Pat Metheny incanta al Cankarjev Dom (2017)

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Autore: Primož Novak
Foto: Jernej Vene

Luogo: Cankarjev Dom / Lubiana /Slovenia
Data del concerto: 03.06.2017
Prezzo del biglietto: 26€ – 39€

Pat Metheny è oggi uno dei più grandi chitarristi jazz in circolazione: in una carriera lunga e prolifica, che va avanti da più di quarant’anni, si è messo alla prova sia con progetti enormi sia con esibizioni semplicissime e molto più intime. In Slovenia ha già suonato parecchie volte. La prima già negli anni Settanta, a quanto ha raccontato lui stesso, e da allora ci torna con una certa regolarità. Molti si ricordano ancora con piacere il concerto di fine giugno, pochi giorni dopo l’indipendenza, e Metheny ci tiene sempre a sottolineare che all’epoca nell’aria c’era qualcosa di speciale. Più di un quarto di secolo dopo, Pat Metheny in tour passa ancora volentieri dalla Slovenia. Stavolta la tappa era al Cankarjev Dom, dove è sbarcato con il suo quartetto.

A guardare il palco, all’inizio si poteva pensare che Metheny avrebbe mostrato soprattutto il suo lato morbido: niente percussionista aggiuntivo, niente cantante, niente sassofonista. Il quartetto era concentrato solo su chitarra, contrabbasso, pianoforte e batteria. Ma Metheny è noto per un repertorio pieno di sorprese. Con ogni brano ha tirato fuori un volto diverso: ora qualcosa di più selvaggio e complesso, in stile jazz fusion, free jazz o addirittura avanguardia, ora qualcosa di più disteso, nel solco dei sottogeneri jazz più tranquilli.

Sul palco è salito per primo Metheny, con la sua incredibile chitarra a 42 corde, la cosiddetta Pikasso, una specie di ibrido tra liuto, arpa e chitarra. Dopo un inizio morbido e raccolto, a Metheny si sono uniti il pianista Gwylim Simcock, la bassista Linda Oh e lo storico batterista Antonio Sanchez. Il quartetto ha proposto una sorta di spaccato della lunga carriera di Metheny. Da lodare senza riserve il fatto che Metheny abbia lasciato a ciascun membro tutto lo spazio per mostrare quanto vale. Difficile dire chi abbia brillato di più, perché ognuno ha messo sul piatto una dose più che sufficiente di talento e professionalità. Molti si sono accorti soprattutto del batterista Antonio Sanchez, che nel 2015 ha tra l’altro firmato la colonna sonora del film Birdman. Sanchez è uno che coi ritmi normali è parecchio in lite: di ritmi spezzati e non convenzionali non ne sono mancati davvero. Con passaggi fuori dall’ordinario ha messo la ciliegina sulla torta del suo gioco complesso. E va elogiato anche il suo senso della misura quando suona solo sui piatti, perfetto per i brani più pacati, che non sono stati pochi. Il pianista Simcock ha fornito per tutto il concerto una base eccellente alla chitarra di Metheny e con gli assoli ha mostrato soprattutto abilità e fantasia, a metà strada tra jazz e musica classica. Simcock promette più che bene e presto potremo metterlo accanto a mostri sacri come Chick Corea e simili. Linda Oh, bassista di origini malesi, all’inizio non si è fatta notare più di tanto, ma quando Metheny le ha lasciato campo libero ha dimostrato una conoscenza straordinaria del suo strumento.

I membri della band Metheny li ha presentati, ovvio, ma per il resto tra un brano e l’altro non ha perso tempo in chiacchiere, dando la precedenza alla musica. Una scelta tutto sommato positiva, visto quanti pezzi interessanti sono stati proposti. Metheny ha incantato il pubblico più di una volta. Alle prime note di ogni brano si prendeva un applauso fortissimo, appena partivano i suoni familiari del pezzo. Ha sfoderato infatti un medley di successi come Have You Heard, Better Days Ahead, James, Unity Village e altri. Con la sua tecnica ha sorpreso dall’inizio alla fine, e in primo piano c’era soprattutto il suo senso per la chitarra effettata. Ogni tanto è passato anche alla chitarra classica, con Simcock a offrirgli un tappeto in più, che ha riempito il suono. A tratti Metheny ha davvero fatto la differenza, soprattutto quando ha imbracciato la chitarra elettrica con il sintetizzatore, mostrando il suo suono inconfondibile.

Dopo circa un’ora e mezza di concerto, Metheny ha fatto una mossa eccellente per mettere ancora una volta in risalto la squadra con cui è in tour: con ogni membro ha suonato un brano. A spiccare è stata soprattutto Phase Dance, eseguita insieme al pianista Simcock, che si è incastrato alla perfezione con le dita agili di Metheny.

È seguita una breve pausa, dopo la quale Metheny è tornato sul palco da solo e, con la chitarra classica, ha suonato frammenti di pezzi celebri, tra cui la famosissima Last Train Home, che gli è valsa un applauso fragoroso. Quando sembrava finita, Metheny è risalito sul palco con tutta la band e ha chiuso con «Are You Going With Me?». Tutto di rispetto, se pensi che un tipo sulla sessantina riesce ancora a reggere un concerto da più di due ore.

Al Cankarjev Dom Pat Metheny e il suo quartetto hanno creato in più di due ore un’atmosfera pazzesca, costruita passo dopo passo tra pezzi più pacati e momenti più intensi. Un concerto cucito addosso agli amanti delle acrobazie chitarristiche e, in generale, a chiunque ami il jazz.  

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