizzy. Com’è stato stare in loro compagnia?
Mick: È stato un tour fantastico. Sono state suonate un sacco di belle canzoni, e in giro c’erano tantissimi musicisti eccezionali. Ogni sera di questo tour è stata una serata di grande rock n’ roll. I Thin Lizzy hanno dei pezzi fenomenali. Siamo andati molto d’accordo anche a livello di amicizia. Nel complesso è stato un tour di grande successo.
RockLine: Perché a voi Uriah Heep ci sono voluti ben 10 anni per pubblicare un nuovo album in studio, “Wake The Sleeper”?
Mick: Perché nel campo dell’editoria discografica regna il caos totale. L’industria musicale come la conoscevamo fino a pochi anni fa non esiste più. Semplicemente non c’è. È sparita, è crollata. Dieci anni fa è iniziata anche tutta la storia di internet. All’inizio l’industria discografica ha attaccato internet e ha trascinato Napster in tribunale, ma non è servito a niente, perché poi si è visto che su internet esistono milioni di “Napster”. Per questo non siamo riusciti a trovare la nostra casa sicura. Le etichette hanno poi cominciato a ridimensionare la loro attività, molte sono sparite, fallite. Un sacco di gente è rimasta senza lavoro. In una situazione del genere è molto difficile per una band come gli Uriah Heep trovare una casa. Anche oggi le etichette stesse non sanno bene cosa stiano facendo, c’è un tale casino. In realtà dentro le etichette stesse regna una grande sfiducia. Insomma, questa faccenda non si è ancora sistemata del tutto e penso che non si sistemerà completamente nemmeno nei prossimi anni.
RockLine: In questo arco di dieci anni, più precisamente tra gli album in studio “Sonic Origami” e Wake The Sleeper, le vostre uscite, soprattutto una valanga di album dal vivo, sono uscite anche per l’etichetta Classic Rock Legends. Era la vostra etichetta?
Mick: No. L’etichetta era gestita da qualcun altro. Per il resto non eravamo legati a loro, se non per il fatto che tramite loro abbiamo pubblicato qualche album.
RockLine: Puoi raccontarci le storie che si nascondono nei versi dell’album “Wake The Sleeper”?
Mick: I testi delle canzoni del nuovo album arrivano da fonti diverse. Da esperienze di vita, dall’esperienza di un osservatore esterno, da teorie sulla vita… Per esempio il pezzo Overload parla dell’era del dominio dei computer, di come la gente perda se stessa davanti agli schermi e in questo modo scambi la propria identità. È affascinante quello che hanno portato i computer e come hanno rivoluzionato il modo in cui le persone funzionano nel mondo reale. Come tante altre cose, anche i computer hanno decisamente i loro lati buoni, ma allo stesso tempo anche quelli cattivi, perfino spaventosi. Tears Of The World parla di come ci prendiamo cura del mondo. Per quanto ci sforziamo di proteggerlo, non lo proteggiamo bene, e quindi “il mondo piange”. E anche se ci proviamo come singoli, ci sono le corporation che questo nostro mondo, che vorremmo conservare e preservare, lo stanno letteralmente uccidendo. What Kind Of God è nata leggendo il libro “Bury My Heart at Wounded Knee”, scritto da Dee Brown, che racconta degli indiani d’America. Vivevano una ricca vita spirituale, poi arrivano i bianchi e li ammazzano a colpi di fucile, gli rubano la terra, arrivano perfino a dirgli che devono accettare un’altra religione e così via. Quindi, se fossi un indiano, davanti a tutto questo non ci capiresti proprio niente e ti chiederesti: “Che razza di dio venerano questi qui?” Ghost of the Oceans parla di donne pirata. A tanti non era affatto chiaro, quando vedevano una nave solcare il mare, che in realtà era piena di donne – piratesse. Insomma, le storie riassumono un po’ il senso degli Uriah Heep. Scegliamo temi di questo genere da sempre.
RockLine: Ho notato che il vostro nuovo album suona più organico. Avete rimesso in primo piano il ricco suono degli organi Hammond…
Mick: Sì. Siamo tornati alle nostre radici. Ci siamo liberati di tutti i sintetizzatori e roba simile. Volevamo registrare un album come band. Per questo abbiamo chiamato a collaborare il produttore Mike Paxman, che ci ha ascoltato davvero quando eravamo tutti in studio. Sai, la maggior parte delle band di oggi registra, che so, 14 giorni solo le batterie, poi lo stesso per il basso, per la chitarra, per la voce e così via… quindi non riesci a “catturare” la band su nastro. In pratica ottieni solo una versione della band. Se invece la band registra insieme, la catturi su nastro per intero, perché dagli altoparlanti esce un suono completo.
RockLine: Quindi è stata una scelta del tutto consapevole quella di liberarvi dei sintetizzatori.
Mick: Assolutamente sì.
RockLine: Avete registrato suonando tutti insieme, come band, in studio. Quindi più o meno come se foste su un palco.
Mick: Sì. Abbiamo registrato i pezzi, ascoltato come funzionavano, per ogni brano ci servivano due o tre take. Siamo stati molto soddisfatti del risultato. Per noi è il modo più semplice di registrare. E in più riesci a catturare ancora meglio sulle registrazioni il “feel” dal vivo dell’album. Se avessimo registrato i singoli strumenti e la voce uno alla volta, l’effetto sarebbe stato diverso, non avremmo mai catturato quella che si chiama magia. La cosa bella di questo album è che porta con sé la magia, ha la magia. Ed è una cosa importantissima, in tutta la faccenda.
RockLine: Immagino che la band sia molto entusiasta del nuovo album, visto che avete deciso di suonarlo per intero in questo tour europeo?
Mick: Sì, sì… È cominciato durante le registrazioni del nuovo album. Come per tutte le band. Ragionavamo in generale su come costruire la scaletta per il tour. Sarebbe stata di nuovo fatta delle nostre classiche, con in mezzo due o tre pezzi dall’album “Wake The Sleeper”. Poi ci è successo che non sapevamo più quale brano del nuovo album scegliere per i concerti. Abbiamo provato i pezzi nuovi e funzionavano tutti alla grande. Così abbiamo deciso di suonare l’intero album dal vivo!
RockLine: Ci sono stati problemi per la band nel prendere la mano con i nuovi pezzi?
Mick: È sempre una cosa difficile, perché ognuno di noi nella band ha punti di vista diversi, vive la musica in modo diverso. Da questo punto di vista ci è andata molto bene, visto che suoniamo dal vivo tutto il nuovo album, cosa che trovo fantastica. Oggi sono poche le band che fanno scelte del genere ai concerti. Semplicemente non hanno registrato le loro cose nuove in modo “live”, come abbiamo fatto noi. Di solito padroneggiano solo dei pezzetti dei nuovi album e non ne sono in grado. Gli Uriah Heep possono vantarsi del contrario, siamo “loud n’ proud” in quello che facciamo. Devo sottolineare che per noi è stata una mossa molto coraggiosa. Perché nel nostro caso ti scontri con il desiderio opposto del pubblico, che pretende sempre le nostre classiche ai concerti. Nella scaletta attuale ci sono ovviamente anche le classiche, che mescolate al nuovo album funzionano in modo molto felice. La nostra scaletta attuale è fortissima. La gente, a prescindere dalle aspettative che ha prima del concerto, lo apprezza. Questo coraggio ci sta ripagando.
RockLine: Perché avete scelto di mettere un Buddha sulla copertina del nuovo album?
Mick: La copertina l’ha disegnata un tipo di nome Ioannis, originario della Grecia ma che vive negli Stati Uniti. È venuto da noi con un concept già pronto per la copertina e l’idea è piaciuta a tutti. In copertina c’è un Buddha femminile che si risveglia e tiene in mano una luce. Riassumeva alla perfezione quello che ci eravamo detti prima, cioè che dovevamo risvegliare il gigante dormiente, visto che eravamo rimasti ben 10 anni senza pubblicare niente di nuovo. Tutto ha combaciato alla perfezione.
RockLine: C’è il desiderio o l’idea di pubblicare un nuovo album dal vivo tratto da questo tour?
Mick: Abbiamo un lungo tour davanti. Vedremo e decideremo se registrare qualche concerto.
RockLine: Cosa vi tiene insieme, cosa vi fa tenere duro in quello che siete e cosa vi spinge ad andare avanti, dopo tanti anni di presenza sulla scena rock?
Mick: Noi ci divertiamo semplicemente a fare quello che facciamo. Finché ti diverti a fare quello che fai, o detto in altro modo, finché trovi in te una passione creativa, quella è la base che ti spinge avanti, che ti fa continuare con il tuo lavoro. Se però perdi questa passione, questa spinta, allora se ne va anche la gioia. Ci piace fare musica insieme, suonarla insieme e anche stare insieme in giro. Il punto in cui siamo ora con la band è un bel posto. È bello essere qui oggi.
RockLine: Fino a qualche anno fa organizzavate ogni anno a Londra il “Magician’s Birthday Party”.
Mick: Quell’evento si è esaurito. Aveva detto tutto quello che aveva da dire. Per questo aveva perso il suo vero scopo. Per i suoi tempi quella manifestazione era molto bella e riuscita. Quando abbiamo sentito che il “Magician’s Birthday Party” aveva raggiunto il suo scopo, abbiamo deciso di registrare un ultimo concerto, organizzato proprio in quell’evento, insieme a Ken (Ken Hensley – ex tastierista degli Uriah Heep, nota della red.) e John (John Lawton – ex cantante degli Uriah Heep, nota della red.). Così gli abbiamo garantito un po’ di freschezza duratura, perché se vuoi vedere quell’evento dovrai comprarti il DVD, dato che “dal vivo” a quell’evento non ci saremo mai più. Bisognava andare avanti. Il punto è che non puoi restare attaccato alle cose vecchie. Se lo fai, le cose nella vita cominciano a tirarti indietro, a frenarti, e anche l’entusiasmo, a fare sempre la stessa cosa che hai sempre fatto, col tempo si spegne. A tenerci su questa strada basta già il semplice fatto di avere pezzi nuovi. Così ora anche i vecchi suonano freschi. Se suonassimo sempre e solo i vecchi, ci verrebbe a noia.
RockLine: Quando vi ho visto a ottobre di quest’anno al vostro concerto a Monaco di Baviera, ho notato che una delle vostre più grandi classiche, il pezzo Gypsy, la suonate con l’introduzione originale all’organo Hammond, come si trova sul vostro album di debutto in studio “Very ‘Eavy… Very ‘Umble”(1970).
Mick: L’idea è venuta a Russell. Su sua iniziativa abbiamo deciso di provarci. Ha avuto un ottimo effetto finale.
RockLine: L’inserimento di Russell nella band vi ha dato qualche grattacapo?
Mick: Per niente. La transizione è stata molto facile. Questo perché Russell è un batterista molto completo. Quando ha perfezionato anche i cori, eravamo pronti per i nuovi concerti.
RockLine: Mick? Hai mai pensato di pubblicare un tuo album solista in studio?
Mick: Non ho mai avuto abbastanza tempo per una cosa del genere. Ho sempre dovuto occuparmi della band, di organizzare i suoi tour, di suonare nella band, di scrivere musica per la band, ogni volta che trovavo il tempo. Adesso abbiamo coinvolto un manager che si occupa di noi. Forse ora si troverà un po’ più di tempo, visto che dal punto di vista organizzativo sono sollevato dai pensieri e quel tempo libero andrà riempito con qualcos’altro. Un giorno magari mi butterò in qualcosa del genere. In realtà pubblicare un album solista non mi ha mai interessato più di tanto. Il mio ego preferisco nutrirlo con la dedizione totale agli Uriah Heep e al lavoro che portiamo avanti nella band. Mi realizzo davvero in tutto quando sono sul palco con gli Uriah Heep.
RockLine: Sul palco vi presentate con una carica da ventenni.
Mick: Beh, le barbe non possiamo proprio nasconderle, ah, ah, ah… Però è davvero una sensazione fantastica quando guardi il pubblico al concerto, fissi le prime file e vedi cantare Gypsy anche gente più giovane del pezzo stesso. È solo la prova che la canzone ha superato la prova del tempo e che per questo è un grande pezzo, che la gente vuole sempre sentire. In un caso così non mi resta che sorridere sul palco, perché le sensazioni sono davvero uniche.
RockLine: Lì trovi la tua pace e il tuo piacere personale.
Mick: Assolutamente. È una specie di terapia. Come se suonassi la chitarra da solo nella tua stanza. In quel momento scappi dal mondo intero, nessuno ce l’ha con te e così via. Ha anche un effetto meditativo. Per questo la gente viene ai nostri concerti. Per scappare dallo stampo normale della vita quotidiana e unirsi a noi nella festa del concerto.
RockLine: Come scegliete i pezzi prima di salire sul palco? Li decidono i vostri fan o decidete voi cosa suonare?
Mick: Dipende dalla situazione. Ma una cosa è importante. Non puoi buttare 15 o 24 canzoni su un foglio di carta. Devi collegarle tra loro a livello di contenuto, per raggiungere il climax che vuoi al concerto. Quindi nel compilare la scaletta devi essere molto concentrato e attento a come gestire soprattutto le chiusure e le aperture dei pezzi e a come legarli tra loro.
RockLine: Il vostro album piace sia agli ascoltatori più anziani che a quelli più giovani. Pensi che anche questo materiale del nuovo album abbia il potenziale per far diventare un giorno i suoi pezzi dei classici, come è successo per esempio con Gypsy?
Mick: A giudicare dalle recensioni ricevute, sarà così. E poi anche noi ora preferiamo di nuovo suonare i pezzi più vecchi, in combinazione con il materiale nuovo. Speriamo che un giorno diventino dei classici anche questi. Solo che diventino tali un po’ più in fretta, ah, ah, ah… Non abbiamo più molto tempo, dovremo darci una mossa, ah, ah, ah… Intanto già nei concerti nuovi notiamo quali sono i preferiti che la gente sceglie dal nuovo album “Wake The Sleeper”. Sono What Kind Of God, Tears Of The World, Overload, anche Shadow è uno dei pezzi più forti, o Angels Walk With You. I primi quattro o cinque brani li avevamo scritti appena 14 giorni prima di iniziare a registrare. È stato velocissimo. Proprio il processo di nascita dell’album. In generale le idee nuove per la musica di “Wake the Sleeper” arrivavano molto in fretta, tanto che dovevamo “inseguirle” di continuo con i testi giusti.
RockLine: Praticamente ogni pezzo di “Wake the Sleeper”.
Mick: Per ora possiamo ritenerci molto fortunati, da questo punto di vista. Anche a me capita sempre più spesso, quando compro i CD appena usciti, di trovarci solo tre o quattro brani interessanti. Finora, parlando con la gente, molti dicono che l’album non lo tolgono dal lettore finché non gira tutto dall’inizio alla fine.
RockLine: E quali sono i vostri piani per il futuro?
Mick: Saremo in giro per 18 mesi. Dopo l’Europa il tour si sposterà in Canada, poi negli Stati Uniti, in Australia, in Giappone, e la prossima estate suoneremo in tutti i più grandi festival europei. In questo periodo cercheremo di mantenere alto il nostro livello professionale come band e intanto di scrivere già nuovi pezzi per il prossimo album in studio.
fotografie: Rok Podgrajšek intervista per RockLine a cura di: Peter Podbrežnik, Rok Podgrajšek, Aleš Podbrežnik testo tradotto e curato da: Aleš PodbrežnikGalleria fotografica





