Nicholas Chapel (Demians): Il problema nasce quando c’è chi vuole una fetta di una torta che non esiste (2009)
Luogo: Hotel Ilirija / Lubiana (Šiška) / Slovenia
Data dell’intervista: 11.11.2009
Nicholas Chapel è il capo dei Demians. Ho avuto la possibilità di parlarci il giorno del concerto della band, che Porcupine Tree hanno invitato al loro tour e che, lungo il suo percorso, il 03.11.2009 si è fermata anche nella sala del Kino Šiške di Lubiana. Nicholas è i Demians. Crea la musica da solo, registra la musica da solo. Suona tutti gli strumenti in studio, si produce da sé e si occupa del mix finale. Ma per portare la musica dal vivo servono dei aiutanti. I Demians sono una band interessante. Difficile da paragonare a qualcun altro. Vanno per la loro “strada”. Propongono un impasto musicale stratificato, a metà tra prog rock, riffoni di chitarra dal sapore alternativo e la costruzione di un ricco fondale sonoro che mette l’atmosfera prima di ogni altra cosa. Nicholas, che sul palco è cantante e chitarrista, si è rivelato un interlocutore incredibilmente aperto e naturale, che mi ha portato dentro tutti i dettagli essenziali che definiscono il senso dei Demians.
RockLine: Come ti trovi finora con il tour? Tutto okay?
Nicholas: Quella di oggi a Lubiana è solo la nostra terza data del tour. Il tour dei Porcupine Tree è lunghissimo e diviso in più tranche. In quella attuale li accompagniamo noi. Comunque ci conosciamo da un sacco di tempo. Sono ragazzi fantastici, ogni giorno impariamo tantissimo da loro. Siccome siamo una band relativamente giovane, stare con i Porcupine Tree ci dà una spinta e uno stimolo in più. Siamo in Slovenia per la prima volta. E al momento va tutto bene, secondo i piani.
RockLine: Quindi i Porcupine Tree vi trattano come si deve.
Nicholas: Sì. A loro piace molto la nostra musica, e vale anche il contrario. Meglio di così non potrebbe andare e siamo molto contenti del nostro status in questo tour. Con tutto il rispetto per i Porcupine Tree.
RockLine: Com’è che siete entrati in contatto con Steven Wilson?
Nicholas: È successo un paio d’anni fa. Io faccio tutto da solo in studio. Scrivo la musica, la suono e la produco. In quel periodo non avevo nessun contratto. Il mio manager era anche il manager di una band che accompagnava già i Porcupine Tree nel Regno Unito. Lì aveva conosciuto Steven Wilson. Una sera i Porcupine Tree suonavano in un concerto vicino a casa sua. Prima del concerto lo ha incontrato e gli ha passato un po’ di miei pezzi registrati. A Wilson la musica è piaciuta e così siamo entrati in contatto. È diventato un sostenitore della mia musica, soprattutto dopo l’uscita del disco. E il contatto è rimasto fino a oggi.
RockLine: Ho ascoltato il vostro debutto “Building An Empire”. È un disco molto bello. Cosa ti ispira quando crei un’atmosfera sonora così ricca come quella del primo album della band?
Nicholas: Prendo ispirazione dalla vita di tutti i giorni. Può essere una conversazione del tutto innocente, può essere un sogno,… I dettagli della mia vita privata hanno un ruolo importante. Io non ho una formazione particolare da scuola di musica, non soffro di audiofilia, non mi circondo di attrezzature tecniche speciali e costose, di effetti, e non punto a stare al centro dell’attenzione sparando fuori scale veloci e perfette negli assoli. Mi concentro sulla creazione di un’atmosfera in cui ogni ascoltatore possa riconoscersi. Lascio alla musica campo libero, che scorra liberamente attraverso di me e parli da sola.
RockLine: Visto che hai appena detto che non punti sugli assoli veloci. Pochi giorni fa, qui vicino a Lubiana, hanno suonato i Dream Theater e hanno messo in piedi un vero circo di assoli. Come commenti il loro approccio?
Nicholas: I Dream Theater sono sulla scena da tantissimo tempo. Seguono la loro idea fin dall’inizio e le sono rimasti fedeli. E questo merita tutto il rispetto. Ma personalmente, per come sono fatto, non sono molto attratto da questo tipo di approccio. Mi piace creare musica in cui tutti gli ascoltatori possano ritrovarsi. Ritrovarsi nel loro stato d’animo del momento.
RockLine: Cos’è che ti ha attirato di più, che ti ha acceso la scintilla o fatto nascere in te la voglia di diventare musicista?
Nicholas: Non ho mai voluto diventare un musicista professionista. Per natura sono una persona introversa e timida. A scuola tutti pensavano che non avessi opinioni, perché tenevo tutto dentro. Ma quando ero più piccolo ascoltavo la musica che mio fratello metteva nella sua stanza, al piano di sopra. Mio fratello ascoltava i Marillion, Peter Gabriel e tutta quella roba degli anni Ottanta. Quella musica mi affascinava moltissimo. All’epoca non la capivo, ma in quel “non capirla” mi godevo tutto un sacco. Non mi piace analizzare come è fatta la musica, l’aspetto tecnico non mi interessa. Per me conta molto il tocco personale che infondo nel messaggio della mia musica. A 8 anni ho cominciato a suonare la chitarra. Da allora a oggi la chitarra mi è rimasta attaccata addosso. Volevo semplicemente provare le cose. Ma intanto vivevo una vita normale, di tutti i giorni. Senza scossoni particolari, che comunque non interesserebbero a nessuno. Poi un giorno mi sono svegliato e mi è balenato in testa: “Non mi piace quello che faccio, il posto in cui vivo non mi piace, non mi piace il mio lavoro,… Voglio andare altrove, conoscere altre città, incontrare altre persone. Vorrei fare qualcosa di più. Qualcosa di più concreto. Sai, suono praticamente da tutta la vita, e un giorno è successo che i pezzi hanno cominciato a nascere da soli nella mia testa. Allora ho usato qualsiasi mezzo per appuntarmi quelle idee. Anche quelle che a prima vista sembravano meno importanti, che registravo su un mangianastri con la chitarra acustica. Tutto. Poi ho provato con la voce, ho iniziato a suonare la batteria. Tutto questo ha cominciato a succedere intorno al 2001. Solo nel 2005 o 2006 mi è venuta la voglia di far conoscere questa musica anche alla gente, al pubblico. Non ho mai voluto diventare il leader di una band, un professionista, una rock star. Non mi ha mai interessato. Così ho registrato il primo album completamente da solo e solo dopo ho cercato i musicisti che avrebbero formato i Demians. Adesso ho una band. E pochi giorni fa ho finito di registrare il nuovo album, che dovrebbe uscire ad aprile dell’anno prossimo. Anche stavolta ho fatto tutto da solo. Mi chiudo in studio e lavoro. E poi porto la band in tour. Nel nuovo album suono il piano e uso un sacco di strumenti tradizionali indiani. Ho provato qualche novità, ho creato nuovi spazi musicali. Non so spiegartelo bene a parole, mi riesce molto più facile con i fatti.
RockLine: Da quello che ho sentito su “Building An Empire”, la musica che crei è sempre amichevole e accessibile per le orecchie, che il pezzo duri pochi minuti o più di dieci. Costruisci su un’atmosfera ricca e su tanti stati d’animo, ma senza complicare. Quanta verità c’è in questo?
Nicholas: Ci sono tante band che puntano sulla complessità e cercano di convincere il pubblico così. Io invece cerco di creare musica che tocchi le persone, che le attiri a sé. Anche quando la mia musica gira in sottofondo e tu intanto fai qualsiasi altra cosa, non dà fastidio, perché non è complessa, si ascolta bene e ha un suo flusso. Ma quando ti concentri su di lei, trovi un sacco di sfumature e dettagli che puoi esplorare a lungo, anche per anni… Mi piacerebbe che la mia musica prendesse la gente per la gola e che, ascoltandola, rivivesse le proprie emozioni legate alle esperienze passate, oppure che con la musica dei The Demians riuscisse ad avvicinarsi ai propri sogni e a “sognarli fino in fondo” più facilmente, eccetera… Molti musicisti preparano in anticipo cosa e come suoneranno, io invece prendo in mano lo strumento, mi ci abbandono e poi scopro cosa sta succedendo o cosa è successo.
RockLine: Ascoltando ho notato anche che nelle texture delle tastiere usi molti suoni che sanno di nostalgia retro anni Settanta.
Nicholas: Sì. Il primo album è stato fatto senza soldi. Avevo microfoni economici, mi appoggiavo alla programmazione digitale … Per il nuovo album ho usato solo suoni “organici”. Un sacco di piano, un pianoforte acustico con i microfoni montati sopra, chitarre acustiche ed elettriche, mellotron, organi, strumenti acustici dall’India. Ma quello che mi piace di più sono gli arrangiamenti per archi. Nella stanza in cui registro ho messo quattro sedie e ognuna l’ho microfonata a parte. Su una sedia ho suonato il violino, su un’altra il violoncello,… i microfoni li spostavo in studio insieme a me, mentre cambiavo posizione per suonare un dato strumento. Poi ho unito le registrazioni di ogni strumento suonato. Credo di aver ottenuto così un suono molto ricco, più autentico e il più organico possibile. Questo approccio mi emoziona e mi attira molto di più che giocare con il suono digitale.
RockLine: Tu fai l’album tutto da solo in studio, e poi per il tour i membri devono imparare i tuoi pezzi.
Nicholas: Sì. Preparo tutto io. Suono tutti gli strumenti, produco l’album, mi occupo del mix. Poi presento il lavoro ai membri, che devono impararlo, assorbirlo, farlo entrare nel sangue. A quel punto siamo pronti per il tour. Ho passato tutta l’estate in studio completamente da solo, tra registrazioni, composizione eccetera…. Solo poche settimane prima del tour ci siamo trovati tutti insieme in studio. I ragazzi hanno imparato il materiale e ci hanno portato dentro un’energia del tutto nuova. Non vediamo l’ora di suonare il nuovo materiale. Aspettiamo quel momento con emozione ed entusiasmo.
RockLine: Cosa porta di diverso il nuovo album rispetto al debutto dei Demians?
Nicholas: Come ti dicevo, il primo album è stato registrato senza soldi, e la differenza è davvero enorme! Stavolta mi sono dedicato alla registrazione con una cura incredibile per i dettagli. Passavo giornate intere in studio, spostavo i singoli strumenti, ci piazzavo i microfoni in posizioni diverse, cercavo il suono giusto, quello che avevo in testa, che stavo cercando. Quando trovavo la posizione, registravo l’esecuzione in un solo take. Una volta sola, al primo colpo. Per quanto riguarda le voci, per il debutto avevo a disposizione microfoni davvero scarsi. Così ho registrato la mia voce più volte, in punti diversi dello studio. Ma lì è sorto il problema. Mi stavo allontanando dall’essenza del messaggio di base che ogni brano doveva rappresentare. Con il nuovo album volevo evitarlo. Così in studio ho sistemato prima tutti gli strumenti esattamente dove volevo. In questo modo potevo saltare da uno strumento all’altro in qualsiasi momento. Quando mi veniva il lampo di registrare al piano, mi sedevo al piano, e così via… La differenza adesso è che quando ho registrato, per dire, il piano di un pezzo, non l’avevo pianificato con cura in anticipo, scritto sullo spartito e così via, ma la registrazione su nastro arrivava subito dopo, appena l’idea mi nasceva in testa. E veniva suonato in un solo take, senza altri abbellimenti. Per questo il nuovo album ha un suono molto naturale. La differenza rispetto al debutto sta anche nel fatto che mi è cresciuta l’autostima e mi fido molto di più di me stesso rispetto a prima. Il primo album lo vedo come un amico che ti consola, sempre. Se sono di cattivo umore, lo metto su e in qualche modo riesce sempre a farmi stare meglio. Come un amico. Il nuovo album invece è come il migliore amico. E quelli non sono sempre gentili, possono essere lunatici. Mi può consolare, ma allo stesso tempo mi “prende a calci in culo” se esagero da qualche parte. Ti dice in faccia, per esempio, che una cosa non andrà a finire bene, e tu devi affrontarla. Il nuovo album è più ricco, ha più texture, più sperimentazione,…
RockLine: Come influisce su di te il dover comunque affrontare i The Demians da professionista, nonostante tutto lo spazio che pretendi per te come artista nell’esprimerti?
Nicholas: Il problema in tutta questa faccenda è uno solo. Guarda, va tutto bene finché ricevi messaggi di gente a cui piace la tua musica, che si sente ispirata, che si carica di energia, che magari viene spinta a mettersi a suonare la chitarra, quest’ultimo messaggio me l’ha mandato qualcuno dal Giappone. Fino a lì va tutto bene. Questi messaggi mi rafforzano l’autostima e mi confermano che sono sulla strada giusta. Il casino arriva quando hai bisogno degli altri. Per esempio quando suoni dal vivo, devi sempre aspettare qualcuno, ti scontri con gente che impone il proprio ego. In realtà io sono dedito solo alla musica, ma quando vado in concerto mi serve un batterista che suoni la batteria, mi serve un bassista che suoni il basso. Così mi sono accorto che un album lo registri in qualche settimana, ma ci metti anni a trovare le persone giuste per eseguire i pezzi sul palco. Gäel, il nostro batterista attuale, è entrato nella formazione poco prima del tour estivo che abbiamo fatto con gli Anathema. Il batterista precedente invece ha sempre agito con l’idea di dimostrarmi che sbagliavo su tutto. Siccome la gente elogia l’album e ne parla come di una storia di successo, uno così vuole ritagliarsi una posizione, una specie di “rock star”, se vogliamo dirla così. Io però non ci sono abituato, io accetto le opinioni degli altri, le critiche, le lodi. Mi entusiasmo molto quando la gente mi fa domande ed è interessata alla nostra musica. Anche tu sei interessato alla nostra musica, per questo sei qui oggi e per questo stiamo facendo questa intervista. Per questo al nuovo album mi sono avvicinato in modo diverso. All’inizio non volevo nemmeno registrarlo. Sai, l’anno scorso è stato per me molto pesante per via di quella situazione in cui sei in mezzo a gente che vuole misurare le forze con te, competere. All’inizio di quest’anno mi sono preso una pausa per schiarirmi le idee. All’inizio, per colpa di quelle pressioni, la mia musica era cupa, negativa. Io non sono una persona negativa, anzi. Quando sono arrivato al punto in cui la nuova etichetta, InsideOut Records, mi ha permesso di creare liberamente quello che volevo, la pressione è sparita e le cose hanno preso a scorrere. La musica è cresciuta ed è diventata positiva. Grazie a Dio, perché prima avevo perso per un po’ il contatto con la realtà. Tutti quelli come Steven Wilson, Wes (John Wesley, chitarrista dei Porcupine Tree, n.d.r.) e gli altri dei Porcupine Tree e degli Anathema hanno creduto e credono in me, nella musica, e sono davvero grato che mi siano stati accanto e mi abbiano incoraggiato, anche nei periodi che per me non erano proprio rosei.
RockLine: Se ti capisco bene, attraverso te stesso e la filosofia a cui non rinunci, cerchi di offrire alle masse un'”impronta musicale” di te il più autentica possibile.
Nicholas: È il mio principio di vita. In tutto.
RockLine: Ti sembra che anche gli altri musicisti oggi siano altrettanto autentici?
Nicholas: Oggi il problema è che sei sul palco, vedi quante opportunità ti si offrono, e poi ti scontri con il fatto triste che mancano musicisti di qualità. Sai, in studio si può creare di tutto. Lì puoi essere veloce, rumoroso, aggressivo, puoi essere qualsiasi cosa. Poi sali sul palco e non riesci a riprodurlo. È triste. Al momento i Demians sono in un bel pasticcio, perché come tastierista non sono riuscito a trovare la persona giusta prima di questo tour. Per questo siamo in tre. Ma non per questo ho rinunciato al tour, anzi, suoniamo il materiale con l’aiuto di tastiere registrate. Per noi è semplicemente troppo importante farci conoscere, perché siamo ancora una band relativamente sconosciuta. Col tempo si farà avanti qualcuno che vorrà diventare il nostro tastierista e che si incastrerà nel gruppo. Proprio quest’anno mi sono trovato di fronte a tanti fatti tristi, anzi a delusioni. Si sono presentate tante opportunità e io non sono riuscito a mettere insieme una formazione con le persone giuste. E questo per colpa di gente che ha complicato le cose con i soldi, con il fatto che per il tour avrebbe sentito la mancanza della propria ragazza per più di un mese e roba simile. Però adesso, come ti dicevo, sono molto più sicuro di me e più rilassato. Semplicemente grazie al nuovo disco, che è come lo volevo io e su questo nessuno può dirmi niente.
RockLine: Sai, Nicholas, mi capita raramente di incontrare un interlocutore che in un’intervista sia così naturale e senza distanze. Chapeau.
Nicholas: Sono semplicemente così. Anche quando ero “al sicuro” e con tutto a posto. Quando avevo un buon lavoro, ben pagato, una casa spaziosa e comoda, un giorno ho guardato fuori dalla finestra del mio ufficio e mi sono detto che in quel posto non volevo stare. Così ho cambiato modo di vivere. Voglio solo essere sincero e onesto con quello che sento. Non sono uno che vuole fare colpo, attirare l’attenzione. Mi piace un sacco quando dopo i concerti la gente viene da me e parla con me come con un vecchio amico. Mi piacciono la spontaneità e la sincerità, e cerco di essere così anch’io con le persone.
RockLine: E com’è la tua Francia, dove sei nato, e come reagisce la gente alla tua musica?
Nicholas: È molto difficile rispondere. Dai media francesi riceviamo abbastanza sostegno ed elogi, questo sì. Il problema è quando, accanto a tutti questi elogi, saltano fuori persone che vorrebbero una fetta di una torta che non esiste. In Francia la maggior parte delle band ce l’ha fatta, o è diventata nota, solo dopo essere andata all’estero e aver raccolto lì i primi successi. Solo dopo hanno cominciato ad apprezzarle anche in Francia. Quindi hai due opzioni. O non suoni musica in Francia, oppure la suoni, ma non in Francia. Devi andartene dalla Francia. Poi torni e tutti sono dolci come il miele: “Oh, eccoti qua! Sai che ti sostengo fin dall’inizio!” Questo su di me non ha effetto. Non per questo sono ingenuo, non per questo sono amareggiato. Semplicemente me ne distacco e tutti i concerti che faccio sono uguali. Non faccio differenze col pubblico. Che suoniamo in Francia, in Italia, in Slovenia e così via. Però il modo in cui il tuo paese si comporta con la tua musica, come nel mio caso la Francia, può semplicemente spezzarti il cuore.
RockLine: Sai, in Slovenia la storia è simile.
Nicholas: Guarda anche i Porcupine Tree. Hanno avuto successo ovunque tranne che nel Regno Unito, da dove vengono. Dieci anni fa, quando nel Regno Unito non ce l’avevano ancora fatta, hanno suonato un sacco, ma proprio un sacco di concerti in Italia, e nemmeno una data nel Regno Unito. Quando noi Demians abbiamo fatto il tour di tre settimane con gli Anathema, suonando in Germania, nei Paesi Bassi, in Belgio, in Italia, in Polonia, i nostri locali erano strapieni, tranne le ultime date, quando siamo arrivati in territorio britannico. I posti dove suonavamo erano più piccoli e anche la gente che veniva ai nostri concerti lì era poca. E gli Anathema sono del Regno Unito. Quindi è assurdo. Per dire, di fila in Italia fai qualche concerto in sale con migliaia di persone, e poi a casa, in Francia, apri per grandi band e non ti fila nessuno.
RockLine: E per finire un’ultima domanda: cosa può aspettarsi il pubblico sloveno dal concerto dei Demians di stasera, qui a Lubiana?
Nicholas: Steven e gli altri dei Porcupine Tree ci hanno invitato a unirci al tour, ma proprio in questo periodo, poco prima dell’inizio del tour, per noi sono successe un sacco di cose. Due giorni prima di partire per il tour ho finito di registrare il nuovo album. Per questo mi dispiace, in senso negativo, che non abbiamo con noi un tastierista e che non possiamo già suonare qualche pezzo del nuovo album. Quello che invece mi entusiasma stasera è che suoneremo in compagnia di nostri cari amici e che siamo nella posizione di poter davvero godere nel presentare e suonare la nostra musica alla gente. Non vediamo l’ora di condividere il concerto di stasera con la band e il pubblico, di incontrare le persone dopo il concerto, e spero che stasera creeremo qualcosa che ci permetta di tornare in Slovenia prima o poi.
foto: Aleš Podbrežnik
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