Ocean

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1977
Voto: 5/5

“Ocean”, album concept sull’ascesa e la caduta della mitologica Atlantide, ha rappresentato per i leggendari space rocker tedeschi Eloy il trionfo più grande della loro carriera, sia sul piano artistico che su quello commerciale. Per quanto riguarda quest’ultimo, basta un dato: all’uscita di “Ocean” la band ha ottenuto nelle classifiche della sua Germania piazzamenti migliori di quelli che avevano allora le uscite di Genesis, Pink Floyd o Queen. Frank Bornemann, chitarrista e cantante, nonché musicista centrale del gruppo, non si sognava nemmeno lontanamente che la sua band, dopo l’uscita dell’ottimo “Dawn” (1976), l’album che con l’aiuto di un’orchestra sinfonica l’aveva sparata tra i grandi del progressive mondiale, avrebbe raggiunto un successo simile con il disco successivo. L’ambiziosa visione di Frank, quella di trasformare il gruppo in una superpotenza progressive su scala mondiale, aveva finalmente ottenuto la sua piena conferma. Chi vuole sentire gli Eloy in tutta la loro magnificenza sinfonico-space rock non deve guardare altrove che a “Ocean”, la stella più luminosa della costellazione Eloy.

Il concept di “Ocean”, come detto, è costruito sulla storia dell’ascesa e della caduta della leggendaria civiltà di Atlantide, che fin dall’antichità accende la fantasia umana e fa venire i capelli bianchi a tutti gli storici “seri”. La storia di una terra paradisiaca ma condannata comincia quando Poseidone crea dalle acque il continente mitologico e vi insedia l’umanità. Quest’ultima lo venera poi fedelmente per decenni, soprattutto in segno di gratitudine per il progresso culturale, materiale e spirituale. Questo periodo idilliaco dura finché (come di solito accade) la superbia non prende il sopravvento e gli uomini vogliono competere con gli dèi per sapere e potenza. A questo scopo cominciano a trascurare sempre di più la spiritualità e a investire tutte le energie nello sviluppo della scienza e della tecnologia. L’apice dello sviluppo tecnologico ed empirico lo raggiungono con la fondazione della città dei computer, Logos, con cui volevano arrivare al livello celestiale dei propri maestri. Decisero di creare una nuova razza di dèi che sostituisse i vecchi. Ma il progetto di intelligenza artificiale crolla e i computer cominciano a dominare e controllare sempre di più la vita degli abitanti, che diventano sempre più vuoti, avidi e materialisti. Gli dèi furiosi, con Poseidone in testa, decidono di annientare per sempre con le inondazioni l’umanità ingrata e decadente, e Atlantide sparisce per sempre insieme ai suoi abitanti nelle profondità del mare. Una storia che nel corso dei secoli è comparsa in varie versioni (il più delle volte in quelle sul “diluvio universale”) e che continuerà ad agitare gli animi finché esisteranno civiltà che si ritengono evolute, nonostante la maggior parte di esse con la sua politica spinga (di nuovo?) l’umanità con particolare zelo verso il baratro. L’atmosfera dell’album, in linea con il concept, è nettamente più cupa rispetto alle produzioni precedenti. Si avverte di continuo un freddo gelido, oceanico, e una visione futuristica di un avvenire cibernetico in cui l’intelligenza artificiale ha preso il primato sull’esistenza umana, che spira soprattutto dalla natura sinfonica dei singoli arrangiamenti.

Dal punto di vista musicale è un album che ha unito nel modo migliore complessi arrangiamenti sinfonici e tappeti ambient da space rock. L’orchestra che aveva partecipato a “Dawn” si era rivelata un lusso costoso, e la band ha dovuto rinunciarvi, il che l’ha fatta pendere di nuovo un po’ di più verso l’impostazione ambient da space rock, avvicinandola sonoramente ai Pink Floyd più che, mettiamo, agli Yes. Il suono del gruppo è diventato ancora più raffinato e pulito, mentre le oscure improvvisazioni ormai appartenevano al passato. Il tastierista Detlef Schmidchten ha compensato con successo l’assenza dell’orchestra usando molto più spesso tappeti atmosferici, che in questo disco stanno sempre ben in primo piano rispetto alla chitarra di Frank, cosa non sempre scontata fino ad allora. Queste mistiche trame di tastiere si intrecciano spesso splendidamente con i passaggi chitarristici di Frank, fino a formare un tutt’uno sonoro quasi inscindibile. L’approccio chitarristico di Frank, a questo punto della carriera, era diventato nettamente più morbido e sottile, e le sfuriate più incisive da heavy rock qui sono per lo più occasionali. La maggior parte dei testi stavolta l’ha scritta nientemeno che il batterista Jürgen Rosenthal. Questi, come da tradizione delle band prog rock tedesche che non avevano geni lirici del calibro di Peter Gabriel o Peter Hammill, non sono granché brillanti, ma per presentare le singole parti del concept al profano medio, che non si addentra nella letteratura di fantascienza o nella metafisica, sono più che decenti. La voce inconfondibile di Frank, impregnata di accento tedesco, come nella maggior parte dei loro album è, al solito, questione di gusti personali e, secondo me, non intacca per niente l’eccellenza generale di questo disco. Anche se nell’album ci sono solo quattro composizioni, sono tutte di durata epica.

“Poseidon’s Creation” è un’introduzione drammatica degna del suo titolo, intrisa di strati sottili di tastiere ambient, a cui nel proseguire, dopo il primo passaggio sui suoni dell’organo hammond, si uniscono numerosi passaggi di batteria, un basso melodico e riff di chitarra infuocati. I passaggi di chitarra “piangenti” di Frank richiamano inevitabilmente certi tocchi di David Gilmour (Pink Floyd). L’atmosfera è più intensa quando la chitarra si fonde con le trame drammatiche dell’organo hammond e del sintetizzatore moog. Quando entra la voce di Frank (nei ritornelli il suo accento tedesco è particolarmente marcato), nel brano cominciano a scorrere trame sinfoniche in più parti, sotto l’incalzare crescente della batteria di Rosenthal, che crea un’atmosfera magnifica. L’irruzione improvvisa e splendida del moog, con quel suono tutto suo che più tardi avrebbe contribuito in modo importante anche al sound tipico del neo progressive rock, e i passaggi di chitarra posati con delicatezza sono una vera favola sinfonica per ogni gourmet del prog rock.

“Incarnation Of the Logos”, che si apre con tappeti drammatici e minacciosi di mellotron e una voce lontana, quasi sussurrata, annuncia il momento del concept in cui Atlantide suggella definitivamente il proprio destino. Questa onda ambient in crescendo, con una narrazione nel mezzo che include la voce di un computer, dura parecchio prima che arrivi uno splendido passaggio e un arrangiamento da sogno, formato dall’interazione tra tastiere stratificate, chitarra e la batteria saltellante e dinamica di Rosenthal. Quest’ultima si merita ogni onore e spesso rimanda ai tocchi riconoscibili del ben più noto Neil Peart (Rush). A un certo punto, in mezzo ad arrangiamenti sinfonici e a tanti passaggi di batteria infuocati, entra anche una voce energica. Un vero trionfo sinfonico e melodico.

Dopo ogni apice segue l’inevitabile declino. “Decay Of the Logos”, che si apre con il sferragliare del basso di Klaus-Peter Matziol, suoni di moog e un eccellente lavoro di piatti, porta l’ascoltatore in un drammatico viaggio sonoro attraverso il complesso sistema di un’intelligenza artificiale che ha superato il suo scopo originario, umanitario, ed è diventata una minaccia per l’esistenza umana. Tra le singole pause ritmiche si sentono anche suoni di vento che arrivano da sotto i synth. Il tutto sale fino al primo passaggio, che porta il pezzo in acque nettamente più energiche, dove regnano passaggi di batteria infuocati e possenti passaggi di chitarra che per un attimo risvegliano le radici heavy rock del gruppo. Anche la voce di Frank suona nettamente più convincente quando esprime emozioni più drammatiche. L’irruzione di sottili strati di sintetizzatori è eseguita davvero da maestri e si inserisce alla perfezione nell’eccellente combinatoria della batteria. Una delicata melodia di chitarra ammorbidisce un po’ tutta questa drammaticità travolgente.

Segue il culmine ambient, concettuale e compositivo dell’album, “Atlantis’ Agony At June 5th – 8498, 13 p.m. Gregorian Earthtime”, con la sua sinistra (esatta?) data della catastrofe che ha cancellato per sempre dalla faccia della terra una civiltà un tempo magnifica, affondata a causa della superbia umana (non dire due volte che la stessa sorte potrebbe un giorno toccare anche a noi, il che rende ogni concept sulla tragedia di Atlantide ancora più interessante e attuale anche oggi). Dopo una narrazione drammatica che contiene l’epilogo del concept arriva una lunga sezione ambient con numerosi tappeti sonori di mellotron e mini moog e tanti suoni elettronici. Col tempo si insinua anche il suono drammatico dell’organo, che non fa che aumentare l’atmosfera macabra della grande catastrofe. Nel mezzo si sente più volte la voce del narratore. Quando arrivano i passaggi drammatici di batteria, vi si inserisce un meraviglioso motivo melodico insieme all’accompagnamento vocale. Il tutto si chiude con suoni di tastiere in crescendo, piuttosto inquietanti, che si allontanano in lontananza. Il più grande esperimento ambient della loro storia è riuscito alla grande ed è ancora oggi fonte d’ispirazione per numerose band space rock contemporanee.

“Ocean” è ai miei occhi il miglior album della band e uno dei migliori album prog rock della seconda metà dei ’70, che si merita solo superlativi. L’atmosfera mistica va sempre a braccetto con il concept mitologico e, con i suoi messaggi drammatici, stuzzica con successo i sensi spirituali degli ascoltatori. La produzione dell’album era di sicuro in anticipo sui tempi. Frank è cresciuto non solo come chitarrista, ma anche come produttore. Gli Eloy forse non erano davvero tra i principali innovatori nella storia del rock progressive e nella loro musica si potevano sempre cogliere certi influssi di band progressive rock più note a livello mondiale, ma all’epoca erano di sicuro tra le più audaci e ambiziose. Nel momento in cui il punk aveva già cominciato a tendere i suoi artigli fangosi e aveva dichiarato guerra a tutti i “dinosauri” del rock, loro non si sono fermati un attimo e hanno sfornato uno dopo l’altro lavori ambiziosi, per lo più concettuali, senza guardare alle classifiche radiofoniche. Tutto questo, insieme all’uso graduale e riuscito delle nuove tecnologie di registrazione e dei nuovi suoni disponibili, ha fatto degli Eloy una delle band più tenaci e rispettate dell’età d’oro del progressive rock, mentre molti dei loro modelli nel frattempo erano finiti ai margini dell’oscurità, in un cambiamento sonoro totale, o semplicemente erano affondati nella storia. Molti anni dopo, per l’esattezza nel 1998, gli Eloy hanno registrato il seguito di questo capolavoro concettuale, che si è rivelato un degno successore, ma quella è tutta un’altra storia, che verrà svelata in un’altra recensione.

Formazione

Frank Bornemann – voce, chitarra
Klaus-Peter Matziol – basso, voce di accompagnamento
Detlef Schmidtchen – tastiere, mellotron, xilofono, voce
Jürgen Rosenthal – batteria, percussioni, flauto

MUSICISTI OSPITI:
The Boys Of Santiago – coro (1)

Produzione

Frank Bornemann

Tracklist

1. Poseidon’s Creation (11:38)
2. Incarnation Of The Logos (8:25)
3. Decay Of The Logos (8:15)
4. Atlantis’ Agony At June 5th – 8498, 13 p.m. Gregorian Earthtime (15:35)

Durata dell’album: 43:53

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