Phoenix
Artista: Asia
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2008
Voto: 1/5
John Wetton, Steve Howe, Geoffrey Downes e Carl Palmer. Ma dove diavolo si erano cacciati questi quattro vecchi marpioni!?!? Si trattava insomma di una delle reunion più grosse tra le formazioni classiche che hanno disegnato la mappa del rock negli anni Ottanta, e finora il battage pubblicitario in merito è stato un mucchio colossale. Dai problemi di salute di Carl Palmer e John Wetton, fino al rimpallarsi di tesi di ogni tipo su quanto avesse senso la mossa di Downes di licenziare la precedente formazione degli Asia con John Payne, a favore del ripristino della line-up originale. Comunque sia andata questa unione di vecchie cariatidi, gli Asia rinnovati nel frattempo hanno già girato il mondo in lungo e in largo rispolverando i loro classici di successo, quelli che li hanno fatti grandi, da cui è nato anche il fresco live album da Tokyo (“Fantasia”, 2007), che tra l’altro suonava molto promettente. In realtà un nuovo album il quartetto di grandi musicisti non ne aveva proprio bisogno. Eppure. Eccolo qui.
L’opener Never Again è il tentativo di fare cosa? Indovinato? Non ancora? Il tentativo di replicare l’evergreen degli Asia Heat Of The Moment. Un’ombra sbiadita. Purtroppo il resto del materiale dell’album non riesce a offrire niente di più che pallide ombre della grandezza di un tempo. Nothing’s Forever smorza subito il fascino iniziale che aveva suscitato un po’ di interesse, mentre il patetismo di Wetton nelle strofe della ballata Heroin supera già la soglia del buon gusto. È appena il terzo pezzo in scaletta, e l’album comincia già a stufare di brutto. Il disco è sintetico, senza vera energia rock, senza dinamite. Steve Howe, letteralmente, non si sente proprio. Certo, i ragazzi cercano spasmodicamente di ricreare la celebre atmosfera Asia a furia di ripetere armonie vocali multiple nei ritornelli, che non raggiungono nemmeno lontanamente il livello dei primi due album della band, gli unici due veri punti di riferimento stavolta. La produzione è debole, sottile, senza contrasti marcati tra gli strumenti, e la voce di Wetton ci galleggia in mezzo, persa e solitaria. Manca pure quella famosa arguzia tra Howe e Downes, con cui i ragazzi, all’apice della loro forma su “Asia” (1982) e “Alpha” (1983), decoravano così nobilmente la melodiosità AOR delle loro canzoni. Quello che abbiamo davanti è sì ancora AOR, ma completamente vuoto e privo del vero fuoco dell’espressione art rock. Alla lagnosità di Wetton non si vede mai la fine. Tra Never Again e lo strumentale Vortex (nono pezzo in scaletta), che sfocia fluido in Deya, non succede assolutamente nulla di degno di nota, tranne il fatto che gli Asia rubano diligentemente minuti di vita all’ascoltatore e gli fanno saltare i nervi. Da lì in poi, fino alla fine del disco, continuiamo ad assistere a patetismo totale, prevedibilità spudorata, espressione senza fuoco né vena creativa. Tutto questo un tempo distingueva sempre questi quattro artisti, che nel rock hanno in realtà raggiunto tutto quello che c’era da raggiungere.
“Phoenix” sembra davvero solo un bisogno di ritrovarsi di una vecchia combriccola, che stavolta suona del tutto innaturale e forzata. Un disco in cui pullulano potenziali inni per la Casa di riposo. Chissà, magari era proprio questo l’intento di Wetton, Downes, Howe e Palmer? E com’è la situazione dopo l’ultima battaglia decisiva? Downes è rimasto senza la forza trainante di Payne e di una formazione che ha sempre composto musica perfetta, e così, ascoltando “Phoenix”, nelle orecchie resta sempre una sensazione mesta e amara. “Phoenix” è quasi un album solista di John Wetton, visto che amplifica in modo marcato i tempi duri e la crisi personale che questo musicista, per il resto molto stimato, stava attraversando al tempo della reunion classica della band. Già. Questo è un album degli Asia del tutto inutile, che per il futuro stesso del gruppo può essere molto dannoso, per non dire addirittura potenzialmente letale.
E già che ci siamo, una cosa al volo. Se i paladini del copyright di Frontiers Records non codificassero così scrupolosamente la musica sui CD promo con certi “voice over” in un inglese maccheronico all’italiana, sovrapposti ai singoli brani, scrivere questa recensione sarebbe stato molto più piacevole.
Formazione
John Wetton – voce, basso, cori
Steve Howe – chitarra, cori
Geoff Downes – tastiere, cori
Carl Palmer – batteria
Produzione
Asia
Tracklist
1. Never Again
2. Nothing’s Forever
3. Heroine
4. Sleeping Giant/No Way Back/Reprise
5. Alibis
6. I Will Remember You
7. Shadow Of A Doubt
8. Parallel Worlds/Vortex/Deya
9. Wish I’d Known All Along
10. Orchard Of Mines
11. Over And Over
12. Extraordinary Life
Voto dell’album: 2/10