Nasce il metal alla kryptonite (2011)

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Luogo: Lubiana / Slovenia
Data dell’intervista: 10.10.2011

Franci Zabukovec  è, senza mezzi termini, uno dei chitarristi rock più rodati della scena slovena. Il musicista ha bazzicato in lungo e in largo praticamente ogni angolo della musica slovena per un bel po’ di anni. Un tipo stimato e riconosciuto, una vecchia volpe, una specie di guru, un maestro della sei corde, una sorta di catalizzatore che oggi (anche in studio) indirizza nella direzione giusta la nuova ondata di giovani chitarristi. Si è fatto notare sul serio come membro dei Rdeči Baron, poi si è affermato nella band di accompagnamento di Magnifico, i Pismejkers, per trasformarsi infine in un vero e proprio pezzo d’arredamento dello studio, tra produzione e co-produzione del suono per un sacco di “committenti”. Noto anche il suo sodalizio con k.u.t. Gas e Botri.

Tutta questa strada percorsa ha spinto il musicista a pensare che fosse arrivato il momento di un progetto musicale solista, in cui dare assoluta priorità alla piena paternità della propria vena creativa. “K-Metal”, allungato in “Kryptonite Metal”, che conserva tutte le funzioni vitali del suo collega supersonico Superman, è dunque il debutto in studio del progetto Zabukowski. Già il nome del progetto, come le battute che il conio “K-Metal” fa scattare, lascia intendere che il tutto sia nato all’insegna di una lucidità in linea con le esigenze di un’estetica matura e di buon gusto del gergo rock, piazzata con arguzia in un set di 10 brani con cui si presenta Zabukowski.

Lubiana. Una bella giornata d’autunno, ottobre. Cielo senza una nuvola, limpido come il cristallo. Di quelle in cui per un attimo ti dimentichi dell’euforia quotidiana e di tutte le tensioni che ti provocano attacchi di emicrania. Un’oretta di pomeriggio nel cuore di Zupančičeva jama. Arriva un giro, parte la chiacchierata…

RockLine: Dopo tutti questi anni di collaborazione con tantissimi musicisti sloveni, sia in studio che sui palchi, e dopo aver provato praticamente ogni sfera dell’esistenza dentro la musica rock slovena, e direi anche dentro il pop mainstream, hai deciso di pubblicare un album che incarna in tutto e per tutto il tuo tocco artistico personale. Com’è nato?

Franci: Quello che c’è nell’album “K-Metal” ce l’avevo più o meno tutto in testa già ai tempi delle superiori, quando ascoltavo gruppi come Pomaranča, Šank Rock, e poi anche quelli stranieri, tipo Iron Maiden e compagnia, insomma soprattutto heavy metal e hard rock anni Ottanta. Tutto questo covava dentro di me e, anche se poi c’è stato il collasso del rock sloveno con l’arrivo della nuova ondata punk in Slovenia, per le band hard rock e heavy metal da noi è iniziato un periodo di “crisi”. All’epoca avevo un gruppo, gli Ironija, e suonavo negli Odiseja 2000, insomma ero ben dentro le acque dell’hard rock e dell’heavy metal. Be’, da noi le cose si sono scosse così tanto che la maggior parte di quelle band è colata a picco. Per restare il più possibile legato alla musica e in qualche modo sopravvivere come musicista, mi sono allontanato un po’ da quello che avevo sempre sognato di creare. Per tanti anni non ho nemmeno più ascoltato musica del genere. Dopo una ventina d’anni di distanza, a dire il vero non so nemmeno più contare con precisione (ride), quel desiderio si è risvegliato dentro di me. Il problema però è la voce. Trovare la voce giusta per questo tipo di musica. In tutte le produzioni che faccio la voce è la cosa più importante. Ovviamente a meno che non facessi solo musica strumentale, ma quella non mi attira granché. La musica me la immagino sempre con la voce. Il problema non è che debba essere una bella voce, il problema è che dev’essere la voce giusta. Le difficoltà aumentano quando entrano in gioco versi pensati per essere cantati in sloveno. Per questo è ancora più dura trovare la voce davvero giusta. Il mio desiderio era che i versi fossero in sloveno e una felice combinazione di circostanze mi ha portato a conoscere Sergej Škofljanec. Sul suo profilo MySpace ho ascoltato le sue registrazioni, erano più che altro demo ortodossi. In lui ho trovato, sentito, o diciamo riconosciuto, quella voce “eighties metal” che ha fatto pendere la bilancia a favore dell’idea di registrare l’album. Poi ho “attaccato” Sergej. Senza tregua. Gli sono saltato al collo e l’ho convinto. Sergej è in un mucchio di gruppi, in un modo o nell’altro, e ora mi sono aggiunto anch’io sulle sue spalle. Ma da lì in avanti le cose sono filate lisce! E come si dice? Tutto il resto è storia (ride). Be’, una volta portato Sergej dalla mia parte, con la testa sono tornato a quella musica che ascoltavo un tempo, aggiornando però il mio “archivio personale” con roba più recente, come Creed, Alter Bridge,… insomma, comunque sia, sono tornato ai Judas Priest e a vecchi gruppi simili,… La cosa incredibile è che ho ritrovato quella fascinazione per i Judas Priest che mi fa venire la pelle d’oca quando li ascolto, proprio come tanto tempo fa,…

RockLine: Quindi non ti ha mai tentato l’idea di fare un album di rock chitarristico completamente strumentale, nello stile di quello che fanno Satriani o Vai, perché a conti fatti, con la poliedricità che ti offre l’arsenale del tuo modo di suonare la chitarra, non sarebbe stato un problema?

Franci: Devo ammettere che una cosa del genere mi ha sempre fatto un po’ paura, anche se ho provato a suonare di tutto. Ma in quella sfera non mi sento abbastanza a mio agio. D’altra parte, di album strumentali così, con la chitarra al centro, ne ho ascoltati già così tanti nella vita che non riesco proprio a immaginare di farne uno simile io. Oggi di questi album e di questi chitarristi ce n’è un mare. Se avessi uno stile tutto mio, davvero riconoscibilissimo, tale da suonare rivoluzionario e unico, allora magari sì. Invece per me la priorità è la struttura della canzone con la voce. Anche per via del mio ruolo da produttore. In sostanza tutti i pezzi nascono proprio così, con la voce accompagnata dalla chitarra acustica. Sono anche un grande fan della melodia. Anche se per il futuro sto già pensando a un disco ancora più ortodosso, che svilupperò a partire da “K-metal”. “K-metal” è il mio disco primigenio e serve come trampolino di lancio per il dopo. Ma non ho mai avuto in testa di fare un album da “guitar hero”.

RockLine: Le idee per “K-Metal” sono vecchie, si sono sviluppate nel corso di vari anni, oppure hanno preso forma in un periodo più breve prima della nascita dell’album?

Franci: Quasi tutto è nato dopo che io e Sergej abbiamo iniziato a collaborare, anche se si sentono le influenze di gruppi rock più vecchi,  di idee davvero vecchie ce ne sono pochissime. Cioè, non avevo roba bell’e pronta nel cassetto che aspettava solo di essere usata, però si sentono parecchie influenze di altri gruppi. In fin dei conti è la stessa cosa, solo impacchettata in modo diverso. Chi lo sa come suonerebbe oggi un album uscito adesso, se l’avessi scritto 15 anni fa? Bella domanda. Con gli anni ho imparato anche una specie di filtraggio, diciamo una specie di comprensione, o di riconoscimento, delle frasi giuste che stanno bene insieme e funzionano al meglio nella struttura musicale di un brano. Resta il dubbio se un album così non sarebbe stato schiacciato dal tempo, parlo in via ipotetica, se fosse stato creato tanti anni fa e pubblicato solo adesso. Comunque sull’album ci sono anche due strumentali, che vogliono suonare sfrenati e hanno un’aria piuttosto originale.

RockLine: Io stesso sento una certa aria: aspettiamo il nuovo album dei Mary Rose, poi i Requiem, poi Cveto Polak ha pubblicato un album in studio da solista, è nata la formazione hard rock Jelen, si sono riuniti i Lene kosti, stanno già registrando il secondo album dopo il debutto del 2010, si sono riuniti i Chateau e hanno pubblicato un nuovo album, come se questa tua generazione di rocker tutti d’un pezzo, che per tanti anni sono stati spinti fuori dal focus delle masse slovene, salvo i momenti di luce delle uscite di Šank Rock e Martin Krpan, stesse tornando?

Franci: quest’anno mi sembra uno di quegli anni in cui è uscito un bel po’ di progetti così, e se ne annunciano parecchi; nell’aria c’è davvero un certo ottimismo, mi capita di incontrare in questo giro gente che non vedevo o con cui non avevo contatti da anni, ho la sensazione che sia una specie di rigenerazione di questa sfera musicale, a cui appartiene la mia generazione con un profilo legato all’hard rock e agli elementi del metal.

RockLine: Prima parlavamo di Sergej Škofljanec, ma sul tuo album “K-metal” c’è un’intera squadra di assi della musica, uno è per esempio il batterista Roman Ratej, c’è il bassista Cveto Polak,… come li hai messi insieme? In fondo dev’essere piuttosto dura tenere sotto la bacchetta di direttore una mandria così colorita di forti ego musicali, no?

Franci: Con Roman parliamo da una vita di come suoneremo insieme, ne parlavamo già prima che partisse per gli USA, quindi ai tempi in cui Roman suonava nei Miladojka Youneed. Già prima di partire per l’America Roman spiccava. Non era solo un batterista tecnicamente molto bravo, Roman è proprio “musica”. Per la batteria è una cosa importantissima. Puoi avere due batteristi tecnicamente bravissimi, e uno è “musica” e l’altro lo è meno. Poi si nota, a vari livelli della creazione. Voglio dire che, se Roman non avesse suonato su “K-metal”, il disco suonerebbe comunque in linea di massima bene, ma non avrebbe quel qualcosa in più che è importantissimo e porta la garanzia di una specie di sovrappiù. Io infatti amo dire che il disco “K-metal” ha dentro davvero un sacco di musica. E quella musica l’hanno suonata persone che questo principio lo capiscono. È esplosa fuori da tutti noi. E anche Roman è così. Lui, dopo Sergej, è stato subito la scelta successiva per questo album. Senza Sergej non mi sarei nemmeno messo a fare l’album. Mi sono avvicinato ai ragazzi con qualche dubbio, perché oggi c’è sempre qualcuno pronto a rimandartelo indietro: “Tanto oggi una musica così non l’ascolta più nessuno.” e roba del genere (ride)… Be’, la scelta successiva è stata Cveto. Con Cveto ci sentivamo già spesso, ci incrociavamo di continuo ai concerti, quando lui suonava con gli Šank Rock e io con i miei gruppi. Anche sulla scelta del bassista non ho tentennato granché. Sapevo che alla linea di basso serviva un appoggio solido, un solido divaricare di gambe, un plettro solido, e per una cosa così su “K-metal” il più adatto è Cveto. Nonostante abbia collaborato con tanti bassisti sloveni di fama, come per esempio Jani Hace o Anže Langus, …. Così ho messo insieme la squadra di base per l’album. All’inizio lavoravamo in sostanza io e Sergej. I pezzi li programmavo e preproducevo io, poi Sergej li cantava, così ci rendevamo conto di come funzionavano le cose; quando una parte del repertorio era pronta, il resto l’hanno aggiunto Cveto e Roman. Poi sono arrivati i contributi dei cosiddetti “intrusi”. C’è Miha Gorše, tastierista di primo livello, che suona per Omar e Samuel Lukas, mi ha aiutato con un paio di arrangiamenti, ha suonato tutto alla grande, poi Gorazd Vidic ai fiati, e Vojo Djuran come unica voce solista, oltre a Sergej, sul disco. Anche con Djuran in passato avevo già collaborato un sacco, e poi c’è la pleiade dei cantanti di accompagnamento, che conosco in un modo o nell’altro da anni. Posso dire che il senso di questo disco è un po’ di buon karma e la collaborazione di persone che si divertono in quello che fanno e ci stanno bene dentro. Per questo album volevo creare un ambiente di lavoro completamente nuovo, un altro clima, e la parte del leone l’ha fatta anche il fonico e tecnico di registrazione Drago Popovič . In fase di registrazione non ci siamo fatti troppe paranoie, niente domande del tipo: “Come devo colpire questo piatto? Come vuoi che suoni?”, ci siamo detti semplicemente che ognuno doveva fare il suo lavoro come lo sentiva. È ovvio che uno “stile macho” di musica come quello del disco da noi non verrà sostenuto dai media, quindi ci siamo detti di voler tirare fuori almeno un disco che piaccia a chi questa musica la ama davvero.

RockLine: Dischi come “K-metal” da noi ce ne sono pochi. Spesso ho la sensazione che ci sia un’intera pleiade di musicisti sloveni davvero talentuosi che comunque mettono davanti al proprio talento una specie di principio di cautela, nel senso che lo subordinano, lo calpestano letteralmente, solo per piacere alle masse slovene. Ti sembra un problema o la vedi in un altro modo?

Franci: Sì. È un problema. È un problema. Quando parlo con gente che fa i suoi progetti solisti, mi imbatto spesso in un’enorme insoddisfazione. Secondo me nasce soprattutto dal fatto che questi musicisti non hanno ascoltato in primo luogo se stessi. Un altro paio di maniche è quando hai già pronto e calcolato in testa un “progetto commerciale”! Lì sai esattamente qual è la sua nicchia di mercato. Quello è un altro capitolo, lì scendi a compromessi, con gli altri e prima di tutto con te stesso. Ma se fai un progetto per la tua anima, prima di tutto per la tua anima, allora la cosa essenziale è che tu sia soddisfatto e devi lavorare in modo che vada bene a te. E se va bene a te e agli altri no, la cosa non ha rilevanza. Non importa proprio. Perché anche se agli altri non piacerà, saprai di metterci il cuore. Per esperienza personale posso dire che si forma sempre una cerchia di ascoltatori e sostenitori a cui la tua musica sta a cuore, quella che fai per la tua anima. Io ci sento una vibrazione estremamente positiva, anche se ci sono tanti scettici che mi chiedono: “Ma come mai? Adesso sei qui da solo. Solo per te?” eppure sono estremamente soddisfatto del prodotto e questa vibrazione positiva vorrei mantenerla in futuro.  Mantenere questa squadra del disco per i concerti, mantenere questo godersela che abbiamo insieme, non ci infileremo da nessuna parte dove ci userebbero come “tappabuchi”. Sappiamo che il pubblico che verrà al nostro concerto non sarà un passante qualsiasi, ma un pubblico dal gusto selezionato, e a lui vogliamo dare il nostro massimo sul palco, proprio come in fase di registrazione. Un principio così oggi vale ancora di più, perché alla maggior parte della società interessa solo come intascare, il più facilmente possibile, un centinaio di euro (100,00€) da qualche parte.

RockLine:  Hai detto che vorresti mantenere questa vibrazione positiva. C’è all’orizzonte un seguito di “K-metal”?

Franci: Lo desidero davvero, ma oggi è molto difficile ritagliarsi lo spazio per progetti fatti per la propria anima, soprattutto dal punto di vista finanziario. Mi stuzzica parecchio l’idea di continuare. Non ho ancora deciso del tutto. In ogni caso non farò niente a forza. Mi tira ancora di più un suono più duro. Per ora però vorrei sfruttare il momento del disco “K-metal”! È il tipo di album che tra sei mesi sarà tanto “out” quanto “in”, oppure tra cinque anni,… Il pubblico che ascolta questa musica è molto riconoscente e vale la pena costruirci sopra.

RockLine: Quale momento della tua ricca carriera musicale metteresti in particolare risalto? Diciamo piuttosto così: quale periodo, prima di fare il disco “K-metal”, ti è rimasto nel cuore soprattutto per il lato divertente del rock n’ roll, e lo ricordi con particolare piacere?

Franci: Le feste più folli sono sempre quelle con i Rock Partyzani, ovvio. Tutti cercano qui un collegamento con gli Agropop, visto che c’è anche Aleš Klinar , e allo stesso tempo non ricordo di aver mai fatto tanti assoli come proprio ai concerti dei Rock Partyzani. Tanto hanno solo due suoni. Il suono “A” è distorto, il suono “B” è pulito, ma quest’ultimo in quel gruppo lo uso pochissimo. La collaborazione dentro quel gruppo ha lasciato su di me certi segni, posso dire che, tra tutti gli altri fattori, ha influito di conseguenza anche sulla mia decisione di fare un progetto solista.  Prima dei Rock Partyzani, se escludo tutti i gruppi in cui suonavo ancora prima della chiamata alle armi nella JLA (l’ex Armata Popolare Jugoslava, n.d.r.), cioè Ironija e Odiseja 2000, il primo momento così sono stati i Rdeči Baron, un momento che aveva anche un forte appoggio mediatico. C’erano Saša Einsiedler e Tomaž Sršen e di colpo mi si è spalancata la vista sulla scena. All’improvviso è arrivata una sfilza di concerti, registrazioni,… be’, l’esperienza più grande e la svolta della mia carriera è stata Magnifico. Il periodo di sette anni con Magnifico, per me che sono heavy metaller nell’anima, ha funzionato così: mi sono ritrovato in un ambiente in cui la chitarra andava usata in modo un po’ diverso, mantenendo comunque in qualche modo anche me stesso. È stata un’esperienza particolare, collaborare con musicisti davvero di qualità, con un buon repertorio, in progetti davvero buoni, su grandi palchi, a grandi concerti. Quel periodo con Magnifico mi ha lasciato un’enorme esperienza, sensazioni positive, e mi ha aiutato a decidermi più facilmente in seguito anche per il lavoro di produttore e arrangiatore. Negli anni con Magnifico ho acquisito un’enorme ampiezza. Questa ampiezza mi dà uno sguardo più oggettivo su tutto e mi permette di tornare anche al mio fondamento musicale e di fare le cose come vanno fatte e di scegliere bene le mosse. In sfere di genere diverse, dalla dance al pop, fino al rock. Proprio per questo considero l’esperienza con Magnifico la più preziosa della mia carriera e le sono molto grato.

RockLine:  Guardando la copertina dell’album “K-metal” l’effetto è come se ti fossi versato addosso un po’ del sano senso di lucidità rock n’ roll di Magnifico, compresa la grande lettera “Z” sul petto?

Franci: Con la lettera “Z” volevo mantenere un pizzico di autoironia. Non fa bene prendersi troppo sul serio. Essere troppo severi con se stessi. Quando qualcuno scopre che hai registrato il tuo primo disco metal a 45 anni, molto probabilmente la prima cosa che ti chiede è: “Tu? Ma stai bene?” È vero però che mi piace scherzare di continuo, e anche la compagnia che ho intorno è fatta di gente a cui piace scherzare. “K” e “Metal” nascono da quelle situazioni in cui stavamo insieme a vari musicisti. Vale soprattutto per quelli da cui non ti aspetteresti mai che si mettano a buttarsi in studio su un riff degli AC/DC, e che magari fanno musica dance e pop, a cui seguiva la battuta sarcastica: “Dai, non fare il cafone, che ora ti esalti per quello stile base da cafoni!” Quindi “Kmet” (il cafone) più “al”, e così si è trasformato bene in “K-metal”.  Quello che temevo di più era avere una copertina con sopra solo la mia faccia. Te lo immagini? Sarebbe stato terribile.  Del resto sono un grande appassionato di fumetti e mi ricordo le copertine alla Marvel dei Moly Hatchet. Il punto di partenza era quello. Ovviamente non poteva starci Superman, bisognava fare la cosa un po’ “al contrario”. La copertina mi sembra riuscita, unisce scherzo e autoironia e aggiunge un tocco di musica metal. Più tardi ho scoperto anche che il conio “K-metal” è il vecchio nome, non più in uso, della kryptonite, che di nuovo si ricollega a Superman. È una cosa che fa comodo soprattutto per gli stranieri, che il conio “K-metal” non lo capiscono proprio, ed è per questo che in basso c’è anche la scritta “kryptonite”, che dovrebbe attirare la loro attenzione. Comunque con gli stranieri non prenderla troppo sul serio. Il progetto è mirato, un progetto autoctono sloveno. Un sacco di gente mi diceva che in Slovenia una musica così non si può fare. Quando ho sentito per la prima volta i Pomaranča, ho capito che non era vero. Che si può. Basta trovare l’espressione giusta. Anche con i testi ho faticato parecchio, li ho fatti io. Non sono tra i paroliere di spicco, volevo darli in modo non pretenzioso, accettabile, e in modo che si potessero cantare senza intoppi. Appartengono alla musica dell’album “K-metal”, hanno una nota di autoironia. A una musica così non servono filosofie particolari nei versi, preferirei non mettermi a parlare, tipo, di tradurre in sloveno i testi dei Whitesnake (ride).

RockLine: Il tuo piano a breve termine è quindi presentare l’album “K-metal” sui palchi sloveni.

Franci: Sì. Vorrei portare questo album alle persone che ascoltano questa musica, e nei locali dove si trova gente così. Con i live non forzeremo la mano per niente. Anche se suoniamo solo una volta ogni sei mesi, basta. A me basta per avere la reazione del pubblico, come bussola che mi carica di energia e mi dà quella guida positiva sul senso di resistere e tenere duro per il futuro.  

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