Deadwing

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Autore: Peter Podbrežnik, Aleš Podbrežnik

Artista: Porcupine Tree
Etichetta: Lava Records
Uscita: 2005
Durata: 59:35
Voto: 5/5

autore della recensione n. 2: Peter Podbrežnik (25.7.2016)

Quando uscì il loro ottavo album in studio, »Deadwing«, i Porcupine Tree erano al culmine della loro creatività, e con quel disco raggiunsero pure un successo commerciale inimmaginabile (per una band di rock progressivo), successo che due anni dopo sarebbe stato superato dal loro lavoro successivo, »Fear of a Blank Planet« (2007). »Deadwing«, nonostante secondo il boss della band, cantante, chitarrista e produttore Steven Wilson sia una ‘storia di fantasmi’, in realtà non è proprio un vero concept album, visto che Steven a tutt’oggi non ha mai voluto svelare i dettagli del concept. La maggior parte dei testi si ispira a una sceneggiatura che Steven ha scritto insieme a Mike Bannion. Anche quest’ultimo finora non ha rivelato granché sulla storia vera e propria. Probabilmente è questo il motivo principale per cui il concept dell’album resta ancora oggi un grande mistero, anzi uno dei più grandi enigmi del rock progressivo moderno. Steven ha detto più volte di sperare che un giorno quella sceneggiatura diventi la base di un film di fantasmi, ma per una cosa del genere a quanto pare toccherà aspettare ancora parecchi anni.

I brani »Shallow« e »Lazarus«, che oggi sono tra i pezzi più riconoscibili dei Porcupine Tree, uscirono come i due singoli di punta dell’album. »Shallow« è finita addirittura come colonna sonora nel film americano »Four Brothers«, cosa che ha sicuramente contribuito a far conoscere i Porcupine Tree a un pubblico molto più ampio. I testi di Steven erano di nuovo pieni di autoriflessione, di nostalgia malinconica per storie d’amore finite male e scelte di vita sbagliate, ma anche di critica pungente verso la società moderna, disumanizzata. Per tutto »Deadwing« poi regna la tipica scissione wilsoniana tra amore e morte, ovvero tra luce e oscurità. L’atmosfera dell’album va dalla malinconia struggente, a una cupezza pazzesca, a esplosioni occasionali di pura aggressività, fino a un’eterea bellezza da lasciare senza fiato, come nel rock progressivo non si sentiva dai tempi dei leggendari Pink Floyd, una delle influenze musicali chiave di Steven.

Dal punto di vista stilistico, con »Deadwing« i Porcupine Tree hanno fatto un altro passo avanti nell’assorbire elementi prog metal dal gran tiro dentro il loro collage sonoro art rock-psichedelico-metal, quello che ci aveva già fatto impazzire nel capolavoro precedente, »In Absentia« (2002). Prima dell’uscita di »Deadwing« tanti fan della band si chiedevano se Steven e soci sarebbero riusciti a creare un degno successore di un capolavoro come »In Absentia«. Steven e i suoi compagni di sventura, cioè il tastierista Richard Barbieri, il bassista Colin Edwin e il batterista Gavin Harrison, non hanno deluso. Anzi, »Deadwing« per molti versi rappresenta un’evoluzione in termini di maturità e di atmosfere rispetto al suo splendido predecessore, il che lo mette tra i migliori lavori nella storia di questi fuoriclasse del prog rock inglese. Ospiti speciali dell’album sono stati il chitarrista e cantante americano di culto Adrian Belew (ex-King Crimson) e lo stakanovista chitarrista e cantante svedese Mikael Akerfeldt (Opeth), che hanno regalato assoli in vari brani. Akerfeldt, che in alcuni punti ha messo anche le armonie vocali di accompagnamento, è diventato amico di Wilson e collaboratore musicale fisso. Dalla loro collaborazione sarebbe poi nato anche un progetto interessante chiamato Storm Corrosion.

La title track, che nel finale contiene il caratteristico assolo di chitarra ‘sballato’ di Belew, è un’apertura davvero interessante per l’album, perché mantiene il giusto equilibrio tra impatto e atmosfera rilassante, ed è per lo più su un tempo medio. La parte iniziale, con riff di chitarra affilati e rullate di batteria furiose, lascia presto spazio ad arrangiamenti malinconici, che a legarsi al regno del mellotron ci pensa soprattutto la voce eterea di Steven. Intanto nell’atmosfera domina di continuo un’aria misteriosa e cupa, che sembra fatta apposta per risvegliare vari fantasmi del passato. Il già citato rompiossa prog metal »Shallow« è uno dei momenti più brutali nella storia dei Porcupine Tree, con un ritornello in mezzo a passaggi di chitarra furiosi che è ficcante e allo stesso tempo semplicissimo, ma anche incredibilmente esaltante dal punto di vista atmosferico. Il singolo in questione era uscito in origine solo per il mercato americano, ma qualche copia, prima di essere distrutta, è finita per sbaglio anche sul mercato europeo. La band l’ha scoperto e le ha comprate in fretta e furia, dopodiché ai concerti le vendeva autografate a 40 €.

Il singolo successivo dell’album è stato la ballata »Lazarus«, che crea un contrasto incredibilmente efficace rispetto al brano precedente. »Lazarus« è con ogni probabilità la ballata più bella nella storia dei Porcupine Tree finora, e Wilson la suona ancora oggi regolarmente nei suoi concerti da solista. Il testo parla dello spirito di una madre che parla con il figlio David dall’aldilà, mentre lui è in piedi sulla sua tomba. Già all’uscita in tanti ipotizzavano che David fosse in realtà un omaggio di Steven a uno dei suoi eroi musicali, David Bowie, cosa che molti anni dopo ha confermato anche il maestro Wilson in persona. L’interpretazione vocale commovente di Steven, insieme alle armonie di accompagnamento di Akerfeldt e ad arrangiamenti di pianoforte malinconici, crea una magia atmosferica indescrivibilmente bella ed edificante, che in un attimo trasporta l’ascoltatore in un’estasi nostalgica piacevolissima.

»Halo«, intessuto di elementi alt rock e tantissime improvvisazioni, che tra le altre cose contiene linee di basso corpose e un uso abile del vocoder, è una creatura molto più cupa e complessa, in cui il rapporto tra melodia e sperimentazione è di nuovo quello giusto, tanto che il brano raggiunge un climax convincente in un ritornello eccezionale. L’ibrido tra psichedelia e prog metal »Arriving Somewhere But Not Here«, dove nella parte iniziale regnano vari effetti dissonanti di tastiere e chitarra, è il trionfo assoluto di una malinconia straordinaria. Le armonie vocali tra Wilson e Akerfeldt, soprattutto nel ritornello, sono il vertice atmosferico di questo lamento struggente. Nel finale arriva poi un vero cataclisma metal, con colpi brutali di doppia cassa e vertiginosi passaggi di chitarra.

Il mellotron ha sempre avuto un posto importante nel sound dei Porcupine Tree da quando sono diventati una band nel vero senso della parola, quindi è più che giusto che gli abbiano dedicato un brano intitolato »Mellotron Scratch«, che è anche uno dei punti più alti di »Deadwing«. La melodia a taglio psichedelico è intrisa di passaggi di chitarra sottili, di un’interpretazione vocale malinconica e di onde di mellotron. Tra i picchi di questa splendida ballata ci sono il suo ritornello meravigliosamente nostalgico e un finale stupendo con armonie vocali in crescendo. Di pezzi eccellenti su »Deadwing« del resto non ce ne mancano. Tra questi c’è senz’altro »Open Car«, anche una delle migliori composizioni nella storia dei Porcupine Tree. All’apertura brutalmente cupa segue un passaggio incredibilmente fluido e sottile verso una sezione malinconica con armonie vocali bellissime e una delicata melodia di pianoforte. Un’atmosfera struggente regna dall’inizio alla fine di questo capolavoro, mentre il suo apice assoluto è l’epico finale.

»Start of Something Beautiful« si apre con un teso crescendo ritmico e fugaci effetti di tastiera, e va avanti così fino al ritornello di grande impatto, quando in primo piano si fanno strada passaggi di chitarra metal e un uso scaltro del vocoder. Il grande apice arriva con l’inatteso innesto di armonie a tre voci in mezzo al finale, per cui questa già ottima composizione  si trasforma di colpo in un’opera d’arte senza tempo. »Glass Arm Shattering« è una chiusura totalmente psichedelica, con armonie romantiche di chitarra e tastiere e un’altra prova vocale brillante di Steven, stavolta un po’ più ‘sognante’.

Il capolavoro impeccabile »Deadwing« è stato per molti versi uno dei vertici dello straordinario percorso musicale di Wilson e di tutta la sua produzione con gli indimenticabili Porcupine Tree. All’epoca la band è diventata per un breve periodo perfino la ‘beniamina’ del grande pubblico, il che ha spaventato non poco la maggior parte dei fan di lunga data, che temevano che si ‘vendessero’ all’influenza corrotta dell’industria musicale, verso cui Wilson è sempre stato estremamente critico. Ovviamente non è successo, ma è stato comunque un gran bel divertimento vedere, dopo tanto tempo, un artista prog rock in cima alle classifiche. Con »Deadwing«, che per molti aspetti è stato un’evoluzione del predecessore »In Absentia« e ha addirittura ricevuto un premio per l’eccezionale qualità sonora (ovviamente nella regia di Wilson), i Porcupine Tree si sono presi definitivamente il testimone come band di punta e più influente del prog rock moderno, e ci stava proprio che, dopo l’«invasione» scandinavo-americana degli anni Novanta, quel testimone fosse tornato in mani inglesi.

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autore della recensione n. 1: Aleš Podbrežnik (24.2.2006)

 Il settimo “vero” album in studio della band è una nuova indimenticabile avventura musicale, che conferma semplicemente come tutte le chiacchiere sul fatto che nel “rock” sia già stato cantato, detto e svelato tutto, e che lo spirito del “rock”, per via di una saturazione in cui non distingui più l’autenticità dalla “fregatura”, sia morto da un pezzo, siano pura “thrash talk”. La recensione sarà più lunga, perché questo è un disco che offre molte più informazioni di un album “rock” medio di oggi. Se non avete voglia di leggere la recensione, saltate subito all’ascolto di “Deadwing”, sarà davvero la mossa più saggia.

I Porcupine Tree, con alla guida l’artista fuori dal comune, il polistrumentista e perfetto “perpetuum mobile” musicale per quanto riguarda la percezione del fenomeno musica, il mago Steven Wilson, propongono così un nuovo album che rappresenta un nuovo, deciso passo evolutivo della band in avanti! Sperimentale in tutto e per tutto, stavolta dosato con ancora più sobrietà “rock”. I Porcupine Tree sono sempre stati l’incarnazione della fusione perfetta tra classicismo e suoni neo-avanguardistici in una combinazione tutta loro di psichedelia e immagini space sperimentali del “rock”. Il concetto di “progressivo” ci sta tutto. Gli inglesi, che insieme agli Ozric Tentacles nel periodo post-Gong (OT e PT ognuno per la sua strada) hanno sviluppato uno stile pienamente rappresentativo, che non sai dove infilare né con cosa paragonare. I Porcupine Tree sono perciò una band sperimentale e libertina senza paura dalla testa ai piedi, che potrebbe essere un esempio ideale per tutta la scena odierna nei campi del rock. L’album è il seguito logico dell’inserimento di elementi riffistici più duri, che i Porcupine Tree avevano iniziato ad accennare con “Stupid Dream” (1999) e che “Lightbulb Sun” (2000), e soprattutto “In Absentia” (2002), hanno solo confermato. Stavolta Wilson ha cercato nella musica la formula giusta per fondere le immagini trendy contemporanee di qualche stoner rock o hardcore con la solita missione dei Porcupine Tree (Open Car, in questa fusione ricorda perfino l’approccio di certi Tool). Per dare a “Deadwing” la giusta dose di follia, o come si dice in gergo “sfonnamento”, ha invitato a collaborare nientemeno che il maestro del rock alternativo, il geniale Adrian Belew, portabandiera dello sviluppo dell’attuale incarnazione dei King Crimson. Belew è l’incarnazione dell’apporto di diversità che in ogni momento può diventare avanguardia, e Belew è in fondo un’avanguardia “silenziosa”, un’avanguardia “all’opposizione”. Oltre a Belew, sul disco ha collaborato con chitarra e voce anche Mikael Akerfeldt (Opeth), restituendo così il favore a Wilson.

Certo, con tutta la sua personalità Wilson non è mica uno qualunque, e gli arrangiamenti dei suoi sapienti drum e sample al computer, dello ‘spazialoide’ sintetizzatore condotto attraverso massicci suoni di mellotron, degli scatti di chitarre “glissando” e del suo canto inconfondibile, spesso eseguito con un uso di gusto di effetti ‘filtro’, che sembra proprio che la voce arrivi nella musica da un’altra galassia, brillano in tutto lo splendore del nuovo disco. E con la combinazione di nuovi elementi nel forgiare una nuova immagine dei Porcupine Tree, la mente di Wilson funziona di nuovo in modo vincente.

Facciamoci un giro nel materiale. La poesia si riferisce, soprattutto nella prima parte, a domande su vita e morte. La band attacca selvaggia con la title track, ovviamente costruita con i prevedibili condimenti PT di mellotron e sample. Sopra c’è stesa una massiccia cortina di riff di chitarra. Il pezzo è fluido, e i PT mettono in scena un’atmosfera davvero drammatica. I motivi sono uniti in un tutto bellissimo, l’atmosfera non cala da nessuna parte nemmeno di un millimetro e il dramma passa in un battibaleno. Per i PT ha un volto particolarmente interessante il successore, Shallow, con un riff pesante e spesso che sta in primo piano nel brano e dà al pezzo un groove straordinario, un groove di colore nu-metal; il pezzo potrebbe uscire senza problemi come singolo, soprattutto per il ritornello fantasticamente costruito, che ti prende “al primo ascolto”. Voce drammatica, “persa” dentro la distorsione massiccia di un riffing semplice, che all’ascoltatore “al volo” fa schizzare il sangue nelle vene. I PT calmano il gioco con Lazarus (uscito anche come singolo, il 14.03.2005). Una semplice semi-ballata che placa l’atmosfera elettrizzata. È un brano che nel disco svolge la stessa funzione che, per fare un paragone, ha il pezzo dei King Crimson Eyes Wide Open, che scarica il “crash e bum” iniziale del disco dei KC “The Power To Believe” (2003). Chitarra glissando con suono steel pedal nel ritornello, come se l’avesse condotta il terribile David Gilmour (Pink Floyd), una romanza bellissima per la sera che si bagna nella luce della luna, accanto a un lago. Poi prendi in mano la chitarra e ci rimorchi qualche bella (eh, ma i tempi dei trovatori ormai sono passati)…Succoso e ben intessuto. Semplice, ma estremamente di gusto. Segue il punto paranoico e psichedelico Halo, di straordinari arrangiamenti vocali, un miscuglio di flash elettronici “a cappella” che arrivano o da una cabina telefonica o dalla radio… Dio è dappertutto, nelle punte delle dita, nella testa. Dio è paura, verità, potere, prova, passione, speranza, senso, dolore,… Chi è Dio? L’apparato statale o siamo noi Dio? Entrambi. È una “blessing” o una “curse” dell’umanità? Di nuovo la stessa risposta. Se non già prima nel disco, in questo pezzo all’assolo c’è di sicuro il “freak” della chitarra Adrian Belew. Il pezzo ha un assolo nervoso che per suono e stile con tutta probabilità è cresciuto nell’orto di Adrian Belew, perché lo caratterizza l’impasto di note fuori dagli schemi delle scale musicali scolastiche, che si traduce in un assolo spezzato con fischi stridenti attraverso un effetto “sustain” assassino, che contribuisce benissimo alla verve, all’impennata della dinamica e al teatro stesso. Di nuovo funziona la combinazione di un riff semplice con delicati arrangiamenti di pianoforte e una forma “beat” dura. Una combinazione di sobrietà e assenza nel rapporto ideale. Un pezzo diciamo nello stile di Four Chords That Made A Million (“Lightbulb Sun”, 2000), soprattutto per l’effetto vocale nel ritornello. 

Insomma, i Porcupine Tree con “Deadwing” restano un punto caldo del mondo progressivo del rock, che con la loro imprevedibilità sorprendono sempre alla grande. Sempre fedeli a sé stessi, con l’incastro ideale di suoni d’avanguardia, psichedelia, galleggiamento spaziale, atmosfera drammatica, effetto etereo e costante cambiamento della propria immagine in 1000 e un modo. Infinitamente ascoltabile, provocatorio, senza guardare da nessuna parte, solo ascoltando la voce interiore ed esprimendo sé stessi. Una band che mi azzarderei a dire, per creatività e intelletto eccezionale, sia degna di raccogliere l’eredità dei grandi pionieri dell’inizio degli anni Settanta. “Deadwing” è un disco che puoi “leggere” a lungo senza annoiarti mai, nemmeno per un momento.

Formazione

Steven Wilson – voce, chitarra, pianoforte, basso, tastiere, “hammered dulcimer”
Richard Barbieri – tastiere, sintetizzatore
Colin Edwin – basso
Gavin Harrison – batteria, percussioni

MUSICISTI OSPITI:
Mikael Åkerfeldt (OPETH) – chitarra, voce
Adrian Belew (KING CRIMSON) – chitarra

Produzione

Steven Wilson

Tracklist

1. Deadwing (9:46)
2. Shallow (4:17)
3. Lazarus (4:18)
4. Halo (4:38)
5. Arriving Somewhere But Not Here (12:02)
6. Mellotron Scratch (6:56)
7. Open Car (3:46)
8. The Start Of Something Beautiful (7:39)
9. Glass Arm Shattering (6:12)

Durata dell’album: 59:34

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