Nursery Cryme

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Genesis
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1971
Voto: 5/5

“Nursery Cryme”, terzo disco dei Genesis, è probabilmente il disco più importante nella storia della band. E anche uno dei dischi più importanti per il rock progressivo. Con questo album i Genesis si sono finalmente messi alla pari dei giganti ormai affermati del prog rock e hanno dato il via al periodo migliore della loro carriera. Si è formata la loro line-up classica, quella che ancora oggi i fan apprezzano di più. I nuovi arrivati sono il chitarrista Steve Hackett e il batterista Phil Collins (ex-Flaming Youth). Due geni, ognuno nel suo campo: Hackett con il suo stile classicheggiante e romantico, Collins con il suo drumming jazzato e stratificato. Tony Banks, a quel punto, aveva già portato l’arte del mellotron alla perfezione, e si sente soprattutto negli epici “Seven Stones” e “The Fountain of Salmacis”. Eppure la vera stella centrale di questa line-up magistrale, quella che ha scritto la storia del rock, era Peter Gabriel: cantante, flautista a tempo perso e visionario della musica. La sua voce, ottima, melodrammatica ma anche sarcastica, misteriosa e mistica, era fenomenale, e attraverso le composizioni degli altri ha fatto rivivere tante leggende dell’antica Inghilterra, così tipiche di questo periodo “d’oro” della band.
Con testi in apparenza fantastici, ma in realtà una grande critica alla società inglese e alla sua falsa morale, era avanti anni luce. Merito di Banks, poi, se la maggior parte dei pezzi suona come se li stesse eseguendo un’orchestra e non una persona sola. Il merito principale va ovviamente al mellotron, che su questo disco ha portato alla perfezione assoluta. I capolavori vocali di Gabriel, la drammaticità e la visione, la chitarra classicheggiante e romantica di Hackett, il suono massiccio di Hammond e mellotron di Banks, il drumming jazz affiatato di Collins e le linee di basso intelligenti e melodiche di Rutherford: ecco la ricetta delle loro composizioni eccellenti e del successo che, dopo questo disco, non ha fatto che crescere. “Nursery Cryme” è un album dinamicissimo, con armonie vocali e strumentali grandiose, e rappresenta un altro passo avanti nell’evoluzione del gruppo.

“The Musical Box”, negli anni diventata il loro pezzo-simbolo e una delle canzoni dei Genesis più amate in assoluto, è in sostanza una storia struggente su un aristocratico inglese in punto di morte e sul crollo del suo mondo immaginario: il vecchio, moralmente distrutto, poco prima di morire desidera toccare almeno una volta il corpo morbido e caldo di una ragazza, la sua cameriera o infermiera (da qui probabilmente anche il titolo del disco). La voce misteriosa e a tratti beffarda di Gabriel apre l’introduzione, accompagnata dallo splendido arrangiamento di organo e mellotron di Banks e dalla chitarra acustica di Hackett. Seguono passaggi di mellotron stratificati, dove si mescolano armonie vocali a più voci e veri motivi folk, quasi medievali, alla chitarra, che danno vita alla storia di cui sopra. Hackett, con l’acustica, prima della parte centrale sfodera una delle sue melodie di chitarra più belle di tutto il disco. Poco dopo arriva un passaggio davvero brutale (nello stile di “The Knife” dal disco precedente), dove Hackett e Banks brillano con i loro assoli elettrizzati. Gabriel cambia il modo di cantare in modo così efficace, e “racconta” la canzone così bene, che l’intero epico si dipana davanti agli occhi come un film. Soprattutto l’ultima parte, che si chiude con versi drammatici. “Why don’t you touch me….touch me, touch me, touch me now, now, now…” canta un Gabriel infuriato, e segue un finale orchestrale eccezionale.

Segue la breve e bella ballata “For Absent Friends”. È al posto giusto nel momento giusto e ha la durata perfetta. Calma magnificamente la tensione dopo il primo epico ed è la preparazione alla successiva composizione colossale. Il pezzo è importante anche perché ci fa sentire per la prima volta il talento vocale del batterista Phil Collins, che emergerà soprattutto nei dischi successivi. Anche se tecnicamente inferiore, meno carismatico e meno drammatico, già in questa fase iniziale il suo timbro ricordava un po’ quello di Gabriel, cosa che alla band è venuta benissimo nelle armonie vocali a più voci. Hackett, con l’accompagnamento alla chitarra acustica, dimostra di essere già allora uno dei chitarristi più versatili e talentuosi.

“The Return Of The Giant Hogweed”, un vero thriller fantascientifico vittoriano sulla vendetta di un’erbaccia gigante che un botanico vittoriano aveva portato dalla Russia alla corte inglese, è pura perfezione e uno dei pezzi più “infernali” della loro storia.
Per questo certe parti del brano possono scioccare anche i fan di gente come i Black Sabbath. Soprattutto la parte centrale e quella finale. Gli assoli di Hackett in questo epico sono a tratti davvero infernali e il suo uso del “tapping” e dello “sweep picking” era rivoluzionario per l’epoca. Nella parte finale il pezzo letteralmente “esplode”, e durante lo “scontro” degli strumenti ti sembra proprio di vedere l’erbaccia gigante che cresce, dilaga e stritola tutto ciò che trova. La voce di Gabriel qui suona beffarda, quasi cattiva (un po’ alle spese della stupidità umana e della sua leggerezza verso la natura), e spesso sale anche sulle note alte. Si sente benissimo anche il basso “groovato” e melodico di Rutherford, e gli splendidi passaggi jazzati di Collins sui tamburi. Chi non capisce la parte d’apertura, quella “a sega”, di questo pezzo eccellente non capirà mai il rock progressivo.

“The Seven Stones” è un altro splendido epico romantico, che racconta la storia di un vecchio marinaio povero a cui sono rimaste solo sette pietre magiche, con le quali alla fine riesce a rinascere. A me, ogni volta, quando nel pre-ritornello Gabriel canta il verso “and the changes of no consequence will pick up the reins from nowhere…”, vengono i brividi lungo la schiena. La sua voce drammatica qui è meno sarcastica e per questo molto più mistica. L’assolo finale di mellotron, che crea una vera atmosfera orchestrale, si può paragonare solo ai capolavori epici dei primi King Crimson (quel  mellotron, chiamato “Mark II”, lo  hanno ordinato proprio da loro). Però, mentre questi ultimi in quel periodo avevano già cominciato piano piano ad abbandonarne l’uso, Banks ha affinato questo strumento fino alla perfezione.

Con la satira “Harold the Barrel” la band ha mostrato anche il suo senso dell’umorismo nero. Questo brano scanzonato, ondeggiante e divertente allenta di nuovo un po’ l’atmosfera drammatica del disco, anche se il finale è “nero”. La canzone parla infatti di un panettiere di paese che, deluso dalle risate e dall’incomprensione della gente, alla fine si getta dalla finestra. Nel testo Gabriel prende in giro, tra l’altro, anche il programma inglese della BBC.

“Harlequin” è una ballata bellissima, tranquilla e romantica, ed è anche il pezzo più “allegro” di tutto il disco, con un ritornello epico e ottimista. Qui domina il canto delicato di Gabriel con le melodiche armonie a più voci, più l’ottimo accompagnamento di Hackett alla chitarra acustica. Non so perché, probabilmente per le sue esibizioni sul palco di allora, ma per me questo pezzo e il suo titolo sono una splendida personificazione di Peter Gabriel come arlecchino (il clown triste). Senza dubbio una delle canzoni brevi più belle della storia del gruppo.

Il vero apice del disco è però senza dubbio il pezzo conclusivo, l’epico mitologico “The Fountain of Salmacis”, che racconta l’antica leggenda greca di Ermafrodito, ovvero di come è nato (Hermos dava la caccia a una bellissima ninfa che però non si lasciava prendere, e per questo si trasformò in una sorgente. Quando Hermos, disperato, vi si gettò dentro, i due si unirono, e chiunque si bagnasse in quell’acqua, o fonte, diventava bisessuale). Nella parte centrale del brano tutti i membri del gruppo brillano di nuovo, e qui farei davvero fatica a metterne in risalto uno in particolare. La voce di Gabriel è ovviamente di nuovo drammatica e sentita fino in fondo. Il mellotron di Banks, invece, stavolta è suonato in modo così fenomenale (nel pezzo c’è uno dei migliori assoli di mellotron che abbia mai sentito) che ogni volta che lo ascolto mi toglie il fiato. Il suo suono è così sinfonico che ti dimentichi davvero che la band non è accompagnata da un’orchestra. Il culmine è il climax finale, quando si fondono armonie vocali alte a più voci, mellotron, chitarra incandescente e una linea ritmica sempre più incalzante. A me, lo ammetto, al primo ascolto di questo pezzo, con tutta la sua magnificenza, sono quasi spuntate le lacrime.

“Nursery Cryme” è la prima delle classiche create dalla band e il primo disco con cui sono diventati finalmente noti anche al grande pubblico, non solo ai loro fan. Con l’arrivo di Steve Hackett alla chitarra e di Phil Collins alla batteria i Genesis hanno finalmente trovato quella formazione d’oro. L’uscita del chitarrista originale Anthony Phillips, per dire, non si nota nemmeno, perché lo stile di Hackett è sorprendentemente simile. Lo stile di batteria di Collins, invece, è puramente jazz, ed è proprio questo che la band ha guadagnato di più con la nuova formazione. Se “Trespass” (1970) ha segnato una svolta completa di stile e di maturità e il primo disco “vero”, progressivo, del gruppo, “Nursery Cryme” ne è il potenziamento e il loro primo vero capolavoro, oggi un classico del rock progressivo e una di quelle opere che nessun vero ascoltatore del genere dovrebbe lasciarsi sfuggire.

Formazione

Peter Gabriel – voce, flauto, tamburello, grancassa
Steve Hackett – chitarra elettrica e a 12 corde, chitarra acustica, cori
Tony Banks – organo, mellotron, piano, piano elettrico, chitarra a 12 corde, cori
Mike Rutherford – basso, pedaliera del basso, chitarra a 12 corde, cori
Phil Collins – batteria, cori, percussioni, voce(2)

Produzione

John Anthony

Tracklist

1. The Musical Box (10:24)
2. For Absent Friends (1:44)
3. The Return Of The Giant Hogweed (8:10)
4. Seven Stones (5:10)
5. Harold The Barrel (2:55)
6. Harlequin (2:52)
7. The Fountain Of Salmacis (7:54)

Durata totale: 42:35

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