Motörcity festival 2018 – il primo giorno
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data del concerto: 17.08.2018
Numero di spettatori: 550
Prezzo del biglietto: 70,00€ (abbonamento per tre giorni)
È passato un anno ed è arrivato a Tolmin il secondo Motörcity festival. Il secondo! Una nuova conquista per la scena musicale slovena, che cresce e matura, e questo vuol dire che brilla sempre di più anche a livello internazionale. Se l’anno scorso guardavamo con aria mesta la scarsa affluenza (occhio, era il primo anno del festival!), quest’anno sul fronte presenze le cose sono migliorate a vista d’occhio, e già il primo giorno lo lasciava intuire. A inaugurare il programma è stata l’ottima formazione olandese di rhythm and blues e soul Sven Hammond. Sono le cinque e mezza del pomeriggio e sul palco chiamato »B.B. King«, piazzato (come sempre) dentro l’area del parco, che a poco a poco assume un aspetto sempre più boschivo, c’erano dunque già i Sven Hammond. Lo scorso settembre hanno dato alla luce il loro quinto album in studio, intitolato »Rapture«, e nel corso di un’ora di repertorio lo hanno presentato con grande convinzione. Nei primi venti minuti hanno abbellito il set con pezzi strumentali, lunghe jam improvvisate bella sciolte, guidate all’organo soprattutto da Sven Figee, che della band è anche il leader. Sul palco, insieme all’organo Hammond, c’era anche un vero amplificatore Leslie, quindi con Sven non si scherza. Suono autentico garantito! Nelle improvvisazioni, che possono richiedere anche molta raffinatezza e delicatezza, gli tiene compagnia l’ottimo chitarrista Tim Eijmaal, che ha dato il meglio soprattutto nella parte finale, quando è letteralmente esploso in uno dei suoi assoli più lunghi. Il cantante di colore Ivan Peroti è balzato sul palco per il quarto pezzo, la nuova Ceasar, e prima Sven si era divertito a fare lo spiritoso dicendo: »Per anni abbiamo suonato come band interamente strumentale. E siccome per questo ci veniva a vedere una folla come quella che c’è qui oggi, abbiamo deciso di prendere con noi anche un cantante! Vi prego, salutate Ivana Petofija!«. Quest’ultimo ha davvero dato una scossa a tutto quanto e, con la sua presenza scenica e con una voce soul eccellente e curatissima, che ha fatto scattare non poche simpatie verso Stevie Wonder, ha portato il concerto a un livello ancora più alto. Poi la band ha suonato, tra le altre cose, il pezzo Hero dall’album »The Usual Suspect«, altri due brani nuovi, I’ll Wait e Rapture, e ha chiuso lo show con After Smoke, presa sempre da »The Usual Suspect«. Un riscaldamento d’apertura ottimo. Più che ottimo. Affiatatissimi, vissuti sulla pelle, raffinati, un vero mix di suoni organici caldi, burla giocosa e melodie contagiose. Senza neanche un briciolo di potenziale »pesantezza«.
Stari pes è un nome fantastico per una band che sviluppa un sound ruvido e rombante all’osso, retrò, psichedelico, con venature blues, funk e rock. Un sestetto sloveno di quelli che da noi mancano cronicamente. Con domicilio ufficiale a Maribor. Due chitarre, basso, djembe più altre percussioni, batteria e (in una sola persona) voce e tastiere. Insomma, una squadra con un bel bagaglio musicale alle spalle, dietro la quale c’è una visione musicale che di sicuro suscita interesse. La band, con l’esordio in studio »On the Leash« (2014), ispirata dal minestrone prog-psichedelico del white blues boom degli anni Sessanta, si è presentata sul palco con un repertorio interamente originale, che ha messo in fila una dose più che dignitosa di equilibrio tra musicalità e improvvisazione, anche se, a dirla tutta, per l’ascoltatore meno esigente gli Stari pes sanno essere a tratti un osso duro da rosicchiare. L’intesa e la comunicazione tra i ragazzi è rodata ed esprime sicurezza e un bel po’ di chilometri sulle spalle. Gli Stari pes hanno sostanza. Suonano retrò, ma portano con sé un marchio riconoscibile che vale la pena coltivare e far crescere. Limare. Magari servirebbe qualche pezzo più cantabile da infilare nel repertorio, giusto per infiammare ancora di più il pubblico, ma per il resto roba davvero interessante. Che merita ogni prova. Sicuri, vissuti e carichi d’impegno. Il nuovo materiale è in lavorazione, speriamo che segua presto l’esordio in studio.
Poi sul palco si sono accomodati i The New Roses, hard rocker tedeschi di base a Wiesbaden. Il quartetto, composto da Tommy Rough (voce, chitarra), Dizzy Presley (chitarra), Stefan Kassner (basso) e Urban Berz (batteria), ha fatto il salto di livello nella sua attività musicale nel 2012, quando si è stabilizzato nella formazione appena citata, e da allora ha messo in fila tre album in studio, l’ultimo dei quali, »One More For The Road«, proprio l’anno scorso. I The New Roses »volano alto«. In un tempo di attività relativamente breve hanno suonato in grandi festival, aperto concerti per nomi altisonanti del rock and roll e anche del metal, tra cui Joe Bonamassa, ZZ Top, Roger Chapman, Molly Hachet, Accept e Saxon, e a spalancargli le porte è semplicemente la loro eccellenza sul palco. Dinamica eccezionale, preparazione eccezionale. Professionalità eccezionale. Dalla testa ai piedi. Una scarica di hard rock energetico, compatta e curata. Non portano una rivoluzione musicale, ma qualunque cosa facciano, anche se i riff ricordano non di rado le vecchie band hard rock come Gotthard o i vecchi Bon Jovi, la portano a casa con una carica incandescente e una convinzione incredibili. Voce leggermente tagliente ma esplosiva, senza quell’antipatico accento »tedesco« nell’inglese che i cantanti tedeschi tendono ad attaccarsi addosso. Corse continue sul palco e occhiolini al pubblico, cambi di posizione. Armonie vocali curate, passaggi solisti eccellenti, riff compatti che accendono e ritornelli contagiosi e cantabili. La band ha semplicemente incantato. Chi si fosse perso il loro show a Tolmin ha la possibilità di un esame di riparazione all’edizione di quest’anno dell’Harley Davidson festival, che si terrà a un tiro di schioppo da Villaco, dove suoneranno i The New Roses, in compagnia dei mitici The Darkness, nel primo weekend di settembre di quest’anno. La band ha suonato questo repertorio: Every Wildheart, Forever Never Comes, Dancing on a Razorblade, It’s a Long Way, Life Ain’t Easy (For a Boy With Long Hair), Devil’s Toys, One More for the Road, Thirsty.
Anche dopo siamo rimasti nel grembo dell’audacia rock, dell’immediatezza e di una dentatura infernale, quando sul palco sono saliti i taglienti britannici The Brew. Una band che non ama complicarsi la vita, ma solo puro rock che rotola, sensibilmente ammorbidito dall’eredità del blues, ma altrettanto ispirato dall’incisività delle frasi di chitarra di certi Led Zeppelin. Suono pieno! Trio. Ancora una conferma che le linee di forza energetiche, quando sono distribuite in modo ottimale nel gruppo, rendono al meglio nella formazione a tre. Evidentemente ai The Brew riesce con facilità. In una carriera di oltre dieci anni hanno messo in fila una sfilza di album, raccolto una sfilza di riconoscimenti lusinghieri, suonato su palchi di richiamo e prestigiosi, e il trio è da sempre formato da Jason Barwick (voce, chitarra) e dalla coppia ritmica Kurtis Smith (batteria) e Tim Smith (basso). Tim, tra l’altro, è il padre di Kurtis. La band, che il 05.10.2018 pubblicherà per Napalm Rercords il suo nuovo album in studio intitolato »Art Of Persuasion«, ha conquistato il pubblico soprattutto con un inserto psichedelico di quasi 20 minuti, in cui Barwick »stuzzicava« la platea suonando la chitarra con un archetto da violino, mentre Kurtis tirava fuori un selvaggio omaggio batteristico a John Bonham. Mancava giusto il theremin. Insomma. Se sei uno che punta dritto al sodo e non ama le complicazioni, ma vuole solo la pura scarica di riff a ritmo d’adrenalina, dove le cose sferragliano, vibrano e rombano come si deve, allora devi assolutamente dare un’occhiata a questo folle trio rock’n’roll britannico.
Il ruolo di headliner del primo giorno di festival è toccato a Ted Horowitz, un tipo noto alla comunità musicale mondiale con lo pseudonimo Popa Chubby. Il chitarrista blues e rock originario del Bronx americano quel giorno ha portato più di tutto ciò che nella musica è racchiuso nell’etichetta blues. Ha aperto il concerto in modo molto tattico. In un attimo il pubblico era suo, quando già in apertura ha attaccato Hey Joe, il classico dei The Leaves che tanti anni fa rese enormemente popolare il compianto Jimi Hendrix. Popa Chubby è salito sul palco sul modello di un incisivo power trio blues rock. Lo accompagnava la coppia ritmica Anthony Candullo (basso) e Tom Curiano (batteria). Il blues scorre nel sangue del chitarrista. Si è presentato come un autentico »uomo di feeling«. Pura vibrazione di note colpite, frasi di chitarra, passaggi, la frase scelta che sale fino al culmine e poi il ritorno al punto di partenza dello stesso motivo. Un’ondeggiare atmosferico continuo. Aria carica di emozioni e passioni. Il pubblico era in trance, non c’era anima viva che si trattenesse. Ovunque serenità e umore ottimo. Il bello di Popa Chubby è che non è uno che complica le cose e si avvicina al blues in modo molto pragmatico. Affronta le cose in modo molto elementare, con influenze evidenti di maestri come soprattutto Buddy Guy, ma anche Freddie King, solo che Popa a tratti sa essere ancora come rumoroso, quasi sfrenatamente punk nella sua furia. Ma sono solo momenti. I suoi pezzi »vanno« sempre. Sia nelle frasi, sia nei passaggi che portano a sezioni mid eight elaborate. Lì dentro abita un assolo finemente calibrato, in cui ogni nota è piazzata e posata con una sensualità innata. Sia nei bending di semitono, dove il chitarrista ribalta magistralmente gli stati d’animo, sia nella successione di linee suonate a velocità forsennata. L’uomo è sempre al posto giusto. Raffinato, sofisticato, ma anche audacemente ruvido e scolpito nella roccia. Vale anche per l’ottima prova vocale. Ha eseguito per lo più il proprio materiale, ma non sono mancati i »fiori riarrangiati«, come ad esempio uno dei temi della colonna sonora del film »Il padrino« e Misirlou (film »Pulp Fiction«). Popa ha sorpreso non poco integrando il fragoroso favorito del metal War Pigs (nella regia originale dei Black Sabbath), che Chubby ha suonato per intero imprimendo al pezzo tutto il proprio marchio espressivo. Non è rimasto indifferente nemmeno ai momenti intimi, quando è risuonata la celebre Over the Rainbow. Tra i brani originali sono risuonati Grown Man Crying Blues, Take Me Back To Amsterdan, I Don’t Want Nobody, 69 Dollars, Two Dogs e, verso la fine, Chubby’s Boogie. Insomma. Così si suona il blues rock. Che semplicemente va e incanta. Il carisma chitarristico e vocale dell’uomo è eccezionale anche nei momenti in cui dallo sgabello si sposta sul set di batteria aggiunto e con Curiano si lancia in un duello di batterie. Certo non imponente come una volta ai concerti di Phil Collins e dei (evidentemente in pensione) Genesis, ma questo inserto ha colorato e smosso ancora di più la vibrazione già estremamente robusta e positiva della parte finale del primo giorno di festival.
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