Pearl Jam
Artista: Pearl Jam
Etichetta: J Records
Uscita: 2006
Voto: 3.5/5
La prima domanda che salta fuori con l’uscita del nuovo album dei Pearl Jam, intitolato semplicemente “Pearl Jam”, è: “Come mai solo l’ottavo disco, dopo quindici anni di carriera, porta il nome della band, quando di solito è roba da esordio?”
La spiegazione più semplice di questo fenomeno è che il gruppo stia vivendo una rinascita. Dopo il periodo turbolento degli anni Novanta, quando hanno ottenuto tutto quello che si può ottenere nel mondo della musica e si sono presi il primato della scena grunge di Seattle di allora, la band ricomincia da capo, ma con quel primato si è guadagnata anche un posto da eterni “Grateful Dead” dell’era grunge.
Insomma, quattro anni dopo il loro ultimo album in studio e quasi sei dal tragico giorno del Roskilde Festival, in cui nove fedelissimi dei Jam hanno perso la vita, Eddie Vedder e soci hanno risolto qualche grana di lavoro, spento il fuoco interno, cioè seppellito l’ascia di guerra, e sfornato un superdisco che hanno chiamato, semplicemente, “Pearl Jam”. Se non altro, con questa mossa i ragazzi hanno fatto vedere al mondo e a qualche milione di fan fedeli sparsi per il pianeta che i vecchi felini hanno ancora qualche atomo di energia e che non hanno nessuna intenzione di arrendersi. Quindici anni insieme, 60 milioni di copie vendute e tour megalomani e massacranti presentano per forza il conto, e i Pearl Jam non fanno eccezione. In più c’è anche un salto generazionale, e i Pearl Jam ne sono ben consapevoli: quanto a camaleontismo sono davvero speciali, ed è proprio questa l’essenza e la forza motrice che continua a spingere la band in avanti.
A guardarlo da fuori, l’album con la sua copertina non lascia presagire niente di speciale: una sezione di avocado su sfondo blu e basta. Freud ci avrebbe riso su, noi invece ci buttiamo sulla recensione. A grandi linee il disco parla di guerra, vita e morte, amore e perdita, senza nessun inno sportivo-calcistico. Quelli che i Pearl Jam li sentono vicini diranno: niente di nuovo, ne parlano da quindici anni. Ma attenzione!, nel frattempo i ragazzi sono maturati, e si sente eccome all’ascolto. In una parola, dai tempi di Ten i Jam non erano mai suonati così duri e diretti. Ten, al confronto, era più elastico e la nota principale gliela dava la linea di basso groovy di Jeff Ament, mentre nel nuovo Pearl Jam a guidare il disco è il batterista Matt Cameron, il cui drumming potente è così alla Neil Young che l’ascoltatore, durante l’ascolto, controlla più volte che il disco non stia saltando 😉 La botta e il messaggio si sentono in particolare nella prima parte dell’album, dove la controlladissima “Life Wasted,” “World Wide Suicide,” la “Comatose” tinta AC/DC, “Severed Hand,” e “Marker in the Sand” si accumulano una sull’altra, sommando intensità e tempo e dando al disco un senso di urgenza. Una sensazione che non cala nemmeno nel passaggio alla seconda parte, dove i Jam ci calmano con il bel pezzo pop acustico, leggermente psichedelico, “Parachutes”. Anche se la seconda metà ha più variazioni di tempo, il disco resta duro e senza pietà, con un messaggio politico ben preciso, che Vedder & Co. non hanno mai nascosto né di cui si sono mai vergognati. L’album si allarga poi dalla sbruffona “Unemployable” fino alla furiosa “Big Wave”, che insieme alla coppia di gemelle in chiusura, “Come Back” e “Inside Job”, dà compattezza all’insieme. Quest’ultima è una cugina sfumata della celebre “Black” e, se in quel pezzo si parlava di spiritualità nella musica dei Pearl Jam, “Inside Job” ci regala un finale elegante, escalation epica compresa.
Il disco è una vera boccata d’aria fresca e l’opposto dei primi lavori dei Pearl Jam, intrisi di giustizialismo da bravi soldatini e di messaggi politici a go-go. Da questo punto di vista i Pearl Jam si possono paragonare al massimo a band tipo gli U2 e simili. Stavolta Vedder non resta rigidamente miope, ma porta l’attenzione a livello globale. La sua rabbia resta puntata, in modo quasi risvegliante, soprattutto contro il “Mondo delle Nazioni Unite” del 2006. Così dà a “Pearl Jam” quella nota di risonanza che manca nell’espressività della maggior parte delle band di protesta del nuovo decennio. Perché i Pearl Jam sono un caso unico tra queste band e solo loro riescono a mantenere una precisa e ben delineata tinta musicale senza che i testi di Vedder diventino un elemento di disturbo. Canzone dopo canzone, questo è il loro miglior lavoro dai tempi di “Vitalogy”, e la band non è mai suonata così convincente e decisa. Che ci vuoi fare, i Pearl Jam sono straordinari, e straordinaria è la convinzione con cui abbracciano quello che sanno fare meglio: unire l’hard rock classico a un’umanitarietà che viene dal cuore. Magari suonano un po’ vecchio stampo, ma così hanno dimostrato al mondo e a se stessi di essersi liberati definitivamente degli ultimi residui della scena mainstream di Seattle, dopo più di dieci anni passati a tenersi il più lontano possibile da qualsiasi forma di popolarità, cosa che alla fine li ha piazzati tra gli “outsider.”
E noi, dopo l’ascolto, possiamo dirlo tranquilli: dai tempi di Vitalogy, o forse da ancora prima, i Pearl Jam non suonavano così vivi e coinvolgenti come su “Pearl Jam”.
Formazione
Eddie Vedder – voce, chitarra
Mike McCready – chitarra
Stone Gossard – chitarra
Jeff Ament – basso
Matt Cameron – batteria
Produzione
Adam Kasper & Pearl Jam
Tracklist
1. Life Wasted (3:54)
2. World Wide Suicide (3:29)
3. Comatose (2:19)
4. Severed Hand (4:30)
5. Marker in the Sand (4:23)
6. Parachutes (3:36)
7. Unemployable (3:04)
8. Big Wave (2:58)
9. Gone (4:09)
10. Wasted (Reprise) (0:53)
11. Army Reserve (3:45)
12. Come Back (5:29)
13. Inside Job (7:08)
Durata dell’album: 49:00