Omega

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Artista: Asia
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2010
Durata: 61:50
Voto: 3/5

Dopo l’album “Phoenix”, che ha segnato il ritorno della formazione classica con John Wetton (voce, basso), Steve Howe (chitarra), Geoff Downes (tastiere)  e Carl Plamer (batteria), gli Asia hanno deciso di tirare dritto. I ragazzi hanno capito che ne vale la pena, che stanno bene insieme e, non ultimo, che è la cosa principale. Sentivano di poter ancora comporre insieme del materiale. Il materiale come lo conosce la classica Asia. Faccio un’allusione per tutti quelli che magari vivono ancora nell’illusione che oggi esista un’altra Asia. Si tratta degli Asia FJP (leggi: Asia featuring John Payne). Questa ha ereditato il lascito di tutti gli album degli Asia usciti tra il 1992 e il 2004. In quel periodo, dei membri originali nella formazione era rimasto solo Geoff Downes. Siccome praticamente tutto il materiale in quegli anni lo ha scritto John Payne, a lui spetta la proprietà d’autore su quei pezzi. Downes, invece, con i suoi tre compari degli Asia degli anni Ottanta, ha finalmente visto arrivare in casa il nuovo album degli Asia classici, intitolato “Omega”. È in tutto il quinto album degli Asia in questa line-up. Li elenco al volo: “Asia”, “Alpha”, “Astra”, “Phoenix”, “Omega”.

“Phoenix” ci aveva lasciato con sensazioni parecchio contrastanti, di poca originalità e autoripetizione, di nascondersi dietro la gloria dei vecchi successi anni Ottanta, e dal punto di vista artistico non aveva convinto fino in fondo. Se voglio continuare a fare il cattivo, ci si è addirittura chiesti perché mai servisse un nuovo album. “Omega” corregge questo retrogusto amaro. Per la prima volta in carriera la band ha invitato in studio anche un produttore. Fino a “Phoenix” aveva sempre prodotto da sola i propri dischi. Al timone della produzione si è così ritrovato Mike Paxman, responsabile ad esempio del suono del nuovo lavoro in studio degli Uriah Heep, “Wake The Sleeper” (2008).

Paxman ha messo in risalto nei brani un suono caldo e vivo, una novità rispetto al suono (da arena) volutamente gonfiato in produzione che ha sempre contraddistinto la band. Così è riuscito a tirare fuori dai pezzi ancora più compattezza, coesione tra i mattoni del sound, per il resto unico, degli Asia, e a sottolineare il legame tra i quattro musicisti, diciamo pure una sorta di alchimia da studio. Il suono del nuovo album suona molto più organico e reale. Questo aiuta a far salire dinamica e intensità soprattutto nei pezzi a medio tempo, che anche stavolta fanno la parte del leone nel disco. Questa produzione fa bene soprattutto a brani come Still The Same o Don’t Wanna Loose You Now. Entrambi portano impressa, nella melodicità rifinita, una presa del fascino dei The Beatles ereditata dal passato.

Anche l’altro brano del disco, Through My Veins, con una produzione così sviluppa un’atmosfera teatrale fenomenale. Il pezzo si basa su un motivo di chitarra drammatico che si appoggia su un tempo medio. Il motivo di chitarra si fonde alla perfezione con il tappeto di tastiere sullo sfondo, che approfondisce l’ambient drammatico del brano. È uno dei pezzi più drammatici del disco, per non dire tetri, e la malinconia a cui gli Asia ci hanno abituati è sfruttata al meglio. Non senti un briciolo di pateticità. Lo stesso vale per la ballad  There Was A Time. Questo pezzo, con un tocco di melos celtico,  guadagna gradualmente in atmosfera giro dopo giro. Qui gli Asia dimostrano di essere maestri nel “piegare” i motivi e nell’intreccio dei motivi stessi, aggiungendo giro dopo giro nuovi ornamenti strumentali al nucleo dei motivi guida. La voce inconfondibile di Wetton in momenti come There Was A Time si esprime anche nel modo più intenso. Con emozione, ovviamente. Questi due brani sono vestiti alla perfezione e tirano fuori il meglio dal quartetto nel nuovo album. Purtroppo i momenti che convincono fino in fondo su “Omega” sono meno.

Finger On The Trigger è la rielaborazione di un brano dall’album “Rubicon” del progetto Icon. Prevedibilmente punta sul modo in cui si aprono gli altri album degli Asia incisi da questa formazione.  Nella sequenza dei versi del ritornello, come: “You have your finger on the trigger,…”, e poi “You know this thing is getting bigger…”, fa notare che il sistema circolatorio e nervoso del quartetto anche nel 2010 mantiene una potenza giovanile, quando gli viene voglia di una posizione di erezione. Il brano ha tutto. Un ritornello grande e impegnativo, dotato di armonie multivocali, portate avanti in parte attraverso il vocoder di Downes, il riconoscibile stile di canto di Wetton, che dimostra padronanza e conservazione, e naturalmente, in una dose piccola ma necessaria, il “vagabondare” di Howe sul manico della chitarra. Il cambiamento principale che il pezzo ha subito sono ovviamente gli arrangiamenti di chitarra. Dimostrano direttamente che Howe non è un chitarrista di tipo rock, ma jazz. Però, se volete Finger On The Trigger su un disco degli Asia, allora deve (!) suonarla Howe.

Poi succede quanto segue. La malinconia non è sempre sfruttata al meglio e così viviamo momenti che nel 2010 possono suonare patetici, ma anche infantili e già superati da un pezzo. La cosa più interessante di questi brani è che le parti più convincenti restano o le sezioni centrali strumentali, o i motivi d’apertura e di chiusura, o i passaggi strumentali più brevi. Può capitare di ritrovarsi con un motivo di strofa del tutto allegro e infantile, e poi la drammaticità ben fatta del ritornello rimette a posto la sensazione di eccesso di zucchero (Holy War, I Believe). Quella sensazione non te la togli facilmente di dosso nemmeno quando si susseguono Listen Children e/o Emily (brano extra, inserito nell’edizione dell’album per il mercato europeo), che una volta di più viene salvata da un trucco strumentale, quando nella parte finale Steve Howe prende in mano la steel pedal guitar.

Ever Yours, come prima ballad del disco, è un pezzo “rubato” al progetto Icon di Wetton/Downes. Non ha nulla di particolare e si potrebbe saltare senza troppi danni. Al suo posto, già in posizione n. 4, starebbe benissimo la ballad There Was A Time. In questo modo ci si libererebbe di un brano “filler” e anche l’album ne uscirebbe accorciato, il che non guasterebbe. Oltre 61 minuti di musica su “Omega” sono decisamente troppi per lo schema prevedibile della composizione degli Asia.

End Of The World è un momento di tipica collaborazione tra Wetton e Downes, dove la band spreme ancora una volta l’essenza dalla calma del brano e la malinconia fa rivivere le sensazioni tipiche che nascono ascoltando gli Asia. Però è un tipo di pezzo che potrebbe trovare senza problemi posto nel progetto Icon.

Solo con Light The Way arriva il brano in cui agli Asia riesce quello che cercavano nei motivi allegri e negli arrangiamenti prevedibili (già sentiti) dei pezzi nuovi. Dalla testa alla coda. Senza che puzzi banalmente di progetto Icon. In questo brano spicca il motivo guida di tastiere, atipico per gli Asia e finora mai sentito. Nel complesso è un pezzo diverso degli Asia, anche se i ragazzi continuano a restare fedeli alle linee dei tipici arrangiamenti vocali di John Wetton.

Come tirare le somme? La sensazione resta un po’ divisa. Qualche brano è eccellente, qualcuno solido, a qualcun altro manca più padronanza. Ci sarebbe stato bene ancora qualche pezzo rock. Ma da un purista del jazz come Steve Howe non ci si possono aspettare miracoli. Anche Finger On The Trigger, che pure è un brano del progetto Icon, Wetton e Downes hanno dovuto servirgliela sotto il naso perché il Dr. Sova si ricordasse cos’è un riff di chitarra “rombante”. “Omega” è un album migliore del piuttosto “sterile” “Phoenix”. Ma non è qualcosa per cui saltare al settimo cielo dalla gioia (ammesso che esista, e ne dubito). Soprattutto il disco suona molto più coerente, compatto, definito. Soprattutto grazie all’ottima scelta del produttore. Dietro il trucco di un’ottima produzione si maschera con cura l’impostazione banalmente prevedibile di alcuni brani, quelli che portano quel volto “infantile – eighties” del comporre. Questi brani acquistano il carattere vivo e dinamicamente mosso che serve, che tiene “Omega” sempre nella sfera della qualità. Di certo “Omega” non è il meglio che gli Asia siano capaci di tirare fuori, ma finalmente è arrivato un disco che può vantare la vera compattezza della tipica coerenza degli Asia. Diciamola anche così. Con “Omega” gli Asia hanno “rivitalizzato” in modo soddisfacente quei punti della loro musica che il fan della band in qualche modo si aspetta a pelle. Perché il segno “soddisfacente” cresca fino a diventare un vero superlativo, dovremo aspettare il prossimo album. I saggi dicono che al terzo giro è la volta buona.

Formazione

John Wetton – voce, basso
Steve Howe – chitarra
Geoff Downes – tastiere
Carl Palmer – batteria

Produzione

Mike Paxman

Tracklist

1. Finger on the Trigger
2. Through My Veins
3. Holy War
4. Ever Yours
5. Listen Children
6. End of the World
7. Light The Way
8. Emily (*)
9. Still The Same
10. There Was a Time
11. I Believe
12. Don’t Wanna Lose You Now

(*)… brano extra

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