My Bloody Valentine, »solo« feedback di se stessi (2013)

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Luogo: Londra / Electric Brixton / Inghilterra
Data del concerto: 27.01.2013
Spettatori: 1700
Prezzo del biglietto: 25 sterline

I tappi per le orecchie sono stati la prima cosa che mi è balzata in mente quando ho comprato il biglietto per il concerto dei leggendari shoegazer. Tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90, infatti, i My Bloody Valentine hanno suonato più volte davanti a sale vuote – tutto il pubblico stava nella stanza accanto, al sicuro dietro un vetro di plexiglas, al sicuro dai muri di amplificatori di Shields. Negli anni Kevin Shields ha ammesso più volte di essere ormai quasi sordo. Per l’arte bisogna soffrire, no? Temendo per i miei timpani, mi ha attraversato la testa un altro pensiero: ‘Vorrà dire che adesso suoneranno ANCORA PIÙ FORTE?‘ Qualche anno fa, quando i My Bloody Valentine hanno cominciato a rientrare piano piano sulla scena con qualche concerto selezionato, a certi show distribuivano i tappi al pubblico. Eppure, nonostante tutto quello che sapevo, alla fine c’era qualcosa di davvero folle nella nonchalance con cui Kevin Shields si avvicinava ai suoi amplificatori, appoggiando inespressivo le orecchie ai loro altoparlanti. Ogni volta che afferrava la manopola del volume, speravo sempre che la girasse finalmente in senso antiorario.

Ma Kevin Shields, nonostante parole, desideri e segnali di ogni tipo, fa sempre e solo quello che vuole Kevin Shields. Che sia l’esatto contrario di quello che ci si aspetta da lui è solo un caso (o forse no?). Proprio come Loveless, il famigerato secondo album della band, non è stato registrato nei tempi e con il budget previsti (più di 2 anni di sessioni hanno quasi mandato in bancarotta l’etichetta), anche l’album del ritorno, atteso per 22 anni, non è uscito entro la fine del 2012 come annunciato (prima ancora era stato annunciato il 2008). Persino quando dalla folla si è levata una voce che chiedeva a Shields quando sarebbe uscito il nuovo disco, la sua risposta è stata »tra due o tre giorni«.

L’album non è uscito tra due o tre giorni. E Kevin Shields non ha abbassato il volume, neanche per sogno. Ha girato la manopola a destra. Nonostante le voci già non si sentissero e fossero troppo basse nel mix, nonostante il microfono vocale fischiasse più volte, nonostante il pubblico non avesse ancora le orecchie distrutte. Eppure in quel boom sonico c’era qualcosa di delicato, di dolce e, nei momenti in cui le voci di Kevin e Bilinda emergevano dall’oceano di rumore chitarristico, persino di celestiale. Con i problemi tecnici e il mix degli strumenti già di per sé strano, la maggior parte della gente ha deciso di rinunciare ai tappi. Nessuno pensa alle conseguenze quando sta (in prima fila) davanti ai My Bloody Valentine. E una volta che le orecchie si sono abituate a quella pressione ultraterrena, quando hanno capito che piacere regala alla mente, hanno accolto dentro di sé tutto quello che avevano davanti. Tutti gli AC30, tutti i Marshall JCM800, tutti gli Hiwatt… Orecchie, la prossima volta pensateci due volte.

Ovviamente però non c’erano solo i problemi tecnici e la testardaggine di Kevin. Quella è stata soltanto una delle »cantonate« di Shields quella notte. Gli è capitato anche di dimenticare il testo, di avere una mano che non ubbidiva sulle corde e, anche se lo shoegaze nasce proprio da lì (gaze at shoes – fissarsi le scarpe, perché gli shoegazer avevano una marea di effetti davanti), a furia di guardare per terra e con le sue mille pedaliere ha mancato più volte il microfono, e le voci già pressoché inudibili sono diventate di conseguenza nulle.

Si vedeva anche che la comunicazione nella band non è ancora del tutto ristabilita. La storia sta ancora tra Kevin e Bilinda (una volta erano una coppia) come un muro invalicabile; la bassista Debbie Googe e il batterista Colm Ó Cíosóig, al contrario, groovavano insieme come migliori amici, come se lo facessero ogni settimana. Groovavano come ventenni, come se fossero tornati negli anni ’80. Kevin e Bilinda, dall’altra parte, non si sono guardati nemmeno una volta. Entrambi irradiavano tutte le parole non dette – Bilinda tristezza e dolcezza insieme, Kevin un’apatia recitata. Il concerto era quindi vuoto e pieno di emozioni allo stesso tempo, quelle nascoste, mai dette. Eppure quelle emozioni erano più forti di entrambe le voci.

Eppure… eppure. Eppure il concerto è stato in qualche modo magico. La musica resta eterna e inarrestabile, e a fermarla non bastano né i problemi tecnici, né un fonico scarso, né gli amplificatori troppo alti di Kevin. Certo, il concerto è stato più o meno uno show ad hoc, dedicato, come annunciato, al riscaldamento prima del tour asiatico della band, ma la musica è ancora lì, nella sua forma più primordiale. Chitarre grezze ma allo stesso tempo splendidamente fluttuanti, piene di profondità, linee di basso da ballare e il martellare inarrestabile di Colm, più le (occasionali) voci celestiali di Kevin e Bilinda, voci per occhi asciutti, voci per cuori di pietra. Voci che alla fine forse sono la cosa che manca di più. E anche se dopo il concerto ero deluso, lo sarei stato ancora di più se non ci fossi stato.

Scaletta

New You
I Only Said
When You Sleep
You Never Should
Honey Power
Cigarette In Your Bed
Come In Alone
Only Shallow
Thorn
Nothing Much To Lose
To Here Knows When
Slow
Soon
Feed Me With Your Kiss
You Made Me Realise

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