Nuova gita in Baviera con i Motörhead (2010)

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Autore: Urban Bolta
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Zenith Halle / Monaco di Baviera / Germania
Data del concerto: 10.12.2010
Numero di spettatori: 5
Prezzo del biglietto: 40,00€

Dicembre in Germania fa rima da sempre con tour dei Motörhead. Anno dopo anno. Ogni due estati i veterani dell’heavy metal inglese calcano anche i palchi dei festival, quindi per ogni rocker tedesco doc le gite targate Motörhead sono roba di ordinaria amministrazione. Eppure non si stancano mai. I tedeschi hanno dimostrato ancora una volta quanto siano legati alle forme più tradizionali del rock, riempiendo fino all’ultimo angolino la Zenith Halle monacense, una sala comunque piuttosto grande nella zona industriale a nord della capitale bavarese.

Dalla Slovenia alla Zenith Halle la strada è lunga. Soprattutto se ignori i vari navigatori oggi così in voga e ti affidi solo al tuo istinto e ai ricordi delle visite precedenti alla sala. La cosa si complica ancora di più quando scopri che l’uscita München-Nord, quella che ti porta praticamente davanti alla Zenith Halle, è chiusa, e la ciliegina sulla torta è la partita di campionato del Bayern appena finita proprio lì vicino, con decine di migliaia di persone che bloccano nello stesso momento le strade su cui stai guidando a caccia della destinazione. Visto che le cose non possono mettersi male per sempre, io e Aleš abbiamo superato tutti gli ostacoli e poco prima delle otto di sera, in maglietta a maniche corte con un freddo siberiano, siamo entrati nella sala tanto cercata, dove l’atmosfera era già bella che surriscaldata.

Sul palco si aggirava già la regina dell’heavy metal Doro Pesch, il che significa che ci siamo persi l’esibizione degli stoner metaller svedesi Grand Magus – pazienza, l’esame di riparazione è ad aprile, quando gli svedesi suoneranno con i Grave Digger alla Metelkova di Lubiana. Nella mezz’oretta scarsa di concerto che io e Aleš abbiamo beccato, la rodata Doro ha mostrato di conoscere tutti i trucchi del palco e di avere abbastanza esperienza per accontentare la gente. Il repertorio era marchiato a fuoco dai pezzi dei Warlock, e come ciliegina ha aggiunto anche il classico dei Judas Priest Breaking The Law. Il momento più sentimentale è arrivato con Für Immer, durante la quale il chitarrista Luca Princiotta si è seduto alle tastiere e, dopo i precedenti schiacciasassi heavy metal, ha regalato melodie più delicate. Doro ha incitato il pubblico per tutto il tempo con gesti studiati, anche se non è bastato a togliermi la sensazione che la sua prestazione sul palco fosse tirata per i capelli e, in fondo, solo un mix di mosse alla Dio e teatralità alla Manowar. Con il classico All We Are la regina dell’heavy metal ha chiuso di routine il suo set standard, senza picchi, cavandosela dignitosamente nel ruolo di band di apertura prima dei grandi Motörhead.

Dopo una snervante attesa (che ovviamente non regge il confronto con le due ore di sofferenza ai Motörhead a Padova l’anno scorso) sul palco si sono sistemati Lemmy Kilmister (voce, basso), alla sua sinistra Phil Campbell (chitarra) e dietro, alla batteria, Mikkey Dee. Lemmy si avvicina al microfono e pronuncia le famose parole: “Siamo i Motörhead. Suoniamo rock’n’roll”, che da anni aprono i loro concerti. Si può essere più tradizionali di così? In un mare di band che investono nell’intro fatiche titaniche e montagne di soldi, il cancelliere di ferro Lemmy resta fedele a un motto semplice e riconoscibile, seguito da una scarica dritta in faccia. Stavolta, per un’esecuzione perfetta dell’intro, gli mancava solo la sigaretta tra le labbra.

Il concerto è stato aperto dalla saltellante We Are Motörhead, vecchia di dieci anni, cosa che non succedeva dal tour “Hammered” del 2002. Subito dopo, due minuti di scarica con l’antichissima Stay Clean, la vera medicina per quei palati fini che riconoscono la creatività dei Motörhead solo fino a metà anni Ottanta. Il brano Get Back In Line dall’album fresco di stampa “The Wörld is Yours” è stato un cambio ben accetto nel loro repertorio che si rinnova lentamente, e contiene tutti gli elementi tipici dei musicisti britannici, dal basso tiratissimo di Lemmy e le linee vocali inconfondibili, passando per la chitarra punk di Campbell fino al mostruoso martellare di Dee sulle pelli.

Durante il concerto la temperatura nella sala si avvicinava al punto di ebollizione. Ci hanno messo del loro, comprensibilmente, Lemmy e Phil, che con innumerevoli occhiate ai fonici e pollici alzati hanno fatto capire che il volume di monitor e casse stava salendo a picco, una bella prova per i timpani di ogni spettatore. I Motörhead un limite massimo semplicemente non lo conoscono. Guardando il concerto da vicinissimo, cioè dalle prime file, si notano tanti dettagli interessanti sulla comunicazione nella band che all’occhio di chi sta in mezzo alla sala di sicuro sfuggono. Più volte è bastato incrociare gli sguardi tra i tre per intendersi su quante battute allungare il pezzo o quanti colpi di rullante servissero ancora per chiudere. Anche il prolungamento del pezzo conclusivo Overkill è stato del tutto spontaneo: uno sguardo di Lemmy verso Phil e l’attacco della linea di basso inconfondibile sono bastati perché il pezzo entrasse nel suo terzo stadio.

Ai classici suonati regolarmente, Metropolis , I Got Mine, il rock’n’roll purosangue di Going To Brazil, Ace Of Spades e ai pezzi più recenti sempre presenti, One Night Stand o Rock Out, hanno dato un tocco di interesse alla scaletta The Chase Is Better Than The Catch (“Ace Of Spades, 1980) e la più recente, già citata Get Back in Line, oltre a I Know How To Die. Rispetto ai tour precedenti, stavolta Whorehouse Blues e Iron Fist sono state tirate via in fretta. Il fedele pubblico dei Motörhead respirava con la band e la seguiva a ogni passo, cantando persino i ritornelli di pezzi ufficialmente ancora inediti.

Lemmy ha dimostrato ancora una volta di essere un’icona carismatica senza eguali. Più autentico di lui non si può. Lanciato a ritmo forsennato, con il cappello calato in testa e quel borbottio vocale inconfondibile che gli funziona ancora alla grande, un’ora e mezza buona è volata via in un attimo. All’ombra della personalità di Lemmy, e questo mi ha sorpreso, il pubblico ha ignorato il chitarrista Phil Campbell, i cui due o tre interventi tra un pezzo e l’altro sono caduti nel vuoto e non hanno ottenuto il “feedback” sperato. Tutte le sue qualità Mikkey Dee le ha messe di nuovo in mostra – nascosto dietro un’imponente batteria dettava il ritmo con velocità animalesca, e al pubblico si è mostrato solo all’inchino a fine concerto – fino ad allora avevamo visto solo la sua chioma al galoppo sopra i piatti. La nuova gita in Baviera è stata un viaggio che valeva la pena, perché le gocce di sudore sul palco hanno dimostrato che i concerti in Germania sono ben più che pura routine. Il fedele pubblico tedesco ha ricevuto ancora una volta una lezione di rock’n’roll crudo e a tutto volume, che tra qualche anno rimpiangeremo parecchio. Proprio per questo ogni nuovo incontro con i Motörhead è come il primo!

foto: Aleš Podbrežnik

Scaletta

GRAND MAGUS: 1.Kingslay 2.Like The Oar Strikes The Water 3.Hammer Of The North 4.Ravens Guide Our Way 5.I, The Jury 6.Iron Will DORO: 1.Earthshaker 2.I Rule the Ruins 3.Running From the Devil 4.Burning the Witches 5.Metal Racer 6.Wacken Hymne (We are the Metalheads) 7.Für immer 8.Breaking the Law 9.All We Are MOTORHEAD: 1.We Are Motörhead 2.Stay Clean 3.Get Back In Line 4.Metropolis 5.Over the Top 6.One Night Stand 7.Rock Out 8.Assolo di chitarra 9.The Thousand Names Of God 10.I Got Mine 11.I Know How To Die 12.The Chase Is Better Than the Catch 13.In the Name of Tragedy (più assolo di batteria) 14.Just ‘Cos You Got the Power 15.Going To Brazil 16.Killed By Death 17.Ace Of Spades —bis— 18.Born To Raise Hell 19.Overkill

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