Music For The Divine

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Artista: Hughes, Glenn
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2006
Voto: 4/5

Incredibile quanto ci abbia dato questo gigante della musica nella sua carriera, a cominciare dai Trapeze (giusto per orientarci: lì suonavano anche l’ex batterista dei Judas Priest Dave Holland e il chitarrista Mel Galley, che con Hughes si è rimesso a lavorare negli anni Ottanta nel progetto Phenomena), poi l’era Deep Purple con i grandissimi “Burn” e “Stormbringer”, le collaborazioni con i Black Sabbath e con Tony Iommi, per non parlare delle creazioni solisoliste affascinanti che questo fuoriclasse del soul ha sfornato, come “From Now On…” o “Burning Japan Live!”. Insomma, ogni suo disco solista è davvero qualcosa di speciale. Uno con queste capacità vocali semplicemente non può deludere, qualunque genere decida di affrontare. A quanto pare la frequentazione con due membri dei Red Hot Chilli Peppers ha creato alla fine un patto solido e duraturo, che non si scioglierà così alla leggera. Soprattutto per quanto riguarda il batterista Chad Smith, che insieme al basso di Glenn tiene in piedi una delle sezioni ritmiche più potenti che Glenn Hughes abbia mai avuto in tutta la sua carriera solista. J.J. Marsh è diventato di fatto il partner fisso e insostituibile di Hughes, e anche stavolta Glenn gli ha affidato gran parte del lavoro di chitarra sul nuovo disco.

“Music For The Divine” è un album di Glenn Hughes diverso dal solito. È il lato “luminoso” di “Soul Mover” (2005), ed è incredibile come Hughes riesca, in appena un anno e mezzo di distanza, a tirare fuori un disco in studio così fresco e ispirato, quando pensando al nome Glenn Hughes ti viene sempre in mente che non esista praticamente un trucco musicale che questo leggendario musicista non abbia già usato per sorprendere le masse. Eppure non è così.

“Soul Mover” era un album esplosivo di “soul funk hard rock” con una bella dose di ruvidezza viva e sporca. “Music For The Divine” è il suo partner luminoso. Detto alla buona, la sua immagine allo specchio. Hughes ci ha aggiunto arrangiamenti acustici e orchestrali (archi) in una misura mai vista prima nella sua carriera solista. Già l’opener The Valiant Denial è un pezzo che ti si pianta subito nell’orecchio grazie a grandi motivi ben costruiti, e sorprende con la scelta di arrangiamenti che non è tipica del lavoro solista di Hughes. Cioè acustica e arrangiamenti orchestrali. Per questo il brano ha un’aria epica, che salta subito all’orecchio, perché da Hughes ci aspettiamo di solito il “funk soul” nero e infernale o il “blues hard rock”. Il pezzo d’apertura è un ottimo mix di tutto, e Hughes è il solito vecchio Hughes, che dà il suo 110% e ti toglie il fiato con un approccio pieno di sentimento. Un contrasto espressivo di profondità sonora lo portano i bei tamburi energici, dal suono metallico e vivo, di Chad Smith, che danno al brano quella brezza “funky” sempre attuale. Se il pezzo fosse stato scritto all’inizio dei Novanta, avrebbe avuto una produzione che mette in primo piano le chitarre “heavy”, e ne sarebbe uscito un bellissimo parente di ciò che Hughes faceva ad esempio con “From Now On…”. Cioè hard rock melodico e incisivo. Stavolta però è tutto così ben bilanciato in produzione che Hughes conquista i gusti di un pubblico più ampio, e allo stesso tempo ricorda che il “feeling” domina con maturità sulle sbruffonate e sugli sfoghi giovanili dell’ego e del bisogno di dimostrare qualcosa. Questo stato d’animo di grande maturità di Glenn Hughes lo conferma, in chiusura d’album, proprio il brano il cui titolo dice tutto. È This Is How I Feel, che si distingue per una melodicità eccezionale e dove dominano assolutamente violini e acustica, a cui le linee ritmiche solide e granitiche, dal taglio metallico, danno un contrasto fortissimo. Dove Hughes si spinge più lontano nella sofisticazione del suono precedente di “Soul Mover” è This House, il brano in cui sul nuovo disco è più marcato il dominio assoluto di orchestrazioni e acustica, e in cui l’approccio classico del forgiare grandi melodie su “Music For The Divine” prende nettamente il sopravvento sugli altri approcci.

I brani Monkey Man, You Got Soul e Steppin’ On sono ottimi funk rocker che renderanno felici quelli di voi a cui piace smanettare con questi ritmi affamati. Too High, per dire, è un pezzo “perduto” del disco “Soul Mover”. Uno dei picchi dell’immedesimazione del cantante è senza dubbio il brano Black Light, che Hughes ha dedicato alla sua amica Lana Clarkson, scomparsa tragicamente qualche anno fa. Il testo è cucito di conseguenza, pieno di rabbia e del dolore del lutto, e l’album qui si tinge di nero. Hughes riesce da solo a far rivivere atmosfere uniche, irripetibili e vibranti. In realtà gli basta la sua voce. Insomma, la costante del cantante splende ancora con tutta la sua intensità. Hughes cambia come un camaleonte. In Frail diventa incredibilmente profondo e sensuale, raffinato, e poi proprio le improvvise esplosioni eruttive che strappa con la voce sul finale del brano ammaliano e scuotono davvero chi ascolta! La fragile semi-ballad acustica Frail, anche per via dell’arrangiamento melodico, è uno dei vincitori assoluti di questo album. Hughes non ha dimenticato nemmeno una cover. Stavolta, a sentire lui, è successo tutto molto spontaneamente: il gruppo, nel “tempo libero” in studio, si è messo a suonare un classico leggendario dei The Moody Blues, Nights In White Satin. L’arrangiamento? Smith e Hughes. All’inizio batteria e voce. Il contrasto è carico di un’energia pazzesca! A cui si aggiunge la chitarra di Frusciante, sottile e distorta, che entra nel motivo originariamente suonato dagli archi. Un altro punto fortissimo del disco, anche se è una cover. Dimostra semplicemente che Hughes ha trovato collaboratori con cui c’è un’ottima sintonia, per quanto riguarda il comporre. Nights In White Satin è in fondo scritta in originale in modo tale che non ci vuole molto a pensare che Hughes, mentre ideava “Music For The Divine”, abbia preso la maggior parte della sua ispirazione proprio da questo brano. Era Nights In White Satin il suo “modello”?

Hughes distrugge per tutto l’album con un senso unico per l’improvvisazione vocale. L’unico, inimitabile “the voice of rock” ha trovato un nuovo gradino verso l’alto nella sua evoluzione. Rispetto a “Soul Mover”, “Music For The Divine” irradia una calma straordinaria, un approccio sofisticato impreziosito dall’uso marcato del suono acustico e degli arrangiamenti orchestrali d’archi, che danno all’album una profondità sensuale fuori dal comune. “Music For The Divine” è Hughes nel senso migliore del termine. È la continuazione di un percorso e in pratica una retrospettiva su tutto ciò che Hughes è stato in questi anni, ma allo stesso tempo apre un nuovo capitolo creativo. Per questo già adesso si può seguire con impazienza dove si dirigerà Glenn in futuro. Detto in breve: il nuovo disco offre un mix di funk sempre attuale, di cui saranno contenti soprattutto i “fan delle generazioni musicali più giovani”, e di melodicità, portata dal lato sofisticato dell’album attraverso i passaggi acustici e orchestrali, che interesserà soprattutto gli ascoltatori più anziani. “Music For The Divine” è già adesso uno dei vertici della carriera solista di Hughes, e con questo Glenn dimostra di essere un artista che semplicemente non sa e non riesce a tradire se stesso. Un nuovo dieci senza macchia!

Formazione

Glenn Hughes – voce, basso, chitarra elettrica funk, chitarra acustica
Mark Kilian – arrangiamenti d’archi, tastiere
J.J. Marsh – chitarra
John Frusciante – chitarra
Chad Smith: batteria, percussioni

Produzione

Glenn Hughes & Chad Smith

Tracklist

1. The Valiant Denial
2. Steppin’ On
3. Monkey Man
4. This House
5. You Got Soul
6. Frail
7. Black Light
8. Nights In White Satin
9. Too High
10. This Is How I Feel
11. The Divine

Durata dell’album: 52:18

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