Paradise Lost da signori a Zagabria, ma con qualche riserva (2010)

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Autore: Aleš Podbrežnik

Luogo: Boogaloo / Zagabria / Croazia
Data del concerto: 13.02.2010
Pubblico: 350
Prezzo del biglietto: 28,00€

I Paradise Lost con il nuovo super albumino! In apertura i Samael –  diavoli svizzeri da shock, spinti da una stampede artistica di black metal industriale! Questo febbraio ci ha servito ben tre protagonisti che, nell’arco di dieci giorni, hanno recuperato concerti rinviati a due passi dal confine sloveno. Per primi i Sonata Arctica a Graz, in Austria, dove avrebbero dovuto suonare a novembre 2009, poi i Paradise Lost, che avrebbero dovuto esibirsi a Zagabria a inizio dicembre dell’anno scorso, e infine i Depeche Mode, previsti a Zagabria a maggio dello scorso anno. Una febbre da concerti del genere può finire per stendere un povero cristo, o forse no? Gli spuntano delle ali in più. Dipende da come la vedi. Da quando internet ha iniziato a cambiare il mondo ed è comparso il “download”, sono cambiate un sacco di cose nel modo di funzionare delle band.

O le band gonfiano i prezzi dei biglietti fino a livelli assurdi per poi suonare un’ora e tre quarti, che fino a poco fa era la regola, oppure i prezzi sono un po’ più alti di una volta e la scaletta è accorciata di mezz’ora o più. È solo una delle tante compensazioni per il furto del materiale d’autore in rete. Fare cassa con il merch ufficiale e tagliare le scalette dei concerti. Una tendenza a cui non sono sfuggiti nemmeno i Paradise Lost, con il nuovo album “Faith Divide Us – Death Unite Us” (2009) e il nuovo tour.

Boogaloo di nuovo molto ordinario. Senza chissà quale euforia. Il locale si riempie piano, anzi pianissimo, la gente chiacchiera, ammazza il tempo con due parole in allegria e una birretta, insomma il solito panorama. Banchetto del merch ufficiale con prezzi molto accessibili e ben fornito di articoli. Bello.

Verso le 20:30 salgono sul palco i croati Omega Lithium, di casa in Istria. Una formazione che unisce ritmi elettronici avvolti da un soffio gelido gothic metal e che, con la sua musica e il suo carisma, è riuscita a convincere la major Drakkar Entertainment / Sony BMG a prenderla sotto la propria ala e a pubblicare l’anno scorso il disco d’esordio “Dreams In Formaline” (2009). Il quartetto lo ha coronato con un breve tour europeo lo scorso dicembre come spalla ai tedeschi Subway To Sally, longevi e ormai ben affermati sulla scena internazionale. Chapeau. Da parte dell’organizzatore, una band più adatta per aprire la serata era praticamente impossibile da consigliare. E per giunta di casa! La band non aveva molto tempo. Ha condensato la sua esibizione riassumendo l’album d’esordio in cinque brani. Certo, la loro musica dipende molto dai campionamenti. A fare da sfondo c’è quindi una matrice sonora di ritmi e tastiere sinfoniche riccamente arrangiate. La melodia gotica, coronata dalla voce della cantante, piccola, fragile e agghindata come si addice al carattere gotico, Mya Mortensen (sì. Nel limare il proprio profilo il quartetto si è occupato anche dei “nomi d’arte”), stavolta al Boogaloo non ha trovato condizioni sonore ottimali, forse le chitarre suonavano un po’ ovattate nel mix, ma questo non ha minimamente rovinato la presentazione della band, che pur con quel continuo aizzare il pubblico: “Ajde Zagreb, da vidimo roke!” risultava invadente e fastidiosa, ha compensato tutto con la performance e ha sfruttato l’occasione a proprio favore. Un muro di riff massiccio, melodia gotica delle tastiere, arrangiamenti convincenti e ritmi semplici, solidi e di grande volume ti portano in uno stato d’animo particolare, coronato dal brano Andromeda, con un ritornello particolarmente invasivo e melodicamente compatto.

Gli svizzeri Samael, guidati dai fratelli Locher e capaci negli anni di trovare un felice punto d’incontro tra elettronica e black metal, hanno proseguito il ritmo della serata. Avevano a disposizione tre quarti d’ora e hanno iniziato con veemenza e senza alcun rispetto a spedire le pareti del Boogaloo all’inferno! Durante il loro spettacolo il male ha decisamente sopraffatto il bene su tutta la linea! L’horror ha iniziato a convincere con il brano Rain dell’album della svolta e del successo “Passage”. La band ha subito creato il giusto legame tra il pubblico, pur poco numeroso, e la chimica del palco. Il carismatico cantante e chitarrista Vorph, con i capelli chiari, tradizionalmente raccolti in uno chignon e un look a metà tra gotico e tradizione dei samurai, in un attimo ha incollato il pubblico a sé, con sguardi puntati dritti negli occhi, carisma e un’interpretazione convincente e super sentita. In effetti gli altri tre ragazzi accanto a lui sul palco perdevano ogni interesse e facevano più o meno la parte di comparse obbligate che aiutano Vorph a mettere in scena il suo teatrino “per gioco”. La voce è sempre più “gracchiante” e perde il tipico carattere estremo da “black metal”, ma resta comunque velenosamente tagliente fino al midollo. La band porta con sé un pizzico di quella cupa morbosità tipica dei connazionali Celtic Frost, ma con un’eccellente miscela espressiva di industrial, melodia e schegge black metal, certe prediche occupano un posto speciale sul pianeta. Il fratello di Vorph, Xy, che in Rain era ancora seduto alla batteria, ha mostrato ben presto che la sua posizione di base sul palco è dietro una pletora di tastiere e pulsanti. Più tardi si è occupato soprattutto della programmazione live dei campionamenti, dei pattern ritmici elettronici e degli arrangiamenti sinfonici, che co-creano il grosso della rovinosa atmosfera dei Samael, ma ovviamente ogni tanto si è rimesso a sedere dietro la batteria e, insieme alla matrice sonora di sottofondo, ha approfondito la portata ritmica dei singoli brani.

Lo scorso anno la band ha pubblicato il nuovo album in studio “Above”, da cui però ha inserito in scaletta un solo brano, Black Hole. Era comunque tra i più veloci del repertorio scelto e, con una combinazione di blast beat vecchia scuola scatenati e tastiere malvage con un riuscito arrangiamento di organi da chiesa, da vera atmosfera black metal e ovviamente massicci riff, per molti versi ha evocato i classici tempi dei Samael, quelli prima dell’uscita di “Passage”. Nella scaletta scelta ha fatto scintille Slavocracy che, con l’ottima combinazione dei marchi di fabbrica della nuova era dell’immagine espressiva della band, ha steso in modo particolare il pubblico sotto il palco e raccolto una risposta fragorosa.

La band ha pensato a tutto e così ci siamo goduti le proiezioni visive sullo schermo sullo sfondo, che hanno alimentato ulteriormente il messaggio dei brani e soffiato sull’atmosfera durante l’esibizione. Il culmine del concerto dei Samael è stata l’esecuzione di Into The Pentagram dal debutto in studio “Worship Him” (1991), con un’introduzione solenne di rovinosa grandiosità alle tastiere, voci brucianti e un’ottima combinazione di lingue di fuoco sullo schermo, che davano vita a un vero e proprio sfrigolio dentro il calderone infernale. Una vera prelibatezza della serata che, nel bilancio complessivo dell’esibizione dei Samael, con la ciliegina di un’esecuzione eccellente, ha sfidato a viso aperto i Paradise Lost. I Samael non hanno nascosto l’entusiasmo di aver avuto, a così poco tempo dalla visita dell’anno scorso con gli sloveni Noctiferia, la possibilità di tornare nella metropoli croata. Insomma, i Samael nel 2010 restano un ottimo indirizzo per andare ai concerti!

Con il nuovo album in studio, il dodicesimo, “Faith Divide Us Death Unite Us” (2009), i Paradise Lost hanno confermato ciò che lasciava intuire il suo predecessore “In Requiem” (2007). Tornano alle radici.   Certo, la cosa non è intensa ed estrema come la bella dose di death metal che aveva condito il periodo iniziale dell’attività della band (“Gothic”). Ma i riff di chitarra dei brani più recenti confermano che i ragazzi si sono rivolti alla scuola del vecchio mestiere metal. I riff sono di nuovo nudi, ossuti, rotolanti, penetranti, ululano cupi e, combinati con le melodie guida delle chitarre all’unisono, risultano malvagi, luttuosi, con una creazione di atmosfera che nelle mani di questa band ha sempre funzionato alla perfezione. Per questo non sorprende che convivano benissimo, collocati in modo equilibrato dentro una scaletta che stavolta ha offerto un’esperienza “un po’ mista”, con una panoramica sull’intera carriera discografica, in occasione della presentazione del nuovo disco.

Innanzitutto va sottolineato che i Paradise Lost, nella formazione Nick Holmes (voce), Greg Mackintosh (chitarra), Aaron Aedy (chitarra), Steve Edmondson (basso) e il nuovo arrivato Adrian Erlandsson (batteria), che ha iniziato la carriera con gli At The Gates e, passando per The Haunted, Cradle Of Filth e Deathstars, è approdato infine tra i leggendari gothic doom metaller britannici, avrebbero dovuto suonare a Zagabria il 05.12.2009. Allora però successe che il fondatore e chitarrista Greg Mackintosh, a causa della grave malattia del padre, dovette lasciare i colleghi a metà tour. Al suo posto è subentrato, temporaneamente e con discreto successo, il chitarrista Milly Evans, da anni tecnico di palco della band, persona di cui i Paradise Lost si fidano ciecamente. Con lui i Paradise Lost sono riusciti a salvare qualche concerto, ma hanno anche capito che in quel modo non avrebbero portato a termine l’intero tour. Evans era infatti vincolato al tour della sua band madre, i Terrovision.

In ogni caso, è stato meglio aspettare un paio di mesi buoni. Mackintosh è tornato nella band e i Paradise Lost hanno potuto finalmente suonare alcune delle date mancanti. Vedere un concerto dei Paradise Lost senza Greg Mackintosh è infatti come annusare viole con una maschera antigas.

Più loquace del solito, Nick Holmes ha subito abbattuto la barriera tra pubblico e band annunciando che la scaletta tanto è già nota, che quindi i fan non devono gridare richieste e che la band è così finalmente pronta all’improvvisazione totale. Dopo l’attacco prevedibile con un brano del nuovo disco, Rise Of Denial, la band ha rimesso in piedi il pubblico metal con il grande classico da “Shades Of God” Pity The Sadness, quando Erlandsson ha spinto il pedale del doppio cassa e con esso ha lanciato la band in un rotolare a scatti. Quel brano ha mostrato però che i Paradise Lost sono anche oggi una macchina eccezionale, che macina tutto davanti a sé con un affiatamento fantastico, un’intesa nei movimenti sul palco che in anni di convivenza si è insinuata sotto la pelle, un’ottima percezione reciproca che solo un lungo chilometraggio di esperienza nel fare i diavoli sul palco può portare. Pity The Sadness ha però mostrato anche che Nick Holmes oggi non è più il Nick Holmes di quasi 20 anni fa e che gli anni hanno fatto il loro corso. La voce ha perso un po’ di mordente e di potenza. Si nota soprattutto in questo brano, in As I Die e in particolare in Eternal, dove il growl death metal è quasi essenziale. Anche altrove Nick ha avuto qualche problema con le note più alte, che ha lasciato volentieri cantare al pubblico o ha addirittura saltato.

Anche Erased, dei tempi dei capelli corti e impomatati, ha ricevuto reazioni eccezionali. Certo con la matrice di tastiere, ma a coprirlo ci ha pensato l’eccezionale legame tra band e pubblico, che ha partecipato soprattutto cantando i ritornelli insieme a Nick. Il riff massiccio prendeva fuoco a tutta forza!

E il nuovo album? Tra i brani del nuovo disco a far scintille è stata soprattutto l’infuriata Frailty, che di per sé è uno dei picchi dell’album. Già Nick ne aveva annunciato il contenuto in apertura, dicendo che la storia racconta di come devi alzarti alle 3.00 di notte e prendere quel “fottuto” aeroplano (“fucking airplane”). A livello chitarristico è un brano molto vario, dove è emersa in particolare l’eccezionale dedizione di MacKintosh. Il carismatico chitarrista è stato per tutto il tempo completamente nel suo mondo, conquistando con il suo carisma scenico. Tatuaggi, capelli lunghi oltre il sedere, occhi truccati di scuro, sopracciglia quasi rasate, sguardo fisso a terra e sul manico della chitarra, intransigente e con una dinamite di grande fede nelle proprie creazioni! Da rispettare. Edmondson, che per portamento, acconciatura e movenze ricorda un po’ Jani Hace dei Siddharta, ha tenuto per tutto il tempo stampato in faccia un sorriso “di plastica”, ma ha mantenuto il contatto visivo con il pubblico. Il chitarrista ritmico Aedy è invece diventato il bersaglio di un ubriaco amante della musica, che per tutta l’esecuzione disturbava il chitarrista, allungava la mano verso di lui, gli fumava sotto il naso – sì! In Croazia si può di nuovo fumare nei locali. Per i vicini a sud è un vero Las Vegas per la Slovenia! Aedy ha lanciato al tizio, in modo diplomatico, un foglio accartocciato con la scaletta, con cui però il bevitore ubriaco non voleva rassegnarsi, ma il gesto ha ottenuto l’effetto voluto. Per la rabbia se n’è infatti andato barcollando dalla sala (probabilmente per un’altra birra) facendo così un gran favore a parecchi nelle prime file sul lato sinistro sotto il palco.

Parte regolare cortissima! Già lì Holmes è sparito un paio di volte nel backstage, perché la sua voce suonava incrinata e con meno forza. La band inoltre non è riuscita a trovare il giusto assetto sonoro. Già  all’inizio non si sentivano abbastanza bene le melodie guida all’unisono di Greg Mackintosh, che sono il marchio di fabbrica dell’energia dei Paradise Lost. Più tardi hanno alzato la chitarra nel mix, ma nonostante ciò la voce è sembrata per tutto il tempo un po’ troppo poco udibile. Così come le tastiere nella matrice sonora.

La band torna, e la title track del nuovo album dei Paradise Lost  “Faith Divides Us – Death Unites Us” riassume il fatto che il pubblico croato aveva ormai preso bene le misure e fatto amicizia con il disco, visto che ha partecipato con successo nelle strofe, mentre il concerto ha preso il volo nel finale con i due immancabili brani del repertorio di ferro, The Last Time e Say Just Words, durante i quali la festa con i doom/gotici ha raggiunto il culmine.

In un’ora e venti minuti non è stato servito nemmeno un brano dell’ottimo album “Icon” (1993), il che è sicuramente una grande delusione. Aggiungo che in scaletta durante il tour compare ogni tanto la fenomenale Embers Fire, ma Zagabria purtroppo non è stata scelta per l’esecuzione di questo classico di “Icon”. I signori hanno salutato il pubblico e lasciato il palco dopo uno show di qualità comunque buona, che in qualche modo ha soddisfatto le attese, con un retrogusto amaro di cattive condizioni sonore e di una dose eccessiva di faccia da routine. Anche se Nick, come detto, ha parlato al pubblico più di quanto faccia di solito.

Il giorno dopo Paradise Lost e Samael sono partiti per Belgrado. Dopo aver suonato lì, nel modo consueto, un altro concerto rinviato da dicembre 2009, li aspettava la tappa in Romania. Ma lì non sono arrivati come speravano. Il tour bus è infatti finito in un incidente stradale. Per fortuna nessuno del personale è rimasto ferito, ma l’odissea delle due band ha subito un ritardo, per cui i Samael hanno dovuto cancellare la loro esibizione a Cluj. Se non altro, l’ultimo tour europeo resterà sicuramente impresso nella memoria dei Paradise Lost ancora a lungo, visto che il destino si è divertito più di una volta a giocare con i musicisti. Una magra consolazione solo perché le ultime sfortunate peripezie e gli imprevisti coincidono con la stessa predica gothic/doom dei Paradise Lost. In fin dei conti. I Paradise Lost hanno lasciato un’ottima impressione a Zagabria, che li conserva come intoccabili pionieri e veterani del loro mestiere unico, della loro essenza espressiva e della loro forza, catturata sia nei concerti dal vivo sia nei lavori in studio. Gustarsi la loro magia dal vivo è anche oggi una gradita e consigliabile, per non dire obbligatoria, variazione nella quotidianità dei buongustai di heavy metal.

foto: Robi Lipej

Scaletta

OMEGA LITHIUM: 1. Dreams In Formaline 2. Nebula 3. Point Blanck 4. Stigmata 5. Andromeda SAMAEL: 1. Rain 2. Solar Soul 3. Reign Of Light 4. Infra Galaxia 5. Western Ground 6. Ceremony Of Opposites 7. Black Hole 8. Into The Pentagram 9. Slavocracy 10. The Ones Who Came Before PARADISE LOST: 1. Rise of Denial 2. Pity the Sadness 3. Erased 4. I Remain 5. As I Die 6. The Enemy 7. Eternal 8. First Light 9. Enchantment 10. Frailty 11. No Celebration 12. One Second 13. Requiem —bis— 14. Faith Divides Us — Death Unites Us 15. The Last Time 16. Say Just Words

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