Passion
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Pendragon
Etichetta: Madfish
Uscita: 2011
Durata: 54:55
Voto: 3.5/5
I leggendari neoprogster inglesi Pendragon, con il loro nono album in studio, intitolato in modo piuttosto azzeccato »Passion«, hanno portato avanti la rottura stilistica radicale con il prog rock sinfonico dall’impronta positivista che aveva segnato i loro lavori degli anni Novanta. Hanno proseguito anche sulla strada di pezzi dall’atmosfera molto più cupa e più incisivi, iniziata con il piuttosto mediocre »Believe« (2005) e poi perfezionata quasi alla perfezione con l’ottimo »Pure« (2008), che per molti è stato addirittura il picco della loro discografia finora. Vuol dire che con il marcatamente cupo e insolitamente cinico »Passion« hanno spalancato ancora di più la porta a elementi irruenti di metal progressivo, ma anche all’elettronica. Non è sempre una combinazione ideale, però con musicisti di livello come quelli dei Pendragon anche gli esperimenti più sospetti possono dare risultati sorprendentemente buoni.
Il maestro delle tastiere Clive Nolan (Arena, ex-Shadowland) in carriera non aveva mai usato così spesso campioni elettronici, mentre il capobanda, chitarrista e cantante Nick Barrett si è scrollato di dosso una volta per tutte la nomea (o la maledizione) di ‘fotocopia’ di Dave Gilmour (Pink Floyd): stavolta di assoli malinconici di slide guitar non c’è praticamente nemmeno l’assaggio. In alcuni dei momenti migliori del disco, per l’atmosfera nichilista e per parecchio altro, certi pezzi tirano un po’ verso gli Arena di Nolan. Nei momenti peggiori di »Passion«, invece, i Pendragon suonano come dei prog metaller di seconda fascia con un cantante nella media. Ne esce un album complessivamente molto solido, ma dal risultato finale piuttosto altalenante in termini di qualità. Dopo l’ottimo »Pure« è persino una piccola delusione, eppure ci si trovano anche alcune idee notevoli, quando gli esperimenti sonori rischiosi, fino a pochi anni fa impensabili, riescono alla grande.
Nella title track, che apre il disco, dopo un breve inizio schiacciato dall’elettronica con sottili strati di chitarra acustica, dove ricordano sospettosamente certi art rocker ‘indie’ moderni alla The Pineapple Thief, all’improvviso schizzano in una sezione prog metal, per i loro standard piuttosto tagliente ma nobilitata da arrangiamenti sinfonici, in cui per un attimo ricordano gli Arena e un po’ persino i Porcupine Tree. Il signor Barrett si fa aiutare per tutto il tempo da una squadra di cori d’accompagnamento drammatici, che arricchiscono in modo importante il suo contributo vocale tecnicamente piuttosto limitato. Scott Higham (ex-Shadowkeep) alla batteria si fa valere ancora una volta alla grande con i suoi colpi poderosi e dimostra perché, tre anni fa, Barrett ha portato in band un batterista metal.
»Empathy«, più di 11 minuti, un altro esperimento prog metal insolito e piuttosto complesso, contiene perfino un po’ di atmosfera doom metal con frasi di chitarra taglienti e sfumature ritmiche irrequiete. La voce di Barrett stavolta suona apatica e scontrosa allo stesso tempo. Insieme alle stratificate trame di sintetizzatore di Nolan è l’unica vera prova del fatto che chi ascolta ha a che fare con i Pendragon e non con l’ultima attrazione prog metal/art rock britannica, il che dice chiaramente dove li abbia portati, nel bene e nel male, la ‘modernizzazione’ sonora. A metà arriva una svolta sorprendente in una sezione sottile, dove Barrett, per la prima volta su »Passion«, dimostra con un assolo brillante e commovente perché è tra i migliori chitarristi del neoprog, mentre Peter Gee sorprende con qualche insolita linea ritmica funky. Qui finalmente torna a vivere quella riconoscibile, tradizionale magia ambient dei Pendragon. Peccato che nel seguito il tutto venga rovinato da un inserto rap piuttosto breve, ma comunque di cattivo gusto e inutile. Questo esperimento avventato viene un po’ raddrizzato, nel finale del pezzo, da una splendida sezione orchestrale melodrammatica firmata dal signor Nolan.
»Feeding Frenzy«, dove, dopo un inutile lamento di neonato, segue un vero stacco prog metal con numerosi cambi di tempo senza compromessi, passaggi di chitarra incattiviti e drammatiche trame di tastiera, è uno degli esperimenti più interessanti di »Passion«. L’epopea positivista »The Green And Pleasant Land«, ben 13 minuti, il lavoro più ambizioso ma anche il migliore del disco, è un ponte riuscito tra le due anime stilistiche di questa band di culto: i ‘classici’ idealisti del prog sinfonico degli anni Novanta e i ‘nuPendragon’ del XXI secolo, imbottiti di cinismo e oscurità. Nick ‘evoca’ un altro assolo di chitarra magico, mentre le armonie femminili sullo sfondo regalano una sottigliezza strabiliante e alzano con successo l’atmosfera maestosa. Gli arrangiamenti acustici e sinfonici sono fusi alla perfezione, mentre le sfumature ritmiche complesse sono piazzate esattamente nei punti giusti.
Le armonie vocali qui sono le migliori dell’intero album, il che vuol dire che stavolta il canto di Nick merita lodi in abbondanza: con un’assistenza vocale minima di Clive e compagnia, si distingue per un’insolita carica emotiva. Nella sezione finale si insinuano anche elementi ‘moderni, metal-elettronici, mentre il finale psichedelico con le voci stile jodel è del tutto superfluo. Stavolta i Pendragon hanno imboccato proprio la strada giusta, il giusto mezzo tra i due estremi: un positivismo idealista esagerato e un cinismo cupo, altrettanto esagerato.
Il leggermente psichedelico-etereo »It’s Just A Matter Of Not Getting Caught«, soprattutto nell’introduzione, ricorda qualcosa che potrebbe benissimo essere nato tra le circonvoluzioni cerebrali dei Porcupine Tree, ovvero del loro capo Steven Wilson. Vuol dire che Nick e soci, prima di registrare »Passion«, si sono di sicuro ascoltati gruppi ‘selezionati’ per capire come suona il prog rock di oggi. »Skara Brae«, nome di un insediamento neolitico in Scozia, il meglio conservato di tutta Europa, di cui parla anche il testo, è un altro energico esperimento prog metal, con passaggi di chitarra pungenti, stacchi di batteria infuocati e maestose ondate di tendaggi sinfonici. Le brutali vocalizzazioni intermedie, passate attraverso il vocoder, sono in netto contrasto con le sottili armonie di chitarra e con le voci pulite, che però alla fine prendono l’iniziativa. Ci sono anche tante finezze acustiche, che approfondiscono ancora di più l’atmosfera misteriosa ed eterea.
La ballad finale »Your Black Heart« si apre con una sezione tranquilla, quasi serena, poggiata sul pianoforte, che comincia a essere tagliuzzata da un uso piuttosto superfluo del vocoder. L’atmosfera malinconica cresce piano piano con l’ingresso di armonie vocali corali, accompagnate da una bellissima melodia di pianoforte. Quest’ultima regala la chiusura ideale del disco, resa ancora più profonda da un assolo di chitarra ‘piangente’ nel inconfondibile stile di Nick, anche se avrebbe potuto tranquillamente durare due minuti in meno.
»Passion« è un lavoro solido, in cui certi esperimenti stilistici insoliti e rischiosi danno ottimi risultati, mentre la nuova formula sonora moderna dei Pendragon, con cui hanno rotto ancora una volta in modo piuttosto radicale con il passato sinfo-prog, non convince allo stesso modo a ogni passo. Succede soprattutto dove Clive ai sintetizzatori esagera un po’ con l’elettronica e dove Nick, con un accompagnamento sempre più pesante, suona vocalmente un po’ forzato nel tentativo di piacere il più possibile alle generazioni più giovani, cosa del tutto inutile. Per questo i risultati migliori su »Passion«, come già detto, sono quelli in cui riescono a costruire con successo un ponte tra il vecchio e il nuovo stile. I Pendragon negli ultimi anni sono cambiati parecchio a livello sonoro, senza dubbio. Anche se la qualità dei loro lavori in studio continua a oscillare parecchio, sono senza dubbio sulla strada giusta: suonano come una band moderna, ma allo stesso tempo ancora riconoscibile. Non solo il titolo, ma anche la copertina di »Passion« (negli USA, come al solito, censurata) è piuttosto insolita per dei Pendragon tradizionalmente ‘asessuati’, però comunica chiaramente il contenuto musicale del disco.
Formazione
Nick Barrett – chitarra, voce
Clive Nolan – tastiere
Peter Gee – basso
Scott Higham – batteria
Produzione
Karl Groom e Nick Barrett
Tracklist
1. Passion
2. Empathy
3. Feeding Frenzy
4. This Green And Pleasant Land
5. It’s Just A Matter Of Not Getting Caught
6. Skara Brae
7. Your Black Heart