Now What?!
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Deep Purple
Etichetta: Edel Records
Uscita: 2013
Durata: 60:04
Voto: 4.5/5
»Now What?!«, diciannovesimo album in studio dei leggendari Deep Purple e il loro primo lavoro in studio a più di sette anni da »Rapture of the Deep« (2005), offre più che abbastanza prove convincenti del fatto che questi patriarchi britannici dell’hard rock non hanno nessuna intenzione di mettersi in pensione. Anzi, sarebbe un gran peccato per tutto il mondo del rock, perché il nuovo disco, nonostante lo scetticismo che prima dell’uscita regnava anche tra la maggior parte dei fan più fedeli, dimostra che sono ancora in grado di sorprendere con un bel po’ di pezzi dal suono fresco, che hanno dentro abbastanza elementi classici da placare la maggior parte degli appassionati di lunga data, ma che al tempo stesso portano in giro per territori sonori finora poco esplorati. Rispetto al predecessore, a sentire i singoli membri della band, la lavorazione di »Now What?!« è stata un processo relativamente fluido, filato via senza grossi intoppi. Due brani del disco, »Above and Beyond« e »Uncommon Man«, sono dedicati all’ex membro scomparso, leggenda delle tastiere e genio Jon Lord (1941-2012), un gesto davvero bellissimo da parte dei suoi ex compagni d’armi.
Lo spirito di Lord, soprattutto grazie al suo fedele successore Don Airey, aleggia anche su altri pezzi. Airey non era mai stato così creativo e brillante in nessuno degli ultimi due dischi dei Deep Purple, soprattutto quando si tratta di improvvisare e di costruire fluidi arrangiamenti sinfonici, ed è anche per questo che »Now What?!« è, dopo »Purpendicular« (1996), il lavoro in studio dei Purple più orientato all’art rock. Piacerà a tutti quelli che apprezzano i leggendari inglesi sia come padri dell’hard rock sia come pionieri del rock progressivo. L’inseparabile trio di vecchi compagni di merende, cioè l’eterno mattatore al microfono Ian Gillan, il bassista tuttofare Roger Glover e il batterista sopraffino Ian Paice, garantisce ai singoli brani la continuità delle classiche maniere sonore dei Deep Purple, un’altra buona notizia per i tradizionalisti, mentre il virtuoso americano della chitarra Steve Morse ha dimostrato definitivamente anche ai suoi più accaniti detrattori, dopo quasi 20 anni, di essere comunque la migliore sostituzione possibile di Ritchie Blackmore, la cui ombra graverà su di lui per sempre, cosa con cui lui stesso ha fatto pace da un pezzo. Evidentemente la versione Mark VIII della band su »Now What?«! ha finalmente trovato anche la giusta stabilità in studio, dopo essersi affermata da tempo come formazione dal vivo convincente. Al lavoro, poi, ha messo le mani anche il leggendario Bob Ezrin (Pink Floyd, Alice Cooper, Kiss, Hanoi Rocks ecc.), che va citato a parte per l’ottima produzione.
Su »Now What?!« i pezzi da ottimi ad almeno molto solidi abbondano, e si sente chiaramente che la band si è divertita un mondo a registrarli. Gli alti e bassi di qualità sono davvero pochissimi. Dopo tanti anni di silenzio in studio, i ‘nonnetti hard rock’ avevano davvero ‘tanto da dire’, e lo si avverte a ogni passo. I testi dimostrano che con l’età sono diventati un po’ più sensibili ai temi sociali di una volta: i singoli messaggi hanno un filo più senso del solito, perché i soliti argomenti piuttosto vuoti come donne, feste e sbornie, che un tempo regnavano nel vocabolario di Gillan, in certi punti hanno lasciato il posto a problemi più profondi, come l’alienazione dell’individuo in mezzo a tutte le assurdità del mondo globalizzato.
»A Simple Song« è forse addirittura l’apertura più insolita nella storia di questa leggendaria band: parte come una ballata malinconica, poi i ‘vecchi volponi’ arrivano al ‘sodo’ solo dopo il secondo minuto, quando cominciano a ‘bruciare’ alla maniera classica, con passaggi di chitarra affilati, strati massicci di organo Hammond e possenti rullate di batteria. Airey, che per tutto il disco è in splendida forma, si mette subito in mostra con brillanti improvvisazioni all’organo, come se si fosse impossessato di lui lo spirito del celebre predecessore, mentre il canto di Gillan, molto solido, resta più o meno in linea con le aspettative. Anche la bella tosta »Weirdistan«, in cui il leggendario cantante si cimenta col vocoder, con la sua atmosfera enigmatica è un esperimento piuttosto insolito e relativamente innovativo. Ancora una volta le improvvisazioni sono integrate in modo molto intelligente nello scheletro del pezzo. Non solo Airey: anche Morse non entusiasmava con assoli così freschi da un bel pezzo, come gli riesce su »Now What?!«. Pure le linee di basso eclettiche di Glover emergono più volte in primo piano, cosa che negli ultimi dischi non succedeva proprio spesso.
»Out of Hand«, intriso di atmosfera cupa, dopo una breve ouverture orchestrale si trasforma in un altro ‘incendiario’ micidiale, con una marea di frasi di chitarra sporche che faranno impazzire tutti gli amanti dei suoni più crudi. Stavolta Gillan si lancia in un’improvvisazione vocale più ampia del solito, tra registri alti e bassi, e bisogna ammettere che la sua voce, anche se tecnicamente non raggiungerà mai più i vecchi standard elevati, dopo tutti questi anni di bevute e di notti in giro si è comunque conservata bene.
»Hell to Pay«, uscito anche come singolo, è un altro centro riuscito, impostato secondo la ricetta Purple più classica: le linee piene di organo Hammond si intrecciano con frasi di chitarra incandescenti, mentre il ritornello ‘scandito’ sembra fatto apposta per far esplodere l’euforia dei concerti. Più che evidente che sia nato proprio con questo scopo, per far partecipare attivamente anche il pubblico. Il duo Morse-Airey entusiasma ancora una volta con improvvisazioni appassionate che faranno leccare i baffi a tutti gli amanti dei grandi virtuosi, mentre Paice alla batteria lavora come una ‘locomotiva a propulsione a razzo’, ed è giusto così. »Bodyline«, che scivola su acque funk e sarebbe piaciuto probabilmente anche all’ex membro Glenn Hughes, leggenda anche lui, visto che sembra fatto su misura per la sua voce (il che è un po’ ironico, dato che questa versione dei Deep Purple non suona nessun classico dei periodi Mk III e Mk IV), è un altro pezzo divertentissimo, con in primo piano un ritornello da festa e senza pensieri.
»Above and Beyond«, la prima delle due canzoni di »Now What?!« dedicate a Jon Lord, si apre con una pesante frase di chitarra, poi, come ci si poteva aspettare, entra un massiccio strato di organo Hammond che resta in primo piano fino alla fine del brano. L’atmosfera intensa cresce anche grazie al canto energico di Gillan, e questo contribuisce a fare di questo pezzo uno dei migliori del disco. Airey non si loda mai abbastanza, ed è un vero piacere che stavolta gli altri gli abbiano lasciato tanto spazio per le sue opere d’arte alle tastiere, dopo che su »Rapture of the Deep« era stato un po’ troppo ‘nelle retrovie’. »Blood From a Stone« è un altro esperimento furbo, con motivi insolitamente sofisticati dal sapore jazz e un pianoforte sottile in primo piano, interrotti però da qualche impennata in territori hard rock dove regnano passaggi di chitarra incazzati, strati battaglieri di ‘hammondone’ e rullate di batteria selvagge. Qui si potrebbe parlare persino di una breve e timida incursione nel mondo del jazz rock fusion, che conoscono benissimo non solo il versatile Morse, ma anche Gillan e Airey, che con quel mondo avevano avuto a che fare per l’ultima volta nella seconda metà degli anni Settanta.
L’opera sinfonica »Uncommon Man«, altro brano dedicato alla figura e all’opera di Jon Lord, è uno dei migliori risultati dei Purple, non solo negli ultimi vent’anni ma addirittura in tutta la loro carriera. La maestosa introduzione orchestrale contiene sottili variazioni di chitarra e delicate cortine di sintetizzatore. L’atmosfera imponente cresce d’intensità secondo dopo secondo, e il grado di pomposità sinfonica ricorda a tratti perfino i tempi d’oro dei leggendari Emerson, Lake & Palmer. Airey non ha mai nascosto che, oltre a Lord, l’influenza più forte su di lui come tastierista è stata Keith Emerson, e stavolta si sente più che in qualsiasi altro punto del disco. Lo stile carismatico di Gillan, che entra solo a metà del pezzo, si adatta di nuovo benissimo alla melodia centrale e al pomposo arrangiamento sinfonico. »Apres Vous«, che in inglese significa »After You«, è un altro pezzo riuscito che avrebbe potuto nascere nella prima metà dei Settanta, perché è costruito del tutto secondo le classiche maniere Purple. Anche il testo, dopo tanto tempo, è di nuovo un po’ più classicamente ‘alla Gillan’, visto che parla di sbronze e di rincorrere le gonnelle. A metà del pezzo arriva un’inaspettata svolta verso una sezione sperimentale, quasi fusion, che è un vero e proprio stacco ‘spaziale’ rispetto alla natura altrimenti hard rock della composizione. »All the Time in the World«, uscito come primo singolo da »Now What?!«, è più che evidentemente il pezzo più commerciale del disco, con un condimento ritmico relativamente semplice e un ritornello subito contagioso e marcatamente melodico. Rispetto al resto del disco è quasi un pop rocker, ma è anche una bella dimostrazione che i Deep Purple hanno ancora il senso per scrivere pezzi un po’ più compatti e con un buon potenziale commerciale.
L’ultimo brano della versione regolare dell’album è »Vincent Price«, terzo singolo del disco e altro gran bel centro, dedicato all’omonimo attore cinematografico americano, noto soprattutto per i suoi ruoli in numerosi film horror. Di conseguenza il pezzo ha un’atmosfera piuttosto cupa e da brividi, con una marea di effetti ‘spaventosi’ alle tastiere. Non mancano nemmeno vocalizzi corali sostenuti dall’orchestra. Passaggi di chitarra incisivi, insieme a strati di organo Hammond dai toni fantasmagorici, danno un supporto eccellente alla performance vocale teatrale di Gillan. Anche se per carattere e testo sarebbe più adatto a dei Black Sabbath, per le sue componenti sonore è comunque un classico Purple riconoscibilissimo. In chiusura, come bonus track, c’è una cover piuttosto divertente di uno standard del rock and roll, »It’ll Be Me«, il cui autore originale è Jack Clement, mentre nel 1957 la eseguì per la prima volta il leggendario Jerry Lee Lewis, uno degli eroi musicali di Gillan e fonte di ispirazione per il suo canto.
E adesso? Niente, avanti verso nuove vittorie in studio e dal vivo! »Now What?!« è, sotto ogni aspetto, il miglior album dei Deep Purple dopo »Purpendicular«, una gran bella notizia per tutti quelli che avevano già scartato in silenzio i leggendari patriarchi dell’hard rock, convinti che come formazione da studio non avessero più nulla di fresco da offrire. I vecchi volponi, dopo una lunga pausa dallo studio, con »Now What?! hanno quindi tolto il vento dalle vele a tutti gli scettici, dimostrando di essere oggi una delle pochissime band con più di quarant’anni di carriera ancora capace di sfornare album entusiasmanti, anche se nessuno avrebbe avuto granché da ridire se si fossero semplicemente adagiati sugli allori, visto che in carriera, come musicisti, hanno raggiunto praticamente tutto quello che c’era da raggiungere, anche se i sudditi americani delle grandi corporation discografiche non li hanno ancora inseriti nella cosiddetta ‘Rock and Roll Hall of Fame’.
Formazione
Ian Gillan – voce
Roger Glover – basso
Steve Morse – chitarra
Don Airey – tastiere
Ian Paice – batteria
MUSICISTI OSPITI:
Jason Roller – chitarra acustica su “All The Time In The World”
Eric Darken – percussioni su “Bodyline” e “All The Time In The World”
Mike Johnson – steel guitar su “All The Time In The World” e “Vincent Price”
David Hamilton – tastiere aggiuntive su “Uncommon Man”, “Weirdistan” e “Above And Beyond”
Students of Nimbus School of Recording Arts – voci aggiuntive su “Hell to Pay”
Bob Ezrin – cori aggiuntivi e percussioni
Produzione
Bob Ezrin
Tracklist
1. A Simple Song (4:39)
2. Weirdistan (4:14)
3. Out Of Hand (6:10)
4. Hell To Pay (5:11)
5. Body Line (4:26)
6. Above And Beyond (5:30)
7. Blood From A Stone (5:18)
8. Uncommon Man (7:00)
9. Après Vous (5:26)
10. All The Time In The World (4:21)
11. Vincent Price (4:46)
12. It’ll Be Me (Bonus track) (3:03)