Monsun : V eter
Etichetta: Autoproduzione
Anno di uscita: 2018
Produzione: Drago Popovič
Durata dell’album: 47.42
Genere: Alternative Rock / Alternative Metal
L’anno scorso è uscito il debutto dei Monsun di Škofja Loka, intitolato »V eter. I Monsun sono un collettivo rodato a sei teste, nato sulle macerie del combo acustico Candle With Hair e andato avanti, con un piccolo ritocco di formazione, con il nome di Monsun. Una nuova storia musicale, che ha scambiato la vecchia anima acustica con un corteggiamento valanghesco a base di distorsioni.
Il debutto »V eter« porta dieci pezzi composti con una maestria spaventosa e poco meno di 48 minuti di rock di altissima qualità. Due chitarre costruiscono un muro sonoro ispido, soprattutto nei ritornelli dove azzannano il fraseggio con una presa da roccia. Sviluppano una massa sonora ricca e accordata più in basso, e si rivolgono all’ascoltatore con frasi chitarristiche valanghesche, invasive, nella produzione sporche, grasse e «aperte» da far schiumare. Detto con modestia: quasi demolitrici. I Monsun puntano tutte le forze a creare un’atmosfera vorace ma cupa, che ti arriva addosso in versione bombastica. Non scendono a compromessi quando si tratta di girare le manopole, ma nei brani sottolineano chiaramente la loro posa dolcemente tenebrosa: i pezzi nascono da accordi minori e sono avvolti in un senso di malinconia. Già il pezzo d’apertura, Mars, ti stende con mosse incredibilmente ingegnose, che in realtà sono il frutto di un abile giocoliere di minimalismi che, sommati, funzionano alla perfezione e rifilano alla band un poker d’assi vincente, tanto che »V etru« cattura qualsiasi ascoltatore fin dall’inizio. Solo questo brano sorprende con vistosi ribaltamenti d’atmosfera, che la band ottiene con un fraseggio a contrasto sull’asse strofa-ritornello e con una modulazione (passaggio mid-eight) infilata con testa a circa due terzi del pezzo. Un pezzo che porta un vero teatro del dramma già in apertura. Non solo come composizione audace, ma anche dal lato vocale. Il cantante Matija Krajnik è infatti un camaleonte vocale eccezionale, che con il suo fuoco appassionato dà vita alla poesia in modo incredibile lungo tutto il disco. I messaggi toccano confessioni intime e personali, temi amorosi, e non lesinano nemmeno una pungente critica sociale.
Si sente che la band ha suonato a lungo brani in chiave acustica. Si sente negli arrangiamenti. Le chitarre, soprattutto nelle strofe, sanno «nascondersi» un po’, e allora a prendersi la scena (in un contrappeso di produzione a contrasto) ci pensano la voce contagiosissima e inconfondibile di Matija Krajnik e un basso grosso e ben in evidenza, dal tintinnio sferragliante. A tagliare tutto arrivano le valanghe di distorsione chitarristica nel passaggio verso una nuova strofa, un pre-ritornello o un ritornello, e così la band gioca con grande astuzia sui ribaltamenti d’umore, che sono l’essenza della «voracità» di un album dalla dinamica altissima. I membri della band non sono di certo musicisti alle prime armi, ma uomini maturi, cresciuti da teenager con il boom MTV delle band anni Novanta come Alice In Chains, Nirvana, Soundgarden, e anche i primissimi Pearl Jam. Anche se i gruppi citati appartengono al movimento chiamato grunge, nell’album dei Monsun non c’è alcuna nostalgia revivalista: nella composizione e nel suono si sentono solo le influenze, mentre i Monsun sviluppano una loro personalità autoriale, una postura alternative rock fatta in casa, riconoscibile e propria solo della band.
Di solito il debutto di una band è un passo fondamentale in cui il gruppo cerca ancora il suo stile musicale, che definirà e fonderà solo con gli album successivi. Ecco, »V eter« è invece, già nella sua essenza di partenza, un album d’autore definito in modo potentissimo e compatto, che fonda un carattere chiaro e ben costruito nel dossier espressivo della band: vuol dire che i pezzi sono maturati a lungo prima di arrivare in studio da Popi e che per questo sono ottimizzati al massimo. Il sestetto in fase di composizione ha le idee chiarissime. Sanno esattamente come deve stare in piedi un ritornello per prendersi l’attenzione e afferrarti all’istante. Con la stessa abilità aggiungono armonie vocali alla melodia principale, che approfondiscono e contrastano le sensazioni, mentre a mettere il puntino sulla «i» ci pensano le linee di tastiere, i già citati ribaltamenti di fraseggio sull’asse strofa – ritornello e gli ornamenti chitarristici sopra le frasi, che nella ricerca di melodie si fanno prestare persino delle «arabeschi». Gli assoli sono ridotti al minimo, se ne trovate, e non sono parte essenziale dei passaggi mid-eight. La band punta tutto sulla costruzione di un’atmosfera solida, seducente ma cupa, dal tono solenne e pomposo, e per quasi tre quarti d’ora dipinge un vero teatro del dramma di voracità emotiva. Vette e favoriti dell’album sceglieteveli da soli. I ritornelli sono infatti potentissimi e i pezzi stanno uno accanto all’altro sullo stesso livello di qualità. L’album non conosce cali e mantiene una coerenza artistica notevole. Per quanto mi riguarda, io sceglierei il pezzo Zaželen.
Sì. »V eter« è un debutto d’autore potentissimo. Composto con passione, ottimizzato al massimo negli arrangiamenti e nella produzione. Con questo disco i Monsun si presentano, sul piano artistico, come una band estremamente matura, con un carattere musicale tutto suo. Siamo davanti a un act potentissimo, di casa nell’alternative rock (fino al metal), che con la sua presenza arricchisce, e come ne avevamo bisogno, una scena rock slovena da sempre un po’ sottonutrita.
autore: Aleš Podbrežnik
voto: 9.5 / 10
Tracklist:
1. Mars
2. Sam
3. Slepe miši
4. Nocoj
5. Vojna čustev
6. Zaželen
7. Vila
8. Alarm
9. Momento
10. Drug A
Formazione:
Matija Krajnik – voce
Marijo Lovrić – chitarra, cori
Miran Hažić – chitarra
Miha Dolinar – tastiere
Aleksander Šarić – basso
Aleš Avguštin – batteria