Origin

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Artista: Borknagar
Etichetta: Century Media
Uscita: 2006

 Il tesoro della tradizione musicale norvegese, con l’arrivo dei Borknagar, che dal 1996 infilano uno dopo l’altro album del tutto incomparabili tra loro, la cui stratificazione e varietà sonora rende impossibile una semplice categorizzazione, si è arricchito di un altro gioiello. L’anno scorso i bizzarri norvegesi hanno deciso di pubblicare un disco che, oltre alla musica acustica, avesse anche un messaggio forte di attaccamento alle radici. Tra testi e melodie si dipanano immagini di un viaggio nel presente, condito di folk e musica classica, che così com’è non sarebbe possibile se prima non fosse stato intriso e impregnato della saggezza e dell’estetica del passato. Il principale paroliere della band, Øystein G. Brun, ha da sempre scolpito l’espressione avanguardista del gruppo e la magia post – black metal con l’aiuto dell’acustica, ma questo album, restando rigorosamente acustico, mantiene un’espressione organica e primordiale.

Come funzioni nella pratica te lo fa capire già il primo ascolto di Origin, dove, copertina metal o no, ti spiazza il sapore antico del pezzo ‘Earth Imagery’. Chitarra acustica e flauti evocano un paesaggio nebbioso e sognante, quasi medievale. Tra le chiome di alberi spogli di dicembre soffia un vento gelido. Le voci di Vintersorg si dividono su più strati e con le polifonie occasionali richiamano alla mente la delizia acustica degli Opeth, l’album Damnation. Domande sull’esistenza e sull’innegabile sinergia tra uomo e natura- nonostante lo sforzo dell’uomo di strapparsi alla natura che in realtà gli ha dato poco, ma comunque abbastanza da permettergli di impossessarsene e rimodellarla secondo le proprie visioni, fino a sottometterla del tutto. Il filo rosso che ispira si legge in sostanza come pura poesia naturalistica, mentre la band canta in chiave filosofica la sua epopea dell’universo e della collocazione dell’uomo al suo interno.

‘Grains’ riporta l’uomo alle sue origini. Il richiamo ai nostri stati e comportamenti innaturali continua, e proprio in questa ribellione al naturale sta la ragione della nostra stagnazione e del nostro asservimento a una rivolta eterna. L’approccio di ridefinizione che Øystein impone come massima della sua scrittura già dall’esordio Borknagar del 1996 dimostra che stavolta i veterani del black metal si sono finalmente messi d’accordo anche sul piano vocale. Prima il microfono se lo passavano Garm (ora negli Arcturus e negli Ulver), poi è arrivato a sostituirlo l’attuale Dimmu Borgir ICS Vortex, che prima rispondeva più al nome di Simen Hestnæs. Nel 2001 hanno trovato la ricetta giusta e si sono stabilizzati sulla voce cristallina del talentuoso Vintersorg, che fino ad allora si era scolpito un posto nelle sue band Vintersorg e Fission. Il talento e l’inclinazione a percorrere la strada delle armonie melodiche e degli esperimenti danno a Origin la possibilità di portare avanti una cacofonia sonora di estetica e magia con coerenza dall’inizio alla fine. Il contributo alla batteria di Asgeir Mickelson, che prima picchiava sulle pelli in Spiral Architects e Insahn, lega in modo drammatico il flusso onirico, altrimenti piuttosto fragile, della melodia in un conglomerato di insieme ritmico. Senza esagerazioni né sproloqui. Ti stende senza dubbio il contributo alle tastiere di Lars A. Nedland, che le maltratta al punto da farti credere di avere davanti un vero e continuo intreccio di archi, arrangiamenti con Hammond, organi e flauti tradizionali. Il paesaggio è evocato. Per fare in modo che il risultato finale sia persino più pesante che se ti avesse travolto una salva di distorsioni e urla. ‘Oceans Rise’ evoca il montare delle maree di un mare che sale senza pietà, frustando le coste rocciose dei fiordi norvegesi. E stavolta si tratta di una creazione più vecchia, del 1988, quando scolpivano l’album The Archaic Course.

Suona più leggero il breve interludio acustico, più semplice, del brano ‘Sings’, che si completa con il tempo più cupo e sinistro del brano ‘White’. L’orchestrazione è ricca e cinematografica. I Borknagar suonano come una versione acustica cristallina dei Dimmu Borgir. Con la differenza che qui non c’è posto per una satanizzazione forzata. I Borknagar sono più degli adoratori di Madre Natura. Ti si insinua il sospetto che potrebbero sopravvivere anche senza corrente elettrica. Solo con una lampada a petrolio e il suono barocco di liuti giocosi, chitarre, flauti e calici pieni di idromele, mentre nel camino crepita il fuoco.

‘Cynosure’ è un titolo che hai potuto sentire da poco nell’ispirato esordio dei Father, ma i Borknagar affrontano il tema in modo molto più da trovatori. Il flauto dà quella dimensione senza la quale il senso di sublime non sarebbe lo stesso. Il merito va senza dubbio all’icona norvegese del flauto, Steinar Ofsdal, che ha contribuito al disco con tutte le registrazioni di flauto.

‘The Human Nature’ torna in modo meditativo sui temi già trattati all’inizio del disco. In realtà al seguito manca una svolta di idee che porti l’evoluzione interna un passo più in là. Così la seconda metà di questa odissea di suono e buon gusto, per il resto eccellente e di poco più di mezz’ora, ti sembra quasi un po’ troppo faticosa da ascoltare tutta d’un fiato. Ti sembra tutto uguale, o almeno simile. ‘Acclimation’ si dedica di nuovo all’uomo, che non è un essere simbiotico ma un virus di distruzione. Nella sfera del sacro sbattiamo come il vento contro vetri e vogliamo penetrare ancora più a fondo di quanto abbiamo fatto finora. L’ultima frontiera del mondo non è ancora caduta. L’evoluzione prolunga l’agonia. E a questo mondo seguirà l’universo. Stavolta però gli occhi del quartetto sono puntati molto più in basso – verso l’antichità terrena e i motivi dell’arcaica lotta dell’uomo con sé stesso e con la natura.

Il gran finale del disco è affidato a ‘The Spirit Of Nature’, che congeda l’ascoltatore nello stile dell’ouverture dell’album. La ripetizione è la madre della saggezza. E proprio nell’immagine troppo cristallina del paesaggio imbiancato dei Borknagar l’uomo dimentica tempo e spazio e tutta la tematica scottante che gli ecologisti consapevoli intrecciano in un gomitolo di contemplazione e melodia. Stavolta ci culla una melodia che canta l’ultimo inno alla Natura e si spegne in un minimalismo totale di pattern e texture. Origin si chiude in una sospensione magistralmente condotta di tutto il superfluo. Il flusso scorre oltre. Il flusso dei pensieri continua a crescere anche dopo che negli altoparlanti si sono spenti gli ultimi tremori di pomposa musicalità.

I Borknagar sono stati senza dubbio una sorpresa per me, ascoltatore del tutto casuale. Dopo il primo shock mi sono buttato su tutta la discografia e ho scoperto presto che, nel caso dei Borknagar, non si può tirare una premessa comune tra nessuno dei sette gioielli della loro offerta finora. Si tratta di evoluzione. Di passione e conoscenza, e della postura filosofica di uomini maturi. È un percorso che ricorda quello solido di Ulver, Green Carnation o dei miei amatissimi Opeth. Tutti questi hanno compiuto una loro ascesa verso l’illuminazione e a ogni album sono più vicini alla meta, mentre tu brami che presto ti offrano qualcosa che plachi l’insaziabile fame di ancora. Opinione: a modo mio, arcaico e poco fragoroso, nonostante la calma, mi decido a mettere questo album tra le perle più preziose della mia collezione – assolutamente a favore!

Formazione

Andreas Hedlund – voce
Øystein Brun – chitarra
Lars Nedland – tastiere, cori
Asgeir Mickelson – batteria
Jan Erik Torgersen – basso

Produzione

Børge Finstad & Borknagar

Elenco brani

1. Earth Imagery
2. Grains
3. Oceans Rise
4. Signs
5. White
6. Cynosure
7. The Human Nature
8. Acclimation
9. The Spirit Of Nature

DURATA ALBUM: 35:57

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