Orto bar in versione morbida! (2017)

NINA GRAD 2017
0 70

Location: Lubiana / Orto bar / Slovenia
Data: giovedì, 01.06.2017


L’ego in una band è un bel problema, e ce l’ha dimostrato già un sacco di volte. Se mi limito al metal, di recente non mancano certo i casi di litigi a colpi di carte bollate tra ex membri di questa o quella band. A memoria me ne vengono in mente almeno Entombed/Entombed A.D. e Abbath/Immortal, e a quanto pare anche Morbid Angel/I Am Morbid. Uno dei più grandi gruppi death metal di tutti i tempi ha, almeno per quanto riguarda il cantante David Vincent, una storia piuttosto movimentata. Vincent ha lasciato la band per la prima volta nel 1997 e ci è rientrato nel 2005, poi nel 2011 ha pubblicato pure il famigerato Illud Divinum Insanus. L’amore tra Vincent e Trey Azagthoth è finito di nuovo due anni fa e il carrozzone dei Morbid Angel si è spaccato in due. Il primo va avanti con il nome originale e col ritorno di Steve Tucker, mentre Vincent porta avanti il progetto I Am Morbid, con cui giovedì scorso ha portato la blasfemia anche a Lubiana.

Sul palco sono saliti per primi, probabilmente con il sistema del pay-to-play, i folk/thrash metaller californiani Helsott, che in norreno antico significa “malattia mortale”. Con il pubblico, poco numeroso, non sono riusciti a far scattare nulla, ma sul palco i ragazzi erano in perfetta sintonia con il proprio nome. Statici, monotoni, stanchi e annoiati. Sotto il palco hanno convinto esattamente una persona, mentre le altre dieci che seguivano gli Helsott si annoiavano su un folk metal generico e già sentito, che più che alla California fa pensare alla Germania. Ogni tanto qualche melodia suonava pure piacevole all’orecchio, ma per arrivare alla dolcezza folk totale alla band mancava giusto un flauto dolce, per riprendere la descrizione che Dihur ha dato della prima band di supporto.

La carica che hanno sprigionato i successivi protagonisti, i leggendari death metaller americani Necrophagia, era più o meno sullo stesso livello dei precedenti, ma musicalmente era tutta un’altra storia. I Necrophagia, guidati oggi dall’unico membro fondatore rimasto, il cantante Killjoy, sono considerati tra i padri fondatori del death metal e comunque i padri dell’«horror metal». Grazie al nome di culto, sotto il palco ad aspettarli c’era un pubblico decisamente più numeroso, trio Dickless Tracy compreso in prima fila, e i Necrophagia hanno avvolto l’Orto per tre quarti d’ora in budella, sangue e frattaglie. Killjoy e i suoi ragazzi hanno servito una macelleria primitiva pescata dalla maggior parte dei loro album, compensando la carenza di energia con un suono eccellente e un’ottima prova. Il merito va soprattutto al chitarrista, che si muoveva sulle corde con la stessa disinvoltura degli zombie tra i cadaveri umani nei pasticci splatter di Fulci, e al batterista, che massacrava le pelli senza un briciolo di pietà. I Necrophagia hanno salutato Lubiana con la cultissima Cannibal Holocaust e spero che tornino ancora a calcare i nostri palchi.   

A prescindere da tutte le recenti peripezie, resta il fatto che David Vincent è stato, è e rimane la prima voce dei Morbid Angel. Anche la formazione che ha messo insieme negli I Am Morbid non è male: dietro le pelli si è rimesso lo straordinario Tim Yeung, mentre le asce se le sono messe a tracolla Ira Black (ex-Vicious Rumors, ex-Heathen, ex-Lizzy Borden) e Bill Hudson (Circle II Circle, Jon Oliva’s Pain, U.D.O.). Beh, stavolta solo il primo, perché il concerto di giovedì si è un po’ inceppato soprattutto per l’assenza del secondo. La mancanza di una chitarra si sentiva eccome, e la scelta della band di non dare né all’organizzatore né al pubblico uno straccio di spiegazione o di scuse non era proprio il massimo. Ma se lasciamo perdere questo, a Vincent e ai suoi morbidoni c’è ben poco da rimproverare, visto che l’esecuzione del materiale classico del leggendario quartetto  Altars of Madness, Blessed are the Sick, Covenant e Domination è stata praticamente impeccabile. La voce di Vincent è ancora in ottima forma, tra un pezzo e l’altro si rivolge al pubblico con quella sua voce profonda e il solito humor nero, Yeung ha massacrato i tamburi come una bestia (anche se con molto meno feeling di Sandoval), mentre Black ha fatto il suo con sicurezza, sicurezza di sé ed energia. Comunque, durante gli assoli si sentiva parecchio la mancanza delle linee di chitarra ritmica, che il basso di Vincent non è riuscito a compensare, e rispetto al minutaggio annunciato il trio ha anche accorciato parecchio il concerto. Stavolta Vincent si merita un 3+ per quanto mostrato, ma se la prossima volta torna con la formazione al completo il voto può salire parecchio.  

avtor: Rok Klemše
fotografije: Nina Grad


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