Motörcity festival 2018 – seconda giornata
luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
data: 18.08.2018
Se il primo giorno del Motörcity festival era stato più variopinto sul piano internazionale, il secondo, con sei act in totale, ha offerto solo un gran sventolio di bandiere slovene e britanniche. A metà giornata dal cielo è caduta in un attimo un bel po’ di acqua «ammorbidita», che ha dissetato per bene il terreno riarso del festival e, di conseguenza, ha portato anche una robusta dose di fango che ha «decorato» alla grande il prato del parcheggio. Poco importa, perché durante le esibizioni del secondo giorno il meteo ha tenuto alla perfezione. Più importante è che alla lotteria del festival qualcuno sia diventato il fortunato vincitore di un nuovo cavallo d’acciaio.
Ad aprire la seconda giornata sono stati i bluesrocker sloveni El Kachon. Una band con una bella gavetta alle spalle, un sacco di concerti in patria e all’estero e tre album in studio in tasca, che mantiene intatta la sua postura musicale riconoscibile, la concentrazione e la cinetica da palco. Un suono elementare, organico, un ricco intreccio di frasi di chitarra e assoli sull’asse Tomi Perinčič – Andrej Barbič «Krt», il duo che in pratica costruisce l’ossatura del suono e dello stile con cui il gruppo si fa riconoscere, e che tiene salda la costante espressiva, ma anche una lucidità che a Tomi alla slide non manca di certo. Con una sezione ritmica a pieno sangue che dà vita e colori ai riff, c’è poi ovviamente la voce di Tina, che aggiunge una nota speciale al gruppo e ne alza la spavalderia sul palco e la piacevolezza. Si sente però, nel suono, che la formazione è salita sul palco con due membri in meno rispetto a come eravamo abituati un tempo: niente tastiere né percussioni. Il quintetto ha preparato un repertorio con cui è tornato a concentrarsi di più sui primi passi della sua carriera. Se sei un fan di The Alman Brothers Band, Tedeschi Trucks Band,… negli El Kachon troverai parecchie cose affini, divertenti e interessanti, ma anche qualcosa di unico.
The Bad Flowers sono una rock’n’roll band britannica composta da tre mascalzoni affilati come lame, che dopo la raffinatezza degli El Kachon ha portato sul palco una dose decisamente più alta di ruvidezza rockettara, sfrenatezza e sfacciata capacità di sfondare. Il cantante Tom Leighton ha mostrato un mix riuscitissimo di chitarra, canaglieria vocale e ruvidità. È davvero eccezionale: la sua chitarra e la sua voce penetrante riempiono un’enormità di spazio sul palco e nel suono. A fargli compagnia ci sono il batterista scatenato Karl Selickis e il bassista Dale Tonks, che con quella performance furiosa ha iniziato a sudare in un attimo. Hard rock imbevuto di rock’n’roll a otto cilindri e un uso abilissimo dello spazio disponibile dentro le frasi, riempito con assoli di prima qualità. Insomma, revivalismo, ma portato nei tempi nuovi con tanto cuore e sincerità. Una band che in qualche modo ha riportato quell’energia di cui il giorno prima, al festival, si erano presi cura The Brew. L’album in studio «Starting Gun» lo aspettiamo dunque dal gruppo ancora quest’anno, e la band ha già presentato con entusiasmo dei pezzi tratti da lì. Buffo che la band si sia cimentata anche in una cover dei Black Sabbath, War Pigs, che il giorno prima al festival aveva eseguito Popa Chubby.
È seguita l’esibizione della formazione The Kris Barras Band, guidata da? Kris Barras, ovviamente. Con Kris ci sono anche Josiah J Manning (tastiere), Elliott Blackler (basso) e Will Beavis (batteria). Un musicista incredibilmente carismatico, e non per il taglio di capelli alla moda, i tatuaggi e la barba, ma per la sua incredibile sapienza stratificata che caratterizza il modo in cui domina la chitarra. The Kris Barras Band scavalcano quindi senza fatica i generi del blues, del folk – più precisamente del country – e ci aggiungono una buona dose palpabile di southern rock, ma bisogna comunque tenere presente che i The Kris Barras Band sono anche hard rocker in carne e ossa. Kris Barras ha sviluppato una tecnica di tocco davvero astuta, in cui nello stesso respiro usa il plettro e il fingerpicking. Dall’ultimo album «Divine And Dirty» la band ha suonato Hail Mary e Propane, da «Lucky 13» invece I Got Time, Heart On Your Sleeve e la hardrockeggiante Rock ’n’ Roll Running Through My Veins, che farebbe drizzare le orecchie anche ai fan dei Free. Un gran concerto, sia sul piano dell’esecuzione sia per la stratificazione musicale di arrangiamenti e composizioni, che ha portato una bella raccolta di stati d’animo concisi, frutto di un’audace fusione di generi. Inutile sottolineare che Kris è anche un maestro della slide, e giura pure sulla National Steel.
Stray Train sono una formazione hard rock slovena che ultimamente sta avendo grande successo anche nello sfondare sulla scena internazionale. Due album coraggiosi in tasca, una gavetta live senza sosta. Gli Stray Train alla confluenza di Tolminka e Soča sono un po’ a casa loro. In pratica sono i padroni di casa del posto. Quel giorno gli Stray Train hanno portato l’equivalente di genere di ciò che il giorno prima avevano portato sul palco del festival The New Roses. Ogni volta che li guardi, gli Stray Train sembrano un continuo upgrade di se stessi. È la prova che la band continua a crescere e a maturare e che affina costantemente la dottrina del proprio mestiere. Anche sul piano esecutivo, certamente, e si è visto anche in questo concerto. Per professionalità, cioè per l’approccio professionale con cui affrontano le proprie azioni e il proprio lavoro, possono essere un vero esempio per altri artisti sloveni che si muovono in sfere di genere simili. I ragazzi hanno in tasca parecchi inneschi rock costruiti con molto coraggio, con cui durante lo show mantengono, con abilità ed efficacia, un’atmosfera altamente vibrante. Quest’anno la band è cresciuta ancora di più in maturità. Hanno aperto i concerti di nomi come Nickelback (Mosca, San Pietroburgo) e Scorpions (Lubiana) e hanno assaggiato la dolcezza degli stadi pieni. Al Motorcity il quadro era solo un po’ diverso, ma la band non se n’è curata più di tanto. Ha dato il meglio di ciò che sa e può. Cioè un’enorme coesione, compattezza, chimica, un carico di dinamica da palco. Un suono hard rock accordato, solidamente affilato e incisivo, guidato dalla voce rifinita, sicura e autorevole di Luka Lamut. Suonato praticamente senza sbavature né errori percepibili. Una tempesta di Rock ‘N’ Roll che ha scosso il posto. Tra la dinamica saltellante sul palco, la tempesta di frasi dure e il contagio musicale, e con tutto il buonumore che si è riversato sul pubblico, avevi la sensazione che il concerto fosse volato via in un lampo. Come sempre. Gli Stray Train mantengono un grande potere contagioso sul palco. Gli assoli cuciti con maestria dal raffinato meccanico della chitarra Jure Golobič, poi, in un modo o nell’altro sono un capitolo a parte. Una potenza genuina, come richiede la padronanza della dottrina del rock and roll.
Laurence Jones ha giustificato il suo ruolo di headliner della seconda giornata. In pratica ha portato una delle più grandi attrazioni da palco di questa edizione del Motorcity festival, se non la più grande. Il palco ha letteralmente risuonato e tremato! Nella nuova ondata di chitarristi blues rock, che anni fa è stata evidentemente inaugurata dal boom globale con Joe Bonamassa, Laurence rientra tra i giovani eroi della sei corde del mestiere. A ventisei anni ha in tasca sei album, l’ultimo dei quali, «Truth», è uscito l’anno scorso. In un’ora e venti Jones ha dimostrato una raffinatezza straordinaria e, in pratica, una «versatilità» blues rock alla chitarra. Il ragazzo è sempre infuocato e totalmente sfrenato. Con l’incredibile talento che possiede, senti un ardore esecutivo enorme e la voglia di dimostrare. Con una voce piacevole che in realtà non è quotata chissà quanto in fatto di riconoscibilità e nemmeno di qualità, a passare assolutamente in primo piano è stata la sua chitarra, sempre affascinante e virtuosa, con cui ha lasciato a bocca aperta per la velocità incredibile e il controllo simultaneo dello strumento. Incredibile cosa riesce a fare e a «sapere» il buon vecchio Fender Telecaster. Laurence, in pratica, fa tutto sul palco con una sola, unica chitarra. Tra le cover, come da copione ha fatto felici i fan di Hendrix, pardon, di Dylan, quando si è lanciato nell’esecuzione di All Along the Watchtower. Il punto centrale del set è stata però la sua Thunder In the Sky, un blues lento ed erotico in cui Laurence è letteralmente esploso e ha conquistato il pubblico con una sfrenatezza sensuale e tanta passione. Oltre a Thunder in the Sky, Jones con i suoi due compari ha eseguito i seguenti pezzi originali: What Would You Do?, Don’t You Let Me Go, I Will, Before You Acuse Me, Never Good Enough, What’s It Gonna Be e Live It Up. Alle cover siamo tornati solo nel bis, quando il tipo ha reso omaggio a Clapton, piazzando Affter Midnight (orig. J. J. Cale) e intrecciandoci con abilità un pezzo della Layla di Clapton. Verso la fine il tipo è sceso dal palco in mezzo al pubblico e lì ha fatto felici le prime file con la sua carica infuocata! Una performance eccezionale. Laurence non è certo l’unico eroe blues rock della nuova ondata sul pianeta, ma di sicuro appartiene alla lega del più caldo pugno di assi del blues rock della sua generazione, che con la loro concezione della retorica blues incantano e convincono in un attimo. E c’è riuscito dunque anche con la sua esibizione al Motörcity festival.
E infine: «Bilo kuda, Hamo svuda!» Il nostro Matevž Šalehar, cioè «detto Hamo», e i suoi Tribute 2 Love. Di lui si può dire che è uno dei musicisti rock sloveni più intraprendenti del momento, anche se lui stesso non lo ammetterebbe mai. Diciamo piuttosto un rocker che con il suo gruppo è al momento uno dei nomi più incisivi della scena mainstream slovena. Con un concerto sul delta, cioè…. Sì. Nel contesto della natura bluesy del festival, proprio sul delta della confluenza di Tolminka e Soča. Su una sabbia compattata, ben «pressata» e battuta dall’acquazzone di mezzogiorno, cosa che ha provato sulla propria pelle, o meglio sul proprio didietro, anche il maldestro autore della fotogalleria di questo pezzo, quando durante una delle sue audaci passeggiate sotto il palco gli è scivolato un piede, con grande divertimento. Si va in scena. Con Hamo non ci sono giochi di nascondino. Non è più una novità, figuriamoci una rivoluzione, che il cantante carismatico sia «protetto» da una squadra di musicisti eccezionale, e per il gran finale della seconda edizione del Motörcity festival la band ha servito uno show acustico al 100{3b444c4401662b81bcc31e7c37f77191607db8c9c69c7ad9c1e637a8af67ed0e}. La formazione, rispetto all’esibizione dell’anno scorso nello stesso posto, non è cambiata. Seduti e allineati in fila: Buco con il cajón, Peter e Hamo con le chitarre, Hipi con il basso Hofner, e all’estrema destra il tastierista Denis. Una pausa musicale divertente, iniziata poco prima dell’una di notte, o del mattino, che ha sfornato i pezzi preferiti dal pubblico, che come previsto si è piazzato sotto il palco anche con una bella schiera di ragazze allegre, scatenate e danzanti, parecchie fan rumorose del gruppo che cantavano a squarciagola. L’«arringatore» Hamo si sta trasformando in un presentatore divertente, che avvolge con abilità ogni situazione in una buona battuta, e ad aiutarlo c’è anche la squadra di musicisti rodati. Insomma, un’atmosfera intima, in cui i pezzi diventano canzoncine radiose, con melodie piene e palpabili, e c’è anche un velo di blues. Riarrangiato con maestria. La band si è divertita senza fine e ha regalato un sacco di risate e buonumore. Il pubblico se n’è contagiato all’istante e i festeggiamenti si sono protratti bene oltre le due, fino alle tre del mattino. Niente sonno!
Tirando le somme, si può dire che al suo secondo anno il festival ha superato con successo un altro battesimo del fuoco sulla strada per affermarsi e ancorarsi definitivamente nella variegata stagione di festival che ogni anno anima la confluenza di Tolmin. Speriamo che il Motörcity, con una squadra che crede così di cuore nel festival, ci lavora sodo e che ha fatto in modo che tutto filasse liscio come l’olio, diventi piano piano uno dei più importanti festival blues e rock d’Europa. E, che non mi scordi di aggiungerlo: che diventi allo stesso tempo anche uno dei punti d’incontro più importanti d’Europa per i biker!
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik
























































