Motörcity festival 2018 – il primo giorno
luogo: Tolmino / Sotočje / Slovenia
data: 18.08.2018
È passato un anno e a Tolmino è sbarcato il secondo Motörcity festival. Il secondo! Un nuovo gioiello per la scena musicale slovena, che cresce e matura, e quindi brilla sempre di più anche a livello internazionale. Se l’anno scorso guardavamo con aria mesta le presenze scarse (occhio, era la prima edizione!), quest’anno l’affluenza è migliorata a vista d’occhio, e già il primo giorno del festival lasciava intuire come sarebbe andata. A tirare su il sipario ci hanno pensato gli ottimi olandesi Sven Hammond, formazione rhythm and blues e soul. Sono le cinque e mezza del pomeriggio e sul palco intitolato a »B.B. King«, piazzato (come sempre) dentro un’area a parco che prende via via un aspetto sempre più boschivo, c’erano già i Sven Hammond. A settembre dell’anno scorso hanno dato alla luce il loro quinto album in studio, »Rapture«, e in un’ora di repertorio l’hanno presentato come si deve. Nei primi venti minuti hanno guarnito il set con pezzi strumentali di jam improvvisate allungate e sciolte per bene, guidate all’organo soprattutto da Sven Figee, che della band è anche il capo. L’organo Hammond era accompagnato sul palco pure da un vero amplificatore Leslie originale, quindi con Sven non si scherza. Suono autentico garantito! Nelle improvvisazioni, che possono richiedere anche tanta raffinatezza e delicatezza, gli tiene compagnia l’eccellente chitarrista Tim Eijmaal, che nella parte finale ha avuto più spazio, quando è letteralmente esploso in uno degli assoli più lunghi. Il cantante di colore Ivan Peroti è salito sul palco per il quarto pezzo, la nuova Ceasar, e prima Sven si era divertito a scherzare, dicendo: »Per anni abbiamo suonato come band tutta strumentale. E siccome per questo ci veniva a vedere una folla come quella radunata oggi qui, abbiamo deciso di accogliere tra noi anche un cantante! Un applauso a Ivan Petofi!«. Quest’ultimo ha davvero ravvivato tutto quanto e con la sua presenza scenica, e non solo con una voce soul eccellente e curatissima, che richiamava non poche simpatie verso Stevie Wonder, ha portato il concerto a un livello ancora più alto. Più avanti la band ha suonato, tra le altre, Hero dall’album »The Usual Suspect«, poi due pezzi nuovi, I’ll Wait e Rapture, e ha chiuso l’esibizione con After Smoke, tratta anch’essa da »The Usual Suspect«. Un riscaldamento d’apertura ottimo. Più che ottimo. Straordinariamente affiatato, vissuto, raffinato, un vero mix di suoni organici e caldi, giocosa ironia e melodie contagiose. Senza nemmeno un briciolo di potenziale »pesantezza«.
Stari pes è un nome fantastico per una band che sviluppa un sound ruvido, elementare e rombante, retro-psichedelico, tra blues, funk e rock. Un sestetto sloveno, di quelli che da noi mancano cronicamente. Con domicilio ufficiale a Maribor. Due chitarre, basso, djembe più altre percussioni, batteria e (in una sola persona) voce e tastiere. Insomma, una squadra con tanta esperienza musicale alle spalle, dietro cui c’è una visione musicale che di certo suscita interesse. La band, con il debutto in studio »On the Leash« (2014), ispirata dal minestrone prog-psichedelico del white blues boom degli anni sessanta, si è presentata sul palco con un repertorio interamente originale, che ha messo in fila una piacevole via di mezzo, un compromesso tra musicalità e improvvisazione, anche se, diciamolo chiaro e tondo, per l’ascoltatore meno esigente gli Stari pes possono essere a tratti un osso bello duro da rosicchiare. La comunicazione e l’intesa tra i ragazzi sono rodate e trasmettono la sicurezza e i chilometri sulle spalle della squadra. Gli Stari pes hanno sostanza. Suonano retro, ma hanno una riconoscibilità che vale la pena coltivare e far crescere. Limare. Forse avrebbero bisogno di un pezzo più melodico da infilare nel repertorio, giusto per dare un’ulteriore scintilla al pubblico, ma per il resto roba estremamente interessante. Degna di ogni prova. Sicuri, vissuti e coinvolti. Nuovo materiale in arrivo, speriamo che presto segua il debutto in studio.
Poi sul palco si sono accomodati i The New Roses, hard rocker tedeschi di base a Wiesbaden. Il quartetto, rappresentato da Tommy Rough (voce, chitarra), Dizzy Presley (chitarra), Stefan Kassner (basso) e Urban Berz (batteria), ha fatto il salto di qualità nelle sue attività musicali dal 2012, quando si è stabilizzato in questa formazione, e da allora ha messo in fila tre album in studio, l’ultimo dei quali, »One More For The Road«, proprio l’anno scorso. The New Roses »volano alto«. In una carriera relativamente breve hanno suonato in grandi festival e aperto concerti di nomi altisonanti del rock and roll e anche del metal, tra cui Joe Bonamassa, ZZ Top, Roger Chapman, Molly Hatchet, Accept e Saxon, e le porte gliele apre semplicemente la loro eccellenza sul palco. Dinamica eccezionale, preparazione eccezionale. Professionalità eccezionale. Dalla testa ai piedi. Un colpo di hard rock energetico, compatto e ben confezionato. Non portano certo una rivoluzione musicale, ma tutto ciò che fanno, anche se i riff ricordano non di rado band hard rock più vecchie come Gotthard o i vecchi Bon Jovi, lo fanno con un ardore incredibilmente rovente e una grande convinzione. Voce leggermente graffiante ma esplosiva, senza quell’antipatico accento »tedesco« nell’inglese che spesso si appiccica ai cantanti tedeschi. Corse continue sul palco e flirt col pubblico, scambi di posizione. Armonie vocali curate, assoli eccellenti, riff compatti che accendono tutto e ritornelli melodici e contagiosi. La band ha semplicemente incantato. Chi per caso si fosse perso la loro esibizione a Tolmino ha la possibilità di recuperare all’edizione di quest’anno dell’Harley Davidson festival, che si terrà a un tiro di schioppo da Villaco, dove si esibiranno i The New Roses, in compagnia dei mitici The Darkness, nel primo weekend di settembre di quest’anno. La band ha suonato questo repertorio: Every Wildheart, Forever Never Comes, Dancing on a Razorblade, It’s a Long Way, Life Ain’t Easy (For a Boy With Long Hair), Devil’s Toys, One More for the Road, Thirsty.
Anche dopo siamo rimasti nel grembo dell’audacia rock, dell’immediatezza e di una dentatura infernale, quando sul palco sono saliti i pungenti britannici The Brew. Una band che non si fa troppe complicazioni, ma solo puro rock’n’roll rotolante, visibilmente ammortizzato dalla tradizione del blues, ma chiaramente ispirato alla forza d’urto dei fraseggi chitarristici di gente come i Led Zeppelin. Suono pieno! Un trio. Ennesima conferma che le linee di forza energetiche, se in una band sono distribuite in modo ottimale, rendono al meglio proprio nella formazione a tre. Evidentemente ai The Brew riesce con facilità. In una carriera di oltre dieci anni hanno messo in fila una pila di album, raccolto una pila di riconoscimenti lusinghieri, suonato in locali di rilievo e prestigio, e il trio è composto da sempre da Jason Barwick (voce, chitarra) e dalla coppia ritmica Kurtis Smith (batteria) e Tim Smith (basso). Tim, tra l’altro, è il padre di Kurtis. La band, che il 05.10.2018 pubblicherà per la Napalm Rercords il suo nuovo album in studio intitolato »Art Of Persuasion«, ha conquistato tutti soprattutto con un intermezzo psichedelico di quasi 20 minuti, in cui Barwick »stuzzicava« il pubblico suonando la chitarra con un archetto da violino, mentre Kurtis sfoderava un omaggio a John Bonham selvaggio e scatenato alla batteria. Mancava solo il theremin. Insomma. Se siete tipi da primo colpo e non amate le complicazioni, ma solo riff a tutto gas con una vera velocità da adrenalina, dove ogni tanto si sente bello cigolare, ronzare e rombare, allora dovete assolutamente andare a sentire questo pazzesco trio rock’n’roll britannico.
Il ruolo di headliner del primo giorno è toccato a Ted Horowitz, un tizio che la comunità musicale mondiale conosce con il soprannome di Popa Chubby. Il chitarrista blues e rock originario del Bronx americano ha portato quel giorno il massimo di ciò che l’etichetta blues sottintende in musica. Ha aperto il concerto in modo molto tattico. Il pubblico era già suo in un attimo, quando fin dall’inizio si è buttato sul classico Hey Joe dei The Leaves, che a suo tempo fu enormemente reso popolare dal compianto Jimi Hendrix. Popa Chubby è salito sul palco sul modello del power trio blues rock di impatto. Lo accompagnava la coppia ritmica Anthony Candullo (basso) e Tom Curiano (batteria). Il blues gli scorre nel sangue. Si è presentato come un assoluto »uomo di feeling«. La vibrazione pura delle note picchiate, dei fraseggi di chitarra, dei passaggi, la progressione di una frase scelta fino al crescendo e il ritorno al punto di partenza dello stesso motivo. Un’ondeggiare atmosferico continuo. Un’aria carica di emozioni e passioni. Il pubblico era in trance, non c’era nessuno che si tirasse indietro. Ovunque allegria e un umore eccellente. La cosa fantastica di Popa Chubby è che non è uno che complica e affronta il blues in modo molto pragmatico. Attacca le cose in modo molto elementare, e si notano le influenze di maestri come soprattutto Buddy Guy, ma anche Freddie King, solo che Popa sa essere a tratti parecchio rumoroso, quasi sfrenatamente rigido e punkeggiante. Ma sono solo momenti. I suoi pezzi »vanno« sempre. Sia nei fraseggi che nei passaggi di raccordo che portano a passaggi mid eight ben costruiti. Lì dentro abita un assolo raffinatissimo, dove ogni nota è piazzata e adagiata con una sensualità innata. Sia negli stiramenti di semitono, dove il chitarrista ribalta con maestria le atmosfere, sia nelle sequenze di linee suonate velocemente. Il tipo è sempre sul pezzo. Raffinato, sofisticato, ma anche audacemente ruvido e scolpito nel marmo, virile. Vale anche per la prova vocale eccellente. Ha eseguito soprattutto materiale proprio, ma c’è stato spazio anche per qualche »perla riarrangiata«, come ad esempio uno dei temi musicali del film »Il padrino« e Misirlou (film »Pulp Fiction«). Popa ha sorpreso non poco integrando il favorito metal ruggente War Pigs (nella regia originale dei Black Sabbath), che Chubby ha suonato per intero, infondendo al pezzo tutta la sua impronta espressiva. Non è rimasto indifferente nemmeno ai momenti intimi, quando è risuonata la celebre Over the Rainbow. Tra i pezzi propri hanno rombato Grown Man Crying Blues, Take Me Back To Amsterdan, I Don’t Want Nobody, 69 Dollars, Two Dogs e verso la fine Chubby’s Boogie. Insomma. Il blues rock si suona così. Che semplicemente va e incanta. Il carisma del tizio, alla chitarra e alla voce, è eccezionale anche nei momenti in cui si sposta dalla sedia al set di batteria aggiuntivo e con Curiano dà vita a un duello di batterie. Certo non così imponente come ai tempi dei concerti di Phil Collins e dei (a quanto pare in pensione) Genesis, ma questo intermezzo ha comunque dato ancora più colore e movimento alla vibrazione già robustissima e positiva della parte conclusiva del primo giorno del festival.
autore: Aleš Podbrežnik
foto: Aleš Podbrežnik




















































