More

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Pink Floyd
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1969
Voto: 3/5

Nel periodo successivo all’addio del “diamante pazzo” Syd Barrett e all’uscita del loro secondo album “A Saucerful Of Secrets” (1968), i Pink Floyd, su iniziativa del noto regista tedesco Barbet Schroeder, registrarono la colonna sonora per il film “More”. Questa, su spinta dell’etichetta, fu poi rielaborata, con qualche sezione ritoccata, e uscì come il loro terzo album, che nella coscienza collettiva è forse più conosciuto come il primo lavoro senza Syd in formazione, anche se pure i suoi contenuti musicali non sono da buttare e offrono parecchio di ciò che fin dagli esordi ha fatto dei Pink Floyd una delle band rock più innovative e uniche della seconda metà dei ’60.

Il primo cambiamento importante nel successivo passo evolutivo del sound, quello che arriva con questo album, è senza dubbio la riuscita integrazione del giovanissimo chitarrista/cantante David Gilmour, che qui ebbe carta bianca anche per le proprie idee musicali e iniziò a trasformarsi in uno dei più grandi chitarristi della storia del rock. Come chitarrista aveva già mostrato con successo il suo talento eccezionale nel disco precedente, ma come cantante emerge davvero solo qui. Su “More”, infatti, il bassista/cantante Roger Waters gli lasciò cantare tutte le parti vocali principali, una cosa impensabile sia prima che, per un certo periodo, dopo. Waters, che l’anno prima era riuscito a tirare la band fuori dal baratro dell’esistenza in cui l’avevano spinta le stranezze di Syd durante i concerti, allora si faceva addirittura in quattro perché il giovane chitarrista avesse un ruolo un po’ più grande nell’espressione del gruppo rispetto a quello che aveva al suo arrivo. Visto che negli anni sarebbero diventati i migliori “amici”, oggi fa quasi fatica a crederci. Forse la cosa più importante che ha portato il processo creativo di questo album è che, dopo la traumatica uscita del “diamante pazzo”, la band è tornata a vivere come collettivo di successo e alla pari, mettendosi alla prova per la prima volta anche nel ruolo di produttrice.

“More” è un album stilisticamente piuttosto vario, con un numero quasi uguale di strumentali e di pezzi cantati. Ci trovi tanti elementi musicali diversi, alcuni anche atipici per la band, come il folk e l’hard rock, accanto a creazioni sperimentali e avanguardistiche più tipiche, piene di effetti e con la classica atmosfera da space rock. I pezzi più famosi (e secondo i più anche i migliori) di “More” sono “The Nile Song”, “Green Is The Colour” e “Cymbaline”. Gli ultimi due, all’epoca, venivano suonati regolarmente anche dal vivo. Non conosco il contenuto del film, quindi non posso commentare nel dettaglio le differenze tra le versioni cinematografiche e quelle su disco, ma sono convinto che per l’uscita in studio siano state migliorate in modo evidente. Quanto alla sceneggiatura, pare si tratti di un cupo dramma esistenzialista su una coppia, due tossicodipendenti da droghe pesanti, che alla fine fanno una brutta fine. Una cosa che calza a pennello con la fine dell’era psichedelica sul piano musicale e sociale, un fatto di cui erano consapevoli anche i membri dei Pink Floyd, che iniziavano piano piano, ma in modo visibile, a scrollarsi di dosso la loro eredità psichedelico-rock del periodo di Syd. Col tempo il film, grazie alla sua musica, ha ovviamente raggiunto lo status di cult, ma solo parecchi anni dopo la sua uscita, quando i Pink Floyd erano ormai diventati un fenomeno mondiale.

L’iniziale “Cirrus Minor” è avvolta da un’atmosfera pastorale surreale. Dopo gli effetti iniziali di uccellini che cinguettano, entrano la voce calma e ipnotica di Gilmour e un delicato accompagnamento di chitarra acustica, che insieme creano un’atmosfera misteriosa e particolare. Nel resto del pezzo la posizione centrale la prende il suono profondo delle tastiere di Wright, soprattutto dell’organo rombante, con quel tocco leggermente inquietante. All’atmosfera surreale contribuiscono sicuramente anche la totale assenza della batteria di Mason e una strana struttura metrica. Che si tratti di un album con un mix vario di atmosfere lo conferma già “The Nile Song”, uscita anche come singolo e senza dubbio uno dei brani più duri della storia della band. Potrei definirla una delle poche cose hard rock della loro storia, o addirittura una sorta di creazione proto-metal. La segnano un riff di chitarra tosto, la voce di Gilmour, insolitamente incazzata e cruda, passaggi di batteria solidi e martellanti e la totale assenza di tastiere. Gilmour ci ha infilato con abilità anche un breve assolo bluesy, tipico suo, che però non può ancora competere con i suoi capolavori successivi. Insieme al classico dei The Beatles “Helter Skelter”, “The Nile Song” può essere considerata una delle prime canzoni “metal” della storia. L’atmosfera surriscaldata viene subito calmata dalla ballata pastorale e sognante “Crying Song”, pervasa dai suoni delicati del vibrafono di Wright e dal borbottio melodico del basso di Waters. Anche stavolta al centro ci sono la voce sognante di Gilmour e la sua dolce melodia di chitarra acustica, che creano una piacevole atmosfera romantica. Una ballata folk semplicissima, ma molto piacevole.

Nello strumentale “Up The Kyber” i Pink Floyd mostrano anche il loro senso per l’improvvisazione jazz. Qui conta soprattutto l’intreccio tra l’assolo di batteria di Mason e gli esperimenti di Wright con un pianoforte impazzito, un organo dissonante e un sacco di effetti strampalati. “Green Is The Colour” è un’altra bella ballata folk con la voce dolce di Gilmour e un accompagnamento melodico di chitarra acustica e pianoforte. I suoni spiritosi del flauto sullo sfondo ne accentuano ancora il tocco etereo, quasi celtico. Segue “Cymbaline”, che secondo me, almeno per gli arrangiamenti e la sua eccezionale atmosfera romantica, è il pezzo migliore dell’album. Gli arrangiamenti, con chitarra acustica, pianoforte, organo, batteria e basso, sono meravigliosi e dimostrano lo straordinario talento compositivo del gruppo. La voce romantica e sognante di Gilmour poggia su una melodia bellissima di pianoforte e chitarra. Il brano si distingue anche per l’uso di Wright di tanti effetti speciali e per i suoi passaggi brillanti all’organo. Il testo parla di un incubo, che in realtà è una metafora del primo dei cinici regolamenti di conti di Waters con l’industria musicale. Il breve strumentale “Party Sequence” è un insieme di percussioni sciamaniche di Mason accompagnate dal flauto suonato da sua moglie Lynette. È uno dei rari pezzi della loro storia con un tocco etnico.

“Main Theme”, dove torna a farsi sentire con più forza il lato space rock della band, ha un’atmosfera parecchio inquietante, che coincide con quella cupa del film stesso e probabilmente per questo è stato scelto come tema centrale. Dopo il suono fastidioso e rumoroso di un gong, entra un suono d’organo da brividi. Il suono dell’organo, insieme a schemi ritmici insoliti di basso e batteria, detta lo svolgimento del pezzo. All’atmosfera cupa contribuiscono anche i tanti effetti strani del sintetizzatore di Wright. Qui dentro si sentono anche dei fregi piuttosto sfumati alla slide di Gilmour. L’hard rock tosto “Ibiza Bar” ha un motivo centrale molto simile a “The Nile Song”, solo che qui ci hanno integrato anche le tastiere di Wright. La voce incazzata e atipica di Gilmour e il suo torcere la chitarra in modo martellante risultano abbastanza divertenti, soprattutto se confrontati con alcune delle loro creazioni più note e ambiziose. Un pezzo solido, un’altra delle loro rare avventure nell’hard rock. Il breve strumentale “More Blues” è invece una delle loro ancora più rare avventure nel blues, e di conseguenza non è niente di speciale. Gilmour qui mostra qualche suo tipico passaggio blues, che negli anni ha migliorato parecchio, dandogli tutto un altro contesto. “Quicksilver” è il pezzo più lungo e di gran lunga più avanguardistico dell’album, pieno di effetti strampalati di sintetizzatori, suoni tipici della musique concrete e un uso non trascurabile del vibrafono. Il tutto ricorda di nuovo molto un horror psichedelico. Creazioni avanguardistiche di questo tipo le porteranno praticamente agli estremi nel disco successivo. “A Spanish Piece” è un altro strumentale brevissimo, con un tipico riff di chitarra spagnolo, ossia latino, e un accompagnamento vocale di Gilmour in sottofondo dall’aria oscura. Qui Gilmour si presenta in un ruolo del tutto solista, senza l’aiuto degli altri membri della band. La conclusiva “Dramatic Theme” è ancora un breve strumentale con un motivo identico a “The Main Theme”, solo che il suo baricentro sta soprattutto nella chitarra di Gilmour.

Posso dire che “More”, anche se non è un classico album da studio, è una delle poche manciate di dischi rock nati in origine come musica per un film che meritano attenzione anche da parte di chi il film con la colonna sonora non l’ha mai visto e magari non ne ha neanche sentito parlare. La sua posizione nell’eredità dei Pink Floyd non occupa un posto troppo illustre, il che in parte è anche giustificato, se lo si confronta con la maggior parte delle creazioni successive, ma comunque, anche se non tutti gli esperimenti sono riusciti al meglio e non si sente ancora quella magia trascendentale dei Floyd che sarebbe arrivata dopo, io non ci trovo nessun pezzo brutto. Anche tra i fan più sfegatati c’è qualcuno a cui questo album non piace e che lo vede solo come un mucchio di idee non rifinite; a dargli fastidio è soprattutto il fatto che la band abbia mostrato qui degli elementi per loro atipici, più vicini al folk e all’hard rock/blues rock che allo space rock. Ma questo è un problema tutto loro, perché ai miei occhi si tratta di un lavoro più che solido di una band che a quel tempo cercava ancora la propria identità sonora e che nel giro di pochi mesi ha registrato ben tre album, il che di certo non era roba da poco. Se “More” fosse stato pensato come un concept album, sarebbe un mucchio piuttosto scadente di pezzi slegati e si meriterebbe giustamente le critiche. Invece è un altro album del tutto unico, condito con idee musicali varie, che ha presentato David Gilmour come membro alla pari della band e l’ha tirato fuori dall’ombra di Syd. Secondo me “More” è perfino un disco un po’ trascurato, ma per una band che ha prodotto un numero così alto di album eccellenti bisogna farsene una ragione. I primi anni senza Syd furono senza dubbio faticosi per tutti i membri del gruppo, alla ricerca di un sound riconoscibile e unico con cui staccarsi per sempre dalla fase psichedelica e dal continuo sperimentare con i più diversi campioni sonori che ne derivava. Anche se in questo periodo, cioè fino alla fine dei ’60, non riuscirono a creare nessun lavoro che imponesse un nuovo sound stabile e riconoscibile, che al tempo stesso portasse loro anche un importante successo commerciale, i Pink Floyd di allora furono una delle principali forze trainanti del progressive rock, che stava appena prendendo forma. E tra gli album con cui, spesso in modo avanguardistico, esploravano i nuovi confini della musica popolare rientra senza dubbio anche questa raccolta di musica da film più che solida.

Formazione

David Gilmour – voce, chitarra
Roger Waters – basso, voce
Richard Wright – organo, pianoforte, voce
Nick Mason – batteria

Produzione

Pink Floyd

Tracklist

1. Cirrus Minor (5:18)
2. Nile Song (3:26)
3. Crying Song (3:33)
4. Up the Khyber (2:12)
5. Green Is the Colour (2:58)
6. Cymbaline (4:50)
7. Party Sequence (1:07)
8. Main Theme (5:28)
9. Ibiza Bar (3:19)
10. More Blues (2:12)
11. Quicksilver (7:13)
12. Spanish Piece (1:05)
13. Dramatic Theme (2:15)

Durata dell’album: 44:56

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