Paradise Filter

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Caravan
Etichetta: Pledge Music
Uscita: 2013
Durata: 49:53
Voto: 3.5/5

Dopo una pausa di quasi dieci anni, cioè da quando uscì »The Unauthorized Breakfast Item« (2003), verso la fine del 2013 i Caravan, leggendari campioni della scena canterburyana del progressive rock, sono rientrati in studio, a sorpresa di tanti fan. La maggior parte dei seguaci aveva abbandonato da un pezzo la speranza di sentire ancora musica nuova di uno dei gruppi più interessanti e originali della storia del prog, che negli anni Settanta si è guadagnato un sacco di simpatie anche grazie al suo umorismo tutto particolare, spesso pungente e condito di erotismo. La voglia di un nuovo disco in studio covava tra i membri della band da anni, ma vari fattori esterni hanno fatto sì che non riuscissero mai a metter piede nel loro studio di Canterbury. Tra i principali motivi per cui i Caravan sono rimasti piuttosto inattivi negli ultimi anni, a parte qualche breve tour per lo più sul suolo britannico, ci sono stati i problemi di salute del batterista originale Richard Coughlan, morto purtroppo a 66 anni il 1° dicembre 2013, cioè diciannove giorni prima dell’uscita di »Paradise Filter«, che è uscito prima in formato digitale. Dal 14 febbraio 2014, invece, il nuovo album dei Caravan si potrà ascoltare anche in versione fisica.

La morte di Coughlan è stata ovviamente un colpo durissimo per il gruppo, visto che questo maestro delle bacchette è stato parte integrante del loro sound fin dalla nascita dei Caravan e, oltre al chitarrista/cantante Pye Hastings, era l’unico membro originale rimasto. Già dal 2010 il suo sostituto dal vivo era il batterista australiano Mark Walker, e con lui in formazione Hastings, il violinista/violista/chitarrista Geofferey Richardson, il bassista/cantante Jim Leverton e il tastierista Jan Schelhaas sono andati in studio per dimostrare a tutti i fan di lunga data che sono ancora in grado di mettere insieme un disco in studio più che dignitoso, mentre l’idea di sfornare dopo tutti questi anni un capolavoro all’altezza dei dischi degli anni Settanta è oggi del tutto irrealistica. Alla loro età, qualsiasi traguardo compositivo sopra la media che ricordi almeno in parte i ‘bei tempi andati’ merita un inchino profondo.

Ecco, sul »Paradise Filter« i Caravan non si sono fatti per niente tanti scrupoli per la loro ricca eredità, e anche se quasi tutti i tratti sonori riconoscibili ci sono ancora, cioè l’approccio vocale melodico di Pye con quel timbro inconfondibile, le scorribande chitarristiche scintillanti, le tante finezze jazz strumentali, i passaggi barocchi di violino e qua e là anche un po’ di quell’umorismo pungente, con l’età si sono senza dubbio fatti parecchio, parecchio più seri e nel complesso questo è uno dei loro lavori più malinconici. Su tutti i pezzi regna una produzione moderna con un pizzico di retro nel suono ‘vecchio stile’ dei singoli strumenti, soprattutto organo Hammond e violino.

Dal punto di vista di arrangiamenti e improvvisazione, i singoli brani sono ben lontani dalla complessità tipica dei ‘mitici anni Settanta’, cosa che non sorprenderà nessuno che conosca i loro due album in studio precedenti, dal ritorno sulla scena nel 1995. Anzi, nella sua struttura l’album nel complesso ha più punti di contatto con il pop che con il prog tradizionale, il che farà ribollire parecchi puristi, mentre i buongustai della musica non avranno problemi a godersi una versione un po’ più ‘commerciale’ dei Caravan.

Walker si dimostra fin dal primo secondo un degno sostituto di Coughlan, anche se la differenza tra i due approcci si sente subito. Entrambi vengono dalla scuola batteristica jazz, ma l’ultimo arrivato in casa Caravan ha un po’ meno orecchio per le incursioni improvvisate sui piatti rispetto al leggendario predecessore. L’approccio vocale molto più ‘brontolante’ di Leverton fa da ottimo contraltare a quello tradizionalmente più acuto di Hastings, che si è conservato in modo incredibile e negli ultimi anni è sceso al massimo di un’ottava, anche se a malapena ce ne si accorge.

»Paradise Filter« si apre con »All This Could Be Yours«, che, non solo per il titolo ma anche per la struttura, è un tipico pezzo dei Caravan, con un’atmosfera giocosa e allegra. Strati fitti di organo Hammond sostengono generosamente una piacevole melodia di chitarra, mentre la voce rilassata di Pye porta con sé una vivacità quasi infantile. I passaggi di violino ironici sottolineano ancora di più l’atmosfera retro anni Settanta, mentre il testo ricorda parecchio quelle burlesche uscite dei loro anni migliori. È un pezzo che in un attimo convince i fan di vecchia data che nei membri della band brilla ancora una scintilla giovanile.

Uno dei brani più interessanti dell’album è anche »I’m On My Way«, che con il suo riff di chitarra centrale strizza un po’ l’occhio al classico dei Montrose »I’ve Got the Fire«, ma è l’unica somiglianza, perché sotto ogni aspetto si tratta di un’altra composizione dei Caravan piuttosto tradizionalista, con tanti elementi sinfonici e jazz. Qui a Hastings si unisce al canto Leverton e insieme creano un bel ritornello a più voci, mentre un assolo di chitarra ispirato dimostra che Pye non ha ancora detto l’ultima parola come virtuoso della chitarra di culto.

»Fingers In The Till« è una ballata malinconica con un ritornello spiccatamente melodico, di quelle che sono comparse su quasi ogni album precedente dei Caravan, e contiene anche un arrangiamento di pianoforte sottilissimo. L’esuberante »This Is What We Are« vanta un’atmosfera molto più cupa rispetto agli altri brani dell’album, oltre a un riff di chitarra insolitamente tagliente, mentre stavolta la melodia principale è guidata da possenti strati d’organo, su cui si stende la voce brillante di Pye. »Dead Man Walking« è pervaso da un insolito flusso blues, di cui sono responsabili i passaggi di chitarra malinconici, un pianoforte ‘da salotto’ e il suono dell’armonica, anche se le linee di basso piene fanno presto in modo che verso la fine il tutto vada a finire in una direzione più complessa e improvvisata. »Farewell My Old Friend«, un’altra ballata orientata al pianoforte, è dedicata alla memoria di Richard Coughlan. Qui Pye si fa valere con una prova vocale delicata, sostenuta generosamente da arrangiamenti di pianoforte solenni, il che significa che la band ha creato un omaggio molto bello e sincero al compagno scomparso.

»Pain In The Arse« già dal titolo fa capire che sarà una composizione sfacciata e spiritosa, con passaggi d’organo ironici e linee di basso ben groovose, mentre la voce di Pye, anche grazie al testo burlesco in perfetto stile Caravan, fa pensare a un giovanotto scatenato. »Trust Me I Am a Doctor« è un altro pezzettino allegro e ironico, con arrangiamenti solenni di chitarra acustica e organo e un approccio a più voci. La ballata d’amore »I’ll Be There For You«, dove regnano arrangiamenti pastorali, è un brano decisamente placido, il che vuol dire che verso la fine l’album ‘si assopisce un po” quanto ad atmosfera e la band forse si lascia andare un filo troppo a un sentimentalismo da terza età, anche se il tutto è comunque suonato a un livello invidiabile. La title track, un’altra ballata pastorale in cui l’iniziativa vocale passa al bassista Leverton, che svolge il suo compito egregiamente, è intrisa di un’atmosfera spiccatamente nostalgica, soprattutto grazie ai sipari orchestrali, così che è sempre presente quella magia ‘antiquaria all’inglese’ dei Caravan.

»Paradise Filter« è un lavoro decisamente solido da parte di icone del prog rock che praticamente nessun fan si aspettava né chiedeva di risentire con musica nuova, anche se alla fine la scelta di tornare in studio si è rivelata quella giusta. I puristi del prog storceranno sicuramente un po’ il naso davanti al nuovo album, visto che stavolta i Caravan hanno scelto un approccio compositivo molto più semplice di quello a cui la maggior parte è abituata ascoltando i loro lavori degli anni Settanta, eppure nel loro caso la decisione di puntare su un approccio un po’ più minimalista e melodico, con brani più brevi, non si è rivelata una cattiva mossa. Spesso, infatti, è parecchio più difficile creare un pop rocker di qualità con potenziale da hit che, per dire, un EP progressive rock di venti minuti con scatenati inserti improvvisati. Il fatto che i Caravan siano ancora capaci di creare composizioni con un pedigree da hit, che a una band molto più giovane avrebbero magari portato perfino successo commerciale, è solo un’ulteriore prova della loro atemporalità.

Nota: questa recensione è dedicata a Richard Coughlan (1947-2013).

Formazione

Pye Hastings – voce, chitarra
Geoffrey Richardson – viola, banjo, chitarra acustica, cori
Jan Schelhaas – tastiere, cori
Jim Leverton – basso, cori
Mark Walker – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Brian Johnson – cori (4)
Michael Maher – cori, tamburello (4)
Rufus Gordon-Hastings – percussioni (6)
Mark McCormack – vibraslap (7)
Marc Morgan – radiatore (5) 

Produzione

Caravan

Tracklist

1. All This Could Be Yours (4:30)
2. I’m On My Way (4:27)
3. Fingers In The Till (4:45)
4. This Is What We Are (4:11)
5. Dead Man Walking (5:59)
6. Farewell My Old Friend (4:07)
7. Pain In The Arse (4:30)
8. Trust Me I Am A Doctor (4:28)
9. I’ll Be There For You (6:14)
10. The Paradise Filter (6:0)

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